“Duc in altum!” – Anno Pastorale 2021-22

Anno Pastorale 2021-2022

“Dare inizio al nostro rinnovamento”
Meditazione di don Franco Pezone per il Ritiro del Clero presso il Santuario Maria SS. delle Grazie dei Frati cappuccini a Cerreto Sannita, 12 novembre 2021

“Duc in altum!” – Plenum con i sacerdoti diocesani
Incontro del vescovo Giuseppe con i sacerdoti – Aula Magna del Seminario diocesano, 28 settembre 2021

Curare le relazioni al tempo della ripresa
Lettera della Presidenza CEI a tutti i Vescovi all’inizio del nuovo anno pastorale, 8 settembre 2021

 


Ritiro del Clero
Santuario Maria SS. delle Grazie
Frati cappuccini – Cerreto Sannita (BN)
12 novembre 2021
“Dare inizio al nostro rinnovamento”
Meditazione di don Franco PEZONE

 

È veramente urgente e fondamentale la nostra conversione per mettere in pratica il vangelo che abbiamo ascoltato: solo la nostra testimonianza di comunione e di unità in Cristo può generare la fede nelle persone.

 

Le difficoltà del momento presente.

  1. Da questa testimonianza d’amore, siamo ancora molto lontani. Mentre nasce l’era delle relazioni, ci accorgiamo di essere poco preparati a vivere insieme, in ritardo rispetto alle esigenze che la storia ci sta chiedendo.
  2. Poco ci aiuta la società che pone come base della vita delle persone l’interesse, l’utile e il profitto.
  3. Poco ci aiuta la coppia e la famiglia dove prevale il mordi e fuggi, le crisi sono sotto gli occhi di tutti e l’io è ancora troppo ingombrante rispetto al noi.
  4. Poco ci aiuta la Chiesa e i suoi ministri, perché non si afferma adeguatamente una pastorale comunitaria di partecipazione e di comunicazione e si dipende ancora dal modello dei doveri e delle pratiche religiose.
  5. La grande conversione che ci viene chiesta da circa 60 anni è passare dal modello societario a quello comunionale o addirittura sinodale; è questa la sfida che siamo chiamati a vivere anche noi come Chiesa Diocesana.
  6. Ci chiediamo come mai tanta lentezza nel cammino di conversione; nonostante la teologia e il magistero sviluppino da anni l’ecclesiologia e i lineamenti pastorali sulla linea della comunione, la prassi ecclesiale non decolla.
  7. Probabilmente non diamo ancora sufficiente attenzione alla spiritualità di comunione.

 

Spiritualità di comunione, spiritualità di chiesa sinodale

  1. Come possiamo liberarci del nostro io ego centrato che ci tiene relegati nelle nostre prigioni mentali per riuscire a sperimentare in modo più concreto la libertà creatrice dell’io vero, cioè del figlio di Dio? La tradizione cristiana ci insegna che questo passaggio avviene mediante il Battesimo.
  2. La domanda che ci facciamo è come mai, nonostante abbiamo ricevuto il battesimo, questa rigenerazione non sia avvenuta? Probabilmente la risposta sta nel fatto che abbiamo messo in evidenza l’aspetto dottrinale, abbiamo rappresentato l’importanza e il valore del battesimo, ma non abbiamo vissuto nella nostra esperienza di figli e fratelli nella Chiesa la nostra rigenerazione. Siamo rimasti fondamentalmente quelli di prima, se non addirittura in certi casi peggiorati. In questa fase della storia ci stiamo rendendo conto che per secoli abbiamo delegato quasi interamente a una sorta di automatismo sacramentale, a una specie di pensiero magico, i processi della nostra liberazione, trascurando i processi della fede dei credenti, la loro iniziazione quasi fisica ai misteri, e quindi la loro concreta trasfigurazione progressiva, senza la quale i sacramenti non hanno molta efficacia, né molto senso.
  3. Tutta la bibbia ci insegna che Dio lo incontriamo nella vita, nella storia dell’umanità, la stessa cosa ci dice il magistero in maniera sempre più chiara e convinta dal concilio in poi. Ricordiamo il testo di Gaudium et spes n° 11: Il popolo di Dio, mosso dalla fede con cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l’universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio. La fede, infatti, tutto rischiara di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell’uomo, orientando così lo spirito verso soluzioni pienamente umane. Questo ci dice che è il livello esistenziale, esperienziale e storico, il livello dell’incarnazione personale e storica concreta ad assumere sempre maggiore rilevanza spirituale anche rispetto all’evento sacramentale del battesimo, che resta un inizio, un seme indispensabile; ma se non cresce e non fiorisce, rischia di marcire.
  4. Quindi comprendiamo quanto sia fondamentale ripartire da una lettura profetica della storia per capire cosa sta morendo non solo nella chiesa, ma nell’esperienza del mondo: il nostro io ego centrato, il nostro io bellico, e che cosa sta fiorendo: il nostro io relazionale e procreativo, figura più evoluta di umanità. Dobbiamo, rileggere a partire dalla Sacra scrittura e dal magistero tutta la vicenda umana per intuire tutte le direttrici evolutive che oggi chiedono di essere proseguite. L’interpretazione profetica del presente è la prima componente indispensabile per un rinnovamento dell’esperienza cristiana del nostro secolo. Da qui possono svilupparsi le giuste traiettorie riformatrici per la chiesa e anche per la nostra formazione.

 

L’elemento autoconoscitivo

  1. Papa Francesco ci aiuta a comprendere che abbiamo bisogno di nuovi metodi e nuovi linguaggi per incamminarci più speditamente verso una vera riforma della nostra esperienza umana ed ecclesiale. La Chiesa ci chiede un rinnovamento che si esprime con espressioni per noi divenute ormai parte del nostro linguaggio: passare dalla Chiesa piramidale a quella comunionale – sinodale. Ci ricorda il Papa nella EG n° 33: Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità. Una individuazione dei fini senza un’adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradursi in mera fantasia.

Prima di mettere mano alla riforma dell’annuncio della fede, delle strutture ecclesiastiche, dei metodi che riguardano la nostra testimonianza, dobbiamo mettere mano alla nostra conversione personale ed ecclesiale, dobbiamo saperci guardare dentro, fare emergere le nostre malattie, chiedere al Signore della vita di ungerle con il balsamo della misericordia e della guarigione e quindi avviare le nostre riforme. Altrimenti resteremo sempre otri vecchi che non potranno mai contenere il vino nuovo di cui ha bisogno questa umanità.

  1. Dobbiamo renderci conto che in questo tempo in cui sta emergendo una nuova forma della soggettività umana, cercando di allontanarsi dalla forma del passato ego centrata e bellica, ci accorgiamo quanto sia forte e resistente nell’anima umana, in ciascuno di noi, la struttura mentale dell’uomo vecchio. Perciò oggi siamo chiamati a individuare molto più a fondo i meccanismi molto più sottili della nostra mente ego-centrata, per liberarcene. E per far questo dobbiamo studiare bene anche la genesi familiare delle nostre forme distorte di pensiero e di comportamento. Dobbiamo poi imparare a sondare, ad ascoltare e a riconoscere con cura e con pazienza tutti i serbatoi di odio, di rabbia, di vergogna, di paura e di disperazione che alimentiamo ancora nelle nostre profondità, per aprirli tutti a una vera e radicale bonifica. In quanto le forze distruttive dell’anima non si curano reprimendole o negandole, né tantomeno mascherandole sotto spessi strati di ipocrisia, ma solo lasciandole emergere alla luce di una coscienza benevola e creatrice, capace di utilizzare in modo costruttivo anche le nostre caratteristiche dense di rabbia. Pensiamo a quanto sta emergendo non solo nella Chiesa, per fare degli esempi, ai problemi di pedofilia, allo scandalo dei preti gay, ai tanti femminicidi, alle coppie e famiglie che si disgregano. È il mondo ego centrato e bellico che emerge e che la potenza dell’amore di Dio desidera ardentemente sanare. È quel mondo che non abbiamo mai voluto riconoscere e che abbiamo voluto nascondere sotto la sabbia e che ora si sta tremendamente rivelando. Ma c’è anche un mondo più o meno sommerso, che non appartiene agli scandali, ma fa parte del tessuto della vita di ogni essere umano, di situazioni di profondo disagio, di fragilità umane che ognuno porta dentro di sé e che desidera siano guarite dal Padre della misericordia e finalmente possa rinascere l’umanità nuova delle relazioni, l’umanità capace di trasmettere vita. Ecco, ora può nascere l’umanità che vuole estirpare la bandiera delle tante violenze, delle guerre, dello sfruttamento autorizzato dei popoli poveri, del comportamento aggressivo nei confronti della natura, perpetuati per secoli e in modo palese da tante nazioni che portavano il nome cristiano. Ora, se vogliamo, possiamo estirpare dalla nostra terra quella bandiera e piantarne una nuova: quella della pace, delle relazioni che mettono tutti i popoli nelle condizioni di crescere e svilupparsi, quella che riconosce i diritti di ogni popolo soprattutto degli sfruttati e degli scartati, quella del profondo rispetto della natura e dell’ambiente.

 

Per proseguire più velocemente il viaggio verso questo mondo nuovo, dobbiamo seriamente imparare a pregare.

I padri del deserto amavano parafrasare il passo del vangelo del giovane ricco, applicandolo alla preghiera e a quanto può realizzare nella nostra vita.

Se vuoi pregare veramente, va, vendi tutto quello che hai: distrazioni, paure, rabbia, risentimenti, apri il tuo cuore allo Spirito di Dio e allora potrai pregare veramente. La crisi della fede cristiana è innanzitutto crisi dell’esperienza di Dio, di tutte le pratiche contemplative. Da secoli la Chiesa cattolica sembra impoverirsi in questo ambito. Ma il passaggio mentale che noi predichiamo, la continua metanoia dell’uomo vecchio, implica, se lo vogliamo realizzare per davvero, il costante ed inesauribile spegnimento dei pensieri e degli attaccamenti del nostro io ego-centrato, affinché possiamo ascoltare svuotati, cioè silenziati, la parola che Dio, adesso, e sempre di nuovo in questo presente riconquistato, riplasma la nostra identità, fecondando la nostra sostanza spirituale con i pensieri di Cristo, e solo così  potrà aiutarci a somigliare a lui. Già San Basilio scriveva nel IV secolo: Bisogna cercare di tenere la mente nella quiete. Non è possibile scrivere nella cera se prima non si sono spianati i caratteri che vi si trovano impressi. Allo stesso modo non è possibile offrire all’anima gli insegnamenti divini se prima non si tolgono via le idee preconcette derivanti dai costumi acquisiti. Noi, però, diamo per scontata la fase del silenziamento, della reiterata e ardua rinuncia del nostro vecchio io, e quindi del raccoglimento veramente disponibile all’ascolto, rischiando così di far pronunciare proprio all’ego di sempre preghiere che non lo mutano affatto, ma anzi lo consolidano nella sua alienazione. E non è proprio questa la tragedia di tutta la storia dell’occidente cristiano? L’affermazione di un cristianesimo senza conversione? Scrive Andrè Louf: Lo stato di grazia significa, a livello del cuore, stato di preghiera. Là, nell’intimo più profondo di noi stessi, siamo dal nostro battesimo in contatto continuo con Dio. Lo Spirito Santo di Dio si è impadronito di noi, si è completamente impossessato di noi: si è fatto il respiro del nostro respiro, lo Spirito del nostro spirito.

La preghiera autentica, infatti, è l’espressione della fede, sono le parole che lo Spirito pronuncia in noi e che noi facciamo nostre, dando loro credito, e divenendo così noi stessi il Figlio che prega, il nuovo io procreatore e salvatore del mondo. Senza questa esperienza orante della fede la stessa liturgia rischia di trasformarsi in una commedia noiosa e ripetitiva cui giustamente nessuno vuole più assistere. Anche Joseph Ratzinger ci viene in aiuto quando precisava nel 1989 nel documento Orationis formas della Congregazione per la Dottrina della Fede: “Autentiche pratiche di meditazione provenienti dall’oriente cristiano e dalle grandi religioni non cristiane, che esercitano un’attrattiva sull’uomo di oggi diviso e disorientato, possono costituire un mezzo adatto per aiutare l’orante a stare davanti a Dio interiormente disteso, anche in mezzo alle sollecitazioni esterne”.

Dobbiamo imparare a pregare con tutto il nostro essere, con la mente e con il corpo, con il respiro e con il cuore, affinché possiamo realizzare più compiutamente lo stato di grazia della vera preghiera. C’è ancora tantissima strada da fare in questa direzione; incombe ancora su di noi e in tanta pastorale, un immane pregiudizio che continua ad avvilire e a sminuire la bellezza e il mistero stesso del corpo. Dobbiamo dissolvere queste nuvole nere e tristi che ci schiacciano, e liberare lo spirito gaudioso dell’iniziazione cristiana, la sua infinita capacità di dilatare il cuore e di donare a tratti anche al corpo, e perfino a quello più ferito, la gioia segreta della sua eterna gloria.

 

E allora possiamo diventare Chiesa-comunità

Questo è il nostro grande sogno, che rinnovati come persone e come presbiterio possiamo accingerci a realizzare, pur sapendo del percorso lungo e faticoso, ma anche emozionante, che ci attende. Si tratta di uscire dal modello societario che privilegia su tutti il ruolo del ministro ordinato, in una concezione di diseguaglianza tra i membri della Chiesa. In positivo si tratta di progettare e realizzare il modello comunitario che privilegia la fusione degli intenti, le relazioni vitali, la cooperazione organica tra tutti, in una concezione di uguaglianza tra i membri della Chiesa. Per vivere un’autentica comunione è necessario acquisire una mentalità rinnovata e acquisire uno stile di vita che la esprima nella dimensione concreta della fede e della spiritualità. Si tratta di mettere al centro dell’esperienza ecclesiale non tanto le cose sacre, quanto i soggetti santi, ossia i credenti, in quanto amati da Dio, da lui scelti per costituire la sua Chiesa, l’assemblea degli eletti.

Questa è la spiritualità della Chiesa, è il suo elemento costitutivo che possiamo vivere quando accogliamo e manifestiamo l’amore trinitario che ci fa chiesa, unione con gli altri nella verità e nell’amore che Cristo ci manifesta da parte del Padre nello Spirito.

Nei nostri ritiri di quest’anno approfondiremo l’esperienza della Celebrazione Eucaristica. Ci auguriamo che diventi sempre meno rito, sempre più esperienza di accoglienza, di rivelazione del Dio con noi, di misericordia, di rinascita, di festa gioiosa della comunità che, finalmente, nella gioia di stare insieme, incontra il suo Signore risorto.


“Duc in altum!” – Plenum con i sacerdoti diocesani

Incontro del vescovo Giuseppe con i sacerdoti – Aula Magna del Seminario diocesano

“Duc in altum!” disse Gesù a Pietro sulle rive del lago di Galilea. In questo tempo nuovo che si apre davanti a noi, il tempo di un dopo pandemia che si sta delineando anche se ancora incerto, vogliamo sentire per noi queste parole di Gesù, Duc in altum: Chiesa di Cerreto Sannita–Telese– Sant’Agata de’ Goti prendi il largo, non restare ferma negli orizzonti in cui ci ha confinato la pandemia, non restare confinata negli orizzonti di sempre del prima della pandemia, non rimanere prigioniera di abitudini: prendi il largo, alza le vele per farti portare dove lo Spirito chiede. Abitudini, pigrizia, rassegnazione, tristezza, possono diventare zavorra che spingono a non uscire fuori dove il Signore chiede ed attende. Tutti dobbiamo “prendere il largo”. Questo richiede una decisione chiara e un impegno nuovo. Restare fermi è una tentazione sottile e, quindi, più pericolosa. È facile per i sacerdoti pensare che si fa già tanto; e è anche vero che si lavora davvero molto. Ed è altrettanto facile per i fedeli, presi dai ritmi della vita, nascondersi dietro la pigrizia che ha preso la vita di tanti, soprattutto con la pandemia.

“Cosa posso fare di più ?” Rispose così anche il giovane ricco: “Ho sempre osservato tutte queste cose” (Mt 19,20). Ma Gesù chiedeva di andare oltre. Quel giovane, invece, convinto di aver fatto tutto scelse di restare com’era, e se ne andò via triste. Ma questo tempo che abbiamo vissuto, non trovi una chiesa spenta,  una Chiesa triste, perché convinta di aver fatto tutto il possibile o rassegnata perché di fronte ad una società diversa, difficile, smarrita, disincantata. Ecco perché sentiamo oggi “Duc in altum!”

Io credo che questo tempo nel quale siamo entrati, che abbiamo iniziato, non è solo un cambio di calendario; è soprattutto una vocazione, una chiamata. Questo tempo  ha bisogno di ricevere il Vangelo e il Signore ci chiama a gettare con abbondanza il seme della Sua Parola perché il nuovo tempo riceva una energia nuova di pace, di amore, di solidarietà, di futuro e di speranza. Non importa perciò se sino ad ora abbiamo “faticato tutta la notte senza aver preso nulla”, come rispose Pietro; ma neppure è più sufficiente dire che in fondo, come sempre, stiamo facendo il nostro dovere, che abbiamo portato avanti il nostro lavoro. Il Vangelo ci esorta a ripetere con Pietro: “Sulla tua parola getterò le reti!” E noi, con obbedienza umile ma decisa, le reti, le gettiamo. E le gettiamo a partire dalla Messa della Domenica.

Vogliamo partire da questo che è il nostro specifico. La messa è il cuore della nostra vocazione, è il motivo per cui siamo diventati preti. Uomini della liturgia, discepoli che preparano la mensa per sé e per tutti gli invitati alla mensa del Signore.

Papa Francesco ha invitato tutta la Chiesa a interrogarsi sulla sinodalità: un tema decisivo per la vita e la missione della Chiesa. Ne terremo conto in quest’anno che si apre davanti a noi, convinto che la sinodalità non è solo una strategia pastorale, o una organizzazione diversa delle cose di sempre, ma Sinodalità, alla luce del vangelo è e deve essere soprattutto fraternità che si fa azione comune. La fraternità è il presupposto di ogni azione pastorale senza la quale diventiamo operatori anche bravi, ma operatori. Ma noi non siamo operatori, noi siamo fratelli, uniti nell’unico sacerdozio che è quello di Cristo. Forse siamo ancora troppo condizionati dai rapporti umani, da simpatie, antipatie, giudizi, pregiudizi, ma noi siamo fratelli in Cristo. Lo siamo certo attraverso il Battesimo, lo siamo ancora di più per il dono del sacerdozio.

Duc in altum: Quest’anno ci fermeremo sulla Liturgia Eucaristica domenicale non come un aspetto, certamente importante ma parziale, della vita della nostra Chiesa diocesana. No, l’Eucaristica domenicale costituisce il cuore stesso della nostra Chiesa: è ciò che la fa vivere e che le da forza; è ciò che le da gioia e che la sostiene nella testimonianza del Vangelo; è ciò che la forma come famiglia e che le permette di essere l’anima della società. Il dopo pandemia credo ci chiede di recuperare, di far brillare la liturgia della Domenica come momento di festa e di gioia di una Comunità che si raccoglie attorno alla mensa del Signore. Una Comunità, non tanti individui che entrano tali e che escono tali. La liturgia della domenica è dono di Dio che si ribella al nostro individualismo, non lo accetta e che quindi non rinuncia a raccoglierci perché impariamo ad essere una famiglia, parte del popolo di Dio. Non individui, ma persone che si sentono uniti gli uni agli altri. Vogliamo “prendere il largo” a partire dalla Liturgia Eucaristica domenicale. E sappiamo bene di non partire a vuoto e alla cieca. L’evangelista Luca, subito dopo la risposta di Pietro, nota: “e avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano”. Questa certezza che ci viene dal Vangelo è la nostra forza.

“Prendere il largo” non vuol dire, ovviamente, partire da zero. La nostra Chiesa diocesana con i miei predecessori, ultimo il nostro caro don Mimmo, che in ogni occasione sempre ringrazio per tutto quanto fatto e seminato prima di me, sempre ha compiuto un notevole cammino alla luce del Concilio vaticano II. E il mio pensiero, in modo particolare va, pieno di gratitudine, ai nostri vescovi che hanno vissuto e accolto il Concilio. In particolare a Mons. Leonardo, vescovo dal 1957 al 1991 che ha vissuto il tempo del Concilio ed il post-concilio con le sfide di una novità che ha fatto fatica all’inizio ad essere accolta. Ma poi dopo di lui Mons. Paciello, Mons. De Rosa, Mons. Battaglia. Soprattutto all’inizio si trattò di un difficile e doloro passaggio da una tradizione secolare al nuovo che il Concilio chiedeva. Nella Chiesa di Napoli da cui provengo, ci fu una vera e propria emorragia di sacerdoti che lasciarono.

Come non ricordare però anche tutti i sacerdoti che, con zelo e fedeltà alla celebrazione eucaristica, hanno trasmesso il mistero della Eucarestia di generazione in generazione? La loro memoria sia di benedizione per il nostro cammino.

Coloro che ricordano com’era la Messa prima del  Concilio Vaticano II sanno bene quanta strada sia stata fatta. E tuttavia molta ne resta ancora da fare per gustare e vivere appieno il dono che la Liturgia rappresenta per la comunità cristiana.

La Costituzione sulla Liturgia emanata dal Vaticano II, la Sacrosanctum Concilium, fu il primo documento firmato dai Padri conciliari, quasi segno di una priorità che lo Spirito mise nel cuore dei Padri Conciliari. Questo documento conciliare sarà l’orizzonte nel quale si inseriranno queste nostre riflessioni.

Ci troveremo ad approfondire il senso della festa e della liturgia, della celebrazione comunitaria attorno alla mensa della Parola e dell’Eucarestia, del cammino di fede costituito dall’anno liturgico E ancora: “L’Eucarestia nel Giorno del Signore resta l’antidoto più naturale alla dispersione” e “il luogo privilegiato dove la comunione è costantemente annunciata e coltivata”.

Guardiamo le nostre celebrazioni domenicali. Rispondono a questo ideale? Ogni parrocchia e comunità conosce le proprie, o meglio, ciascuno conosce la sua Messa. La pandemia ha rallentato  la partecipazione dei fedeli all’eucarestia domenicale e reso problematica ogni attività pastorale. Non metto in dubbio che da molte parti questo possa essere vero e che il protrarsi dell’emergenza sanitaria ci metta a dura prova. Mi chiedo però quanto serva insistere con le lamentazioni o se non serva, piuttosto, ricominciare a fare con cura le cose che contano. Rimettere al centro le poche cose che valgano veramente. Togliere l’inutile ed accudire l’essenziale.

Che vuol dire cura liturgica (che non è estetismo), predicazione accurata (che non è moralismo), vicinanza alle persone (che non è verbalismo).

Una comunità cristiana non preoccupata dei numeri, piuttosto preoccupata, più che di sé, di seguire la verità del Vangelo che sta sempre davanti. Non dietro o, peggio, in tasca. Mi torna spesso alla mente il Vangelo secondo Matteo di Pasolini: Cristo in questo splendido film è ripreso spesso di spalle. È lui che cammina avanti. Anche in questo tempo. Tempo di semina e di grazia. Nonostante tutto. Nonostante noi.

La nostra Chiesa diocesana non è certo l’unica in Italia a registrare livelli molto bassi di “praticanti regolari”, ma pur essendo bassa la partecipazione, è molto alto il livello di identificazione religiosa: la maggioranza si dichiara comunque cattolica. Questo porta a dire che il nostro cattolicesimo è un cattolicesimo a larga diffusione ma a bassa intensità: insomma, la grande maggioranza si professa cattolica ma solo pochi partecipano alla Messa domenicale.

In questo anno pastorale in tutte le parrocchie, nei gruppi, nei movimenti, negli istituti religiosi, in tutti i luoghi di culto, vorrei si aprisse  un grande e prolungato “esame di coscienza” sulle Messe della Domenica. È molto  ancora radicato il senso devozionale e individuale della Messa domenicale, che va a scapito di una concezione comunitaria; una  concezione privatistica della liturgia. È necessario che la Messa sia una vera esperienza di incontro con Dio e con i fratelli. Ovviamente non è solo questione di riorganizzare i riti e di abbellire i luoghi, cose peraltro urgenti e necessarie, ma di rinnovare nella nostra vita il senso vero della Liturgia Eucaristica domenicale per la propria vita e per quella dell’intera comunità. La posta in gioco, infatti, è alta: ne è della santità stessa di ciascun credente e della stessa comunità diocesana. E, mi permetto di aggiungere, anche della salvezza delle nostre città.

La Liturgia Eucaristica della Domenica non è una delle pratiche di pietà personali. È molto, molto di più: è la fonte della santità e della salvezza per i credenti e per il mondo. Vogliamo essere un popolo che prega incessantemente, un popolo che fa della Liturgia Eucaristica il luogo prioritario della sua crescita spirituale ed umana. Non temo di esagerare affermando che la santità della Chiesa di Cerreto Sannita – Telese – Sant’Agata de’ Goti (e di ciascuno di noi), e la salvezza della nostra terra, si giocano a partire dalla Liturgia Eucaristica domenicale.

Credo si possa dire, pertanto, che la Messa domenicale resta il cuore della nostra Chiesa e della nostra terra. Tutte le nostre attività pastorali confluiscono nella messa della Domenica.

La vita triste e a volte violenta delle nostre terre è legata anche all’assenza o alla fiacchezza delle Messe domenicali. Tutti abbiamo bisogno del giorno della risurrezione, del giorno della festa, del giorno dell’amicizia e del perdono, del giorno in cui è possibile vedere le “primizie dello Spirito”. L’apostolo Paolo parla di tutta la creazione che “geme e soffre nelle doglie del parto”(Rm 8,22). Ebbene, la Liturgia Eucaristica domenicale è ciò che maggiormente mostra alla nostra terra la “presenza di Dio”, ciò che maggiormente le rivela il “senso di Dio” e, di conseguenza, ciò che con più vigore la spinge ad essere una “terra nuova”.

Una  Domenica scialba, come tante volte sono le nostre Domeniche, sbiadisce la gioia e mostra una Chiesa fiacca e avara che non è fermento di vita nuova.

Si potrebbe tuttavia affermare che, nonostante le nostre manchevolezze, la Liturgia Eucaristica domenicale continua la sua opera di redenzione del mondo, un po’ come quel seme – di cui parla il Vangelo – il quale, una volta gettato dal padrone nel campo, opera sia che noi vegliamo sia che noi dormiamo (Mc 4,26). Un autore russo, forse pensava proprio a questo, quando scriveva della celebrazione della Eucaristia nella sua terra: “se la società non è ancora totalmente sgretolata, se gli uomini non nutrono ancora un odio assoluto gli uni per gli altri, la causa segreta di ciò è la celebrazione dell’Eucarestia”.

E allora quest’anno che si apre davanti a noi chiedo a tutti di vivere questa tensione del cuore: non si tratta di fare qualcosa in più, ma di ricomprendere meglio quello che già facciamo.

Ci soffermeremo allora nei nostri incontri mensili, da un lato ad approfondire il cammino sulla sinodalità che la chiesa universale vivrà, ma poi ci soffermeremo volta per volta sui vari aspetti della liturgia: i canti, la predicazione, l’accoglienza, le letture, i silenzi, il raccoglimento…

…E adesso se ci sono domande da fare…

† Giuseppe, vescovo


Curare le relazioni al tempo della ripresa

Lettera della Presidenza CEI a tutti i Vescovi all’inizio del nuovo anno pastorale

Non può esserci azione pastorale della Chiesa senza la cura delle relazioni. Nel tempo della pandemia, proprio nei periodi più bui, abbiamo scoperto che l’essenziale è proprio la relazione: tra operatori pastorali, con i ragazzi e le loro famiglie, con le persone sole… Per salvaguardare questa esigenza primaria abbiamo imparato a utilizzare nuovi modi e strumenti per comunicare: social media, streaming, etc. Anche se le attività pastorali sono ancora condizionate dalle giuste e dovute attenzioni per contenere il rischio di contagio dal virus, la campagna vaccinale – tuttora in corso nel Paese – permette di far tornare all’ordinario quanto finora previsto come straordinario o emergenziale. Ovviamente, dove ricorrono le condizioni di sicurezza: è importante non far mancare ai fedeli quei gesti di preghiera, partecipazione e speranza che testimoniano la vicinanza della Chiesa in questo tempo così particolare. Per questo, anche la trasmissione in streaming della Messa può essere stata un aiuto in tempo di emergenza, nell’ottica di una prossimità più familiare e comunitaria, ma certamente non è da ritenere una soluzione, e neanche un’alternativa in tempo di non emergenza.

La cura delle relazioni

Il Vangelo è annunciato nella cura delle relazioni: Gesù testimonia l’amore del Padre ai malati che incontra, ai peccatori che perdona, ai discepoli che chiama. Gesù annuncia la vicinanza del Regno di Dio con la sua prossimità a coloro che sono scartati ed emarginati. Lo stile di cura del Signore è per la Chiesa un appello ad alimentare relazioni di solidarietà, comunione e attenzione verso tutti, soprattutto i più deboli. In questo periodo ci accorgiamo anche di quanto la pandemia abbia inciso sulla rete di relazioni ecclesiali, di quanto la distanza e il confinamento abbiano messo a rischio la tenuta del tessuto comunitario: nonostante i lodevoli sforzi e la creatività pastorale di molti, si avverte come le relazioni “mediate dal digitale” non possano avere sempre quello spessore umano e quell’intensità corporea ed emotiva necessari a costruire rapporti fraterni ed evangelici. La ripresa delle attività pastorali invita, nella necessaria prudenza e nel rispetto delle normative vigenti, ad avere un surplus di cura delle relazioni perché il ritorno “in presenza” non avvenga semplicemente con i tempi e i metodi pastorali a cui eravamo abituati, ma diventi un’occasione per mettere al centro ancora di più l’incontro tra le persone, luogo in cui si realizza l’incontro tra Dio e l’umanità, tra il Signore e la sua Chiesa, nell’annuncio della Parola, nella celebrazione dell’Eucaristia e nella condivisione tra i fratelli. Vanno in questa direzione il progetto per gli adolescenti “Seme diVento”, proposto dal Servizio Nazionale per la pastorale giovanile, insieme all’Ufficio Catechistico Nazionale e all’Ufficio Nazionale per la pastorale della famiglia, e il testo che ha predisposto l’Ufficio Catechistico Nazionale proprio in vista della ripresa delle attività di catechesi.

La relazione pastorale è attenzione alle persone

Nella cura della relazione pastorale non deve mai mancare l’attenzione massima alle persone che s’incontrano e che s’intende servire come operatori. Tale attenzione diventa gesto di amore anche attraverso la scelta di vaccinarsi. Papa Francesco, nel videomessaggio ai popoli dell’America Latina del 18 agosto 2021, ha ricordato che «vaccinarsi, con vaccini autorizzati dalle autorità competenti, è un atto di amore. E contribuire a far sì che la maggior parte della gente si vaccini è un atto di amore. Amore per sé stessi, amore per familiari e amici, amore per tutti i popoli». Anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, intervenendo il 20 agosto 2021 alla sessione di apertura della 42ª edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli, ha sottolineato che «il vaccino è lo strumento più efficace di cui disponiamo per difenderci e per tutelare i più deboli e i più esposti a gravi pericoli».  

Un appello alle coscienze

Il tema della vaccinazione, come noto, rientra nella più ampia materia della tutela della salute pubblica ed è affidato alle competenti autorità dello Stato. Finora l’obbligo vaccinale riguarda solo alcune circoscritte categorie di lavoratori. La normativa civile attuale non prevede l’obbligo vaccinale né richiede la certificazione verde per partecipare alle celebrazioni o alle processioni né per le attività pastorali in senso stretto (catechesi, doposcuola, attività caritative…).

Resta fondamentale mitigare i rischi di trasmissione del virus, che è ancora pericoloso, specialmente nelle sue varianti. Per questo è bene continuare a osservare le misure di protezione finalizzate alla riduzione del contagio, quali l’uso delle mascherine, il distanziamento fisico e l’igiene costante delle mani. La prevenzione di nuovi focolai passa, infatti, attraverso l’adozione di comportamenti responsabili e un’immunizzazione sempre più diffusa.

La tematica è complessa e la nostra riflessione dovrà rimanere aperta. L’appello del Papa, tuttavia, interpella le coscienze di tutti e, soprattutto, di chi è impegnato nell’azione pastorale delle nostre comunità. Siamo, dunque, chiamati a rispondere per primi a “un atto di amore” per noi stessi e per le comunità che ci sono affidate. Facciamo quanto è nelle nostre possibilità perché le relazioni pastorali riprendano nella cura vicendevole e, specialmente, dei più deboli. Facciamolo come atto di risposta al mandato del Signore di servirci gli uni gli altri, come lui si è fatto nostro servo; come segno di accoglienza del suo invito a prenderci cura gli uni degli altri, come lui si è preso cura di noi.

Alcune linee operative 

Ci sono alcune attività pastorali che possono esporre a un particolare rischio di contagio o perché svolte in gruppo (come la catechesi) oppure per la loro stessa natura (come le attività coreutiche). La cura delle relazioni chiede d’incentivare il più possibile l’accesso alla vaccinazione dei ministri straordinari della Comunione Eucaristica; di quanti sono coinvolti in attività caritative; dei catechisti; degli educatori; dei volontari nelle attività ricreative; dei coristi e dei cantori.

Pertanto, le Conferenze Episcopali Regionali e ciascun Vescovo, sentiti i Consigli di partecipazione, possono formulare messaggi o esortazioni per invitare alla vaccinazione tutti i fedeli e, in particolar modo, gli operatori pastorali coinvolti nelle attività caratterizzate da un maggiore rischio di contagio, come quelle elencate. Per contribuire a una maggiore e più efficace informazione, in questa fase potrebbe essere opportuno promuovere incontri con esperti che possano offrire spiegazioni e delucidazioni sul tema delle vaccinazioni.

Ovviamente, rimane inalterata la facoltà di ogni singolo Vescovo di definire criteri che consentano di svolgere le attività pastorali in presenza, in condizioni di sicurezza e nel rispetto della normativa vigente.

La Presidenza CEI

Roma, 8 settembre 2021
Natività della B. Vergine Maria