Non possiamo vivere senza il Signore, non possiamo vivere senza i fratelli!

Assemblea diocesana per l’apertura dell’Anno Pastorale 2020-2021
02-10-2020

Non possiamo vivere senza il Signore, non possiamo vivere senza i fratelli!

Assemblea diocesana per l’apertura dell’Anno Pastorale 2020-2021

2 e 3 ottobre 2020

Abbiamo vissuto la riapertura delle nostre chiese ma sapevamo che la ripresa del cammino non sarebbe stata automatica né tantomeno facile. Abbiamo ritrovato la gioia di incontrarci, di guardarci negli occhi, ma sentiamo tutta la difficoltà per ciò che non ci viene spontaneo, per la condizione che spesso diventa limite, impedimento, per la paura che spesso ci immobilizza. Continuano le norme per il distanziamento, continua la prudenza, la responsabilità chiesta a ciascuno per la cura della vita dell’altro, soprattutto per quella dei più fragili, delle persone già segnate dalla malattia, per le persone anziane.

Viviamo un momento delicato in cui non è scontato pensare il futuro come ricostruzione, rinnovamento, in cui non è scontato rendersi conto che non sarà semplicemente un riprendere a fare le cose di prima. Sappiamo che le nostre comunità sono segnate dal disagio lavorativo, economico, sociale. È una sfida grande per la Chiesa, un tempo in cui fare esperienza nuova dell’amore di Dio che non viene meno e a cui rispondere concretamente oggi, con il nostro sì. Anche nel cammino pastorale c’è una profonda trasformazione da operare, prima di tutto in termini di disponibilità al cambiamento, ad una conversione da vivere nella trasparenza dei criteri, nelle finalità condivise. Questo tempo ha fatto emergere con più evidenza tutte le problematiche pastorali, teologiche e spirituali con cui la Chiesa si confronta da decenni. Questa pandemia ci costringe a ripensare la pastorale e ad accelerare quel rinnovamento prospettato dal Concilio e continuamente sollecitato da Papa Francesco, il quale ci dice, in molti modi, di ripensare le pratiche pastorali in nome di un cambiamento d’epoca che stiamo vivendo e nella direzione di una Chiesa “in uscita”.

Il Papa nella meditazione di quel venerdì santo che è rimasto impresso in tutti noi, dopo aver descritto quanto stava accadendo con l’immagine evangelica della “tempesta”, aggiunge: «Signore, tu ci rivolgi un appello, un appello alla fede. (…) Ci chiami a cogliere questo tempo come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di te, Signore, e verso gli altri». Siamo invitati a rivedere “le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità”, a livello personale, sociale, ecclesiale.

Condividiamo con l’umanità intera un tempo importante, irrinunciabile, di purificazione del cuore, di richiamo all’essenzialità e alla verità dei rapporti, alla giustizia nella strutturazione delle relazioni, nel nostro giudicare e agire. È tempo di scegliere e di ripensare un rinnovamento strutturale che duri nel tempo e che costruisca il futuro. È arrivata l’ora di crescere in modo sano, secondo uno sviluppo integrale di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. La Dottrina sociale della Chiesa non smette di richiamare la responsabilità di ciascuno per il bene comune, la responsabilità soprattutto di chi governa e decide e ha in mano le sorti delle nuove generazioni, del nostro futuro. Afferma papa Francesco nella “Laudato si’”, al n. 189: “Oggi, pensando al bene comune, abbiamo bisogno in modo ineludibile che la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana. (…) In definitiva, ciò che non si affronta con decisione è il problema dell’economia reale, la quale rende possibile che si diversifichi e si migliori la produzione, che le imprese funzionino adeguatamente, che le piccole e medie imprese si sviluppino e creino occupazione, e così via”. Qui apro una parentesi: quest’anno l’enciclica del 2015, Laudato si’, di Papa Francesco, attraverserà il lavoro di tutti gli Uffici diocesani.

 

Tempo di riconciliazione, tempo favorevole…

Condivisione delle finalità e cambiamento strutturale dovranno essere le nostre coordinate per costruire nuove direttrici di azione, perché quelle che chiamiamo “nuove” fragilità, e sappiamo che tanto nuove non sono, diventino i soggetti del possibile reale cambiamento. In questo momento penso anche ai giovani, alle famiglie giovani, ai giovani e piccoli imprenditori. Non perdiamo il coraggio, la speranza, il desiderio di credere nei nostri sogni, nella realizzazione della vita che ci è affidata, dei figli, del nostro territorio. È importante che coloro che sono direttamente coinvolti nell’evangelizzazione si facciano carico della lettura delle nostre comunità. La vostra presenza e il vostro impegno non sono marginali!

Mi sono fermato spesso a pregare per tutti voi contemplando Gesù nel deserto. In questo deserto continuiamo a esserci tutti. Dobbiamo ricordare che il deserto non è il luogo della desolazione e dell’abbandono ma, come lo è stato per Gesù, è il tempo in cui prendere coscienza di ciò che accade fuori di noi e dentro di noi, tempo dell’ascolto e del silenzio, della contemplazione dei volti, della memoria degli incontri, tempo privilegiato dell’incontro con Dio e con il suo desiderio che il mondo viva. Un tempo di discernimento, di preghiera. Il tempo dello Spirito, che apre il cuore e la mente, che intenerisce, infonde coraggio, dona luce. Gesù nel deserto fa una scelta che segna definitivamente la sua missione: comprende la sua incarnazione come solidarietà con l’uomo fino in fondo. Forse tutti quanti noi siamo chiamati a questa unica scelta fondamentale.

Se in Gesù abbiamo riconosciuto il dono di comunione, siamo anche consapevoli che ci è possibile accoglierlo e vivere e camminare secondo i criteri di una comunione possibile sulla terra. È Dio che ha scelto noi, che ci chiama a camminare con Lui, che ci invia a costruire comunione. Il Signore chiede proprio ora, a ciascuno di noi, come a Pietro e ai suoi compagni: “Calate le reti per la pesca!”.

Facciamo memoria insieme della Pasqua che ha fatto parte di questo tempo difficile che abbiamo vissuto nell’isolamento del lockdown. Una condizione che ha unito tutti, accentuando però le differenze già presenti, dalle quali il Signore non ci tira fuori, viene Lui dove siamo, viene nel deserto, nella tempesta, nella malattia, nella disperazione. In questa condizione egli ci ricorda che è ancora possibile vivere nella reciprocità. Quest’ultima non è automatica, non riguarda i bei progetti, ma la vita, e passa attraverso ciò che ci sta davvero a cuore.

La nuova alleanza, reciprocità possibile, donata da Gesù, si compie nella misericordia raccontata dal discepolo dalla parte dell’uomo, dei più deboli, dei fragili, dei peccatori. È la via del perdono che è via di comunione con Lui e con i fratelli. Lasciamo che questo tempo diventi tempo di riconciliazione, tempo favorevole in noi e tra noi!

Per questo non possiamo esimerci dalla cura della spiritualità che è prima di tutto cura della fraternità, nelle relazioni, nella preghiera. È importante che Cristo torni ad essere il centro della nostra vita. Siamo davvero consapevoli, come Chiesa, come popolo di Dio, che è la fraternità a favorire la comunione in noi e intorno a noi? Impegniamoci tutti con gioia, con ritrovato entusiasmo, perché la fraternità vissuta nella dimensione sacerdotale, nella vita delle nostre comunità parrocchiali, nelle nostre stesse famiglie, possa diventare segno di contraddizione, provocazione, invito a vivere la solidarietà, la carità, come ricerca di giustizia, di bene.

 

Il dono di riscoprirci fratelli

Carissimi sacerdoti, carissimi operatori pastorali, abbiamo veramente nel cuore questo desiderio di comunione? Chiediamo al Signore il dono di riscoprirci fratelli! Preghiera e servizio sono due realtà inscindibili. La formazione spirituale non può più essere slegata dalla cura per una prossimità reale, vissuta come senso.

Proprio in epoche come queste lo Spirito Santo ha suscitato nuovi santi, iniziative inedite, modelli nuovi di vita pastorale. La nostra diocesi ha un forte riferimento in questo senso in S. Alfonso Maria de’ Liguori. Era da circa due anni stato eletto vescovo di Sant’Agata de’ Goti quando una terribile carestia colpì tutta l’Italia con una strage di innocenti fatti esclusivamente di poveri. Era l’anno 1764. Alcuni storici dicono che alla fine della carestia si contarono più di 200 mila morti. La carestia giunse inaspettata a ridosso di due annate che fornirono raccolti piuttosto insoddisfacenti.

Cosa fece Sant’Alfonso nel tempo di fame? Non si perse d’animo e progettò iniziative d’ogni specie per comprare cereali, distribuire farina, aiutare i poveri a non morire. Il vescovo di Sant’Agata convinse preti, canonici e autorità cittadine, ad autotassarsi per accendere mutui e comprare grano in favore dei poveri. Per far fronte alla fame, vendette pure due anelli preziosi, la croce pettorale d’oro, servendosi poi di una d’argento indorato nelle funzioni liturgiche. Si disfece, in seguito, delle ricche posate, dicendo: «Bastano a noi quelle di ottone». Gli restava la carrozza, necessaria per muoversi nella diocesi: non fece passare troppo tempo che la vendette, nonostante i ripetuti dinieghi del vicario e dei canonici, diceva: «San Pietro era Papa e non andava in carrozza, ed io non sono da più di San Pietro». Nella Vita di Sant’Alfonso troviamo scritto che, passato il tempo terribile della carestia, Sant’Alfonso si prodigò molto per far distruggere o annullare parecchi contratti illeciti e usurai: «Per ottenere ciò, chiamò a sé e ammonì con paterna carità i mercanti e i proprietari, i quali, bisogna pur dirlo a loro lode, non furono sordi alle parole di lui». Se ci pensiamo bene, quanto vissuto da Sant’Alfonso non è molto distante da ciò che viviamo oggi: penso alla nostra terra, ai papà senza lavoro, ai giovani costretti a lasciare il proprio paese in cerca di un lavoro; penso a quanti lavoravano in nero ed hanno perso il lavoro e a quanti continuano a lavorare in nero ad orari disumani pur di portare un tozzo di pane a casa; penso alle lacrime di chi, in un ultimo gesto disperato, si è affidato alle mani di usurai che gli tolgono il sonno ed il respiro; penso a chi non trova il coraggio di denunciare per paura di ripercussioni sulla vita propria e delle persone care. Tutto questo, fratelli e sorelle, accade anche qui, in questa nostra terra. Non è lontano da noi. È più vicino di quanto possiamo immaginare. E ciascuno di noi è chiamato a fare la sua parte e ad essere segno di speranza per la vita dell’altro.

 

I volti concreti di una Chiesa povera

Mi preme ricordare un nome, prima a noi sconosciuto, Don Roberto, un sacerdote di Como, chiamato dai giornali “il prete degli ultimi”. Un uomo che non si adoperava per se stesso ma per servire con la sua vita la vita degli scartati da una società logorata dall’ingiustizia, dalla disuguaglianza, dalla discriminazione. Un uomo che ha servito Dio servendo gli ultimi. Una persona cara ai poveri, agli immigrati, alla sua comunità, alla Chiesa intera. Morto per mano di un fratello povero. Un segno che lascia in noi una domanda a cui dobbiamo rispondere, una inquietudine che non può sopportare rassegnazioni, che non si può accontentare delle opere buone ma che spinge ad allargare l’orizzonte, a chiedere un cambiamento reale, concreto, che interroghi le istituzioni e intervenga nella strutturazione sociale, globale. Un segno forte, la vita di don Roberto, che annuncia una riconciliazione che passa solo attraverso la consegna di sé. È questo consegnarsi che parla oggi al mondo, alla storia, di un Dio che ha compassione dell’uomo, che scende, si incarna ancora. Quanta speranza ha aperto il suo martirio! Don Roberto ha indicato nel cielo quell’arcobaleno di giustizia e di pace che da parte di Dio non è venuto e non verrà mai meno. Quanti don Roberto nella Chiesa e nel mondo! Quanti crocifissi ci chiedono oggi la liberazione! Sono i volti concreti di una Chiesa povera, samaritana. Una Chiesa capace di ascolto. Una Chiesa che si incontra per strada, tra la gente. Una Chiesa in cui gli ultimi si sentono realmente accolti. Una Chiesa ospedale da campo, aperta a tutti. Una Chiesa che così annuncia il Risorto: non possiamo vivere senza il Signore, non possiamo vivere senza i fratelli!

Se “è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo. (…) Bisogna conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico. (…) Mentre il mondo avverte così lucidamente la sua unità e la mutua interdipendenza dei singoli in una necessaria solidarietà, violentemente viene spinto in direzioni opposte da forze che si combattono; infatti, permangono ancora gravi contrasti politici, sociali, economici, razziali e ideologici” (Gaudium et spes, 4).

 

Un nuovo incontro con il Vangelo

Chiediamoci insieme come proporre un nuovo incontro con il Vangelo, come aiutare a superare le rassegnazioni, a riconoscere i passi possibili insieme, a rinnovare il tessuto comunitario delle nostre parrocchie tornando a prendere in mano la Parola di Dio e a vivere la bellezza dell’Eucaristia. I fedeli vanno cercati uno per uno, con la discrezione necessaria, ma anche con la cordialità e l’interessamento sincero. Abbiamo bisogno di riscoprire la bellezza delle relazioni all’interno delle nostre comunità, tra coloro che frequentano, che collaborano… Abbiamo bisogno di creare in parrocchia un luogo dove sia bello trovarsi. E che ciò traspaia all’esterno, a quelli che compaiono qualche volta per far celebrare i sacramenti. A voi, miei cari sacerdoti, voglio dire che, soprattutto in questo tempo, è emersa una forte domanda di ascolto che va recepita. Vi prego, accoglietela. Chiediamo allo Spirito di farci tornare in comunità, non per riprendere il ritmo forsennato delle tante attività ma per curare meglio la qualità delle relazioni. Per diversi mesi non abbiamo potuto vivere la normalità del nostro essere gente di Chiesa: niente Messe, niente catechesi, niente prove di canto, niente riunioni di ragazzi e giovani, di giovani sposi, niente attività di oratorio, niente feste parrocchiali, ma era nelle case che stava succedendo qualcosa di veramente buono ed è da lì che dobbiamo ripartire. Abbiamo scoperto la preghiera in famiglia; non abbiamo mai visto tanta gente pregare in famiglia come in questo tempo. Dobbiamo riconoscerlo: come Chiesa ci siamo concentrati, nel passato, solo sulla Messa, a cui è abbastanza facile “assistere”; senza Messa non sappiamo più cosa dire al Signore! Solo Messa, e niente più? Tutto Messa? Certo, la Messa è il culmine, la forma più perfetta della preghiera cristiana, ma non esiste solo la Messa!

Abbiamo reciprocamente il compito di riconoscere e recuperare la bellezza del sacerdozio battesimale. Ma le nostre comunità sono in grado di pregare con la Parola? Le abbiamo educate alla riflessione sulla Parola di Dio?

In questo tempo, bella è stata la forza della carità che si è vissuta nella nostra Chiesa. Si è sviluppata davvero la “fantasia della carità”. Quanti progetti portati avanti, quanti aiuti: alle famiglie bisognose, alle parrocchie, rafforzando le Caritas e, non ultimo, con la creazione di un fondo di solidarietà. Però deve essere chiaro che “la Chiesa non è una ONG”: l’attività delle comunità cristiane, cioè, non si fonda semplicemente su motivi filantropici e umanitari; si fonda sulla fede nella parola di Dio, sulla forza della celebrazione eucaristica e dei sacramenti, sull’accoglienza e la valorizzazione dei doni dello Spirito Santo.

Dio entra nel nostro cuore attraverso le ferite aperte della nostra umanità. Le persone hanno una grande sete di Dio, della sua Parola, di pastori che sanno percepire le loro ansie, di uomini e donne di Chiesa che riescono a parlare un linguaggio che arriva dritto al cuore. Qualcuno ha detto che la pandemia ha messo in risalto l’immensa nostalgia che i popoli hanno di Dio, e non certo di riti diventati obsoleti. Altrimenti non si può comprendere come durante la quarantena milioni di persone in tutto il mondo si sono collegati alle messe celebrate da papa Francesco a Santa Marta. Un fenomeno mai visto prima. Parole e gesti che sono arrivati dritti nelle case, nel cuore di tutti. Un rito celebrato a partire dalla vita. Giorno dopo giorno, senza stancare. Non basta aprire le chiese per avvicinare il popolo a Dio. I riti, i sacramenti, sono frutto di una vita di testimonianza.

Ascoltare la Parola di Dio è mettersi alla sua presenza, è riconoscerlo vivo nella storia, nel desiderio di bene che attraversa ciascuno di noi. L’Eucaristia sia riscoperta come centro della vita di tutti. Siamo tutti convocati, nessuno può sostituirsi all’altro. Ciascuno si impegni a curare l’Eucaristia domenicale per poterla meglio riscoprire come dono, nella vita personale e nella vita della comunità. I segni del pane e del vino diventino realtà di una fede condivisa e che ci fa corpo. Non è importante solo essere e sentirsi in comunione ma costruirla quotidianamente. Nella gratuità e nello sguardo di fratelli, Dio viene incontro all’uomo.

Papa Francesco ci invita ad una modalità di discernimento. Afferma: “Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale” (Evangelii gaudium, 11).

La condivisione di questa ricerca, il desiderio e la cura del respiro comunitario, siano l’attenzione pastorale centrale in questo tempo di ripartenza. Non ci è chiesto semplicemente di ripartire dalla ri-progettazione, ri-programmazione, ma di farlo senza prescindere da quanto abbiamo vissuto e stiamo vivendo. Mons. Derio Olivero, che ha fatto esperienza della malattia nel tempo della pandemia, continua a ricordare che quello che stiamo vivendo è un tempo di profondo cambiamento e non una semplice parentesi. Abbiamo bisogno di aprire gli occhi su quello che ci sta accadendo: “La pastorale, prima di essere attività, è discernimento, ascolto dello Spirito e ascolto delle domande delle persone” (Per una “lettura sapienziale” del tempo presente).

 

Sul passo di chi fa più fatica

Nella nostra diocesi avevamo puntato molto sulla riscoperta e la cura delle relazioni. Sappiamo con quanta difficoltà lo abbiamo scelto, con quanta altrettanto fatica abbiamo cercato di portarlo avanti. Non è facile, lo stiamo sperimentando tutti. L’anno pastorale che ci accingiamo a vivere sarà caratterizzato da questo sguardo che stasera affido alla preghiera di ciascuno di voi. Affido ai primi passi di quest’anno la cura della consapevolezza di quanto è accaduto al mondo e alla nostra gente, nelle nostre comunità. Che cosa abbiamo capito come singoli e come comunità? Gli Uffici pastorali si stanno facendo carico delle persone, delle comunità, colpite nel profondo e forse incapaci di rialzarsi? In questo anno desidero incontrare personalmente ogni singolo Ufficio per capire i passi fatti e i passi che ci è possibile fare. Ricordo a tutti i Direttori e alle loro équipe che le energie, il lavoro, la creatività, l’impegno, devono essere orientati prioritariamente alle parrocchie. Probabilmente durante l’anno capiterà di non potersi incontrare in presenza. Chiederò ai parroci un confronto continuo per proseguire su ciò che non sono riuscito a concludere con gli incontri nelle parrocchie così da poter preparare anche la mia prima visita pastorale.

Mentre continua ad accompagnarci il bene che finora abbiamo seminato con l’aiuto del Signore, mi rivolgo in particolare ai sacerdoti riprendendo dei passaggi che ho già affrontato con loro ma che credo stasera possano unire i nostri passi come comunità diocesana: dovremmo tenere ben presente che non siamo soltanto terreno, ma siamo anche seminatori! È capitato di sentir dire: “non si capisce nulla” riferendosi al cammino che stiamo facendo come Chiesa. Come spesso ci ricorda papa Francesco: “Meglio una Chiesa incidentata che ammalata di chiusura”. Solo andando oltre possiamo imparare a scorgere dietro quel non si capisce nulla, il senso di una comunità che non segue il passo di chi va più veloce ma quello di chi fa più fatica. Una Chiesa che sa fermarsi ed aspettare, perché nessuno resti indietro. Siamo la Chiesa che sperimenta l’umanissimo travaglio della perplessità, della preoccupazione, e condivide con tutti la più lancinante delle sofferenze, l’insicurezza. Una Chiesa sicura solo del suo Signore, e per il resto debole, fragile, bisognosa di tutto. È la Chiesa del Vangelo.

Siamo sempre bravi a fare l’analisi chimica dei polveroni che si sollevano sulle nostre teste. Forse dovremmo indugiare di più ad analizzare i bisogni profondi della nostra gente, i bisogni di senso, gli aneliti di pace, la ricerca di dignità. Quando l’uomo agonizza, questa è l’unica analisi logica sulla quale è lecito soffermarsi.

Non potremo mai camminare realmente insieme, se al centro del nostro cuore ci sono le nostre pretese, la nostra immagine, se il nostro io è più importante del nostro essere un noi. Questo vale davvero per ciascuno di noi e per tutti. Siamo chiamati ad uscire dal nostro porto sicuro e provare a prendere il largo, lasciar andare le nostre sicurezze per lasciarci pescare ancora, per lasciarci riempire di nuovi sogni e progetti di bene da realizzare tutti insieme, ognuno con il suo stile, il suo carisma, il suo essere unico e speciale, messo al servizio come dono all’altro, a ciascuno. Il Signore ci dà sempre il coraggio di ripartire, continua a fidarsi di noi, investe ancora su di noi nonostante tutto. Non ci si fa preti una volta per sempre ma ci si fa preti ogni giorno! Anzi, ogni giorno bisogna lasciarsi “fare” da Lui. Chiamati a lavorare nella vigna del Signore non perché migliori di altri ma per grazia. Spesso, lavorando nella vigna in cui il Signore ci ha chiamati, non ci rendiamo conto che, quando il lamento prevale sullo stupore, perdiamo di vista la bellezza della vigna. Ci è affidata una vigna bellissima, che è questa Chiesa, nonostante le sue contraddizioni; siamo chiamati a custodire ogni chicco di questa uva benedetta, ogni tralcio, ogni briciola di terra, a mettere da parte la nostra immagine e le nostre pretese e dare vita al vino buono. Il vino buono della nostra fraternità, della nostra onestà, della nostra fragilità accolta e affidata. Il vino buono della nostra vocazione, della nostra Chiesa. Vivere la comunione può diventare scuola di vita nuova, dove la vita si impara a donarla e non a prenderla, dove si impara a servire e non a servirsi degli altri… e soprattutto si coglie il valore e il senso della fraternità, il sacramento della fraternità. Proviamo a riscoprire la bellezza di essere in cammino. Proviamoci insieme. Proviamoci ancora.

“Il prete povero non ha nulla da difendere” ripeteva il cardinale Martini. Neanche le sue scarpe gli appartengono, neanche quel poco che crede di sapere, che pensa di essere. Per leggere la realtà che è attorno a noi, i segni dei tempi, non ci serve un paio di occhiali, ma abbiamo bisogno di lasciarci penetrare dal freddo, dalla fame, dalla sete, dal dolore. Tutto ciò che prova un corpo nudo. Perché, per poter donare una vera speranza, dobbiamo guardare negli occhi la disperazione, attraversarla e farla nostra. Solo così il prete potrà farsi compagno di viaggio degli uomini. Significa credere che qualcuno prima di noi ha già sparso il seme, che lo Spirito non ci lascia soli, significa farsi profeti in una vita in cui la terra promessa appare irraggiungibile, l’esilio interminabile. Profeti nel deserto. E il vero profeta non è un vigliacco, ma piuttosto un audace che osa sfidare i dubbi, le rigide categorie in cui ci accontentiamo di sistemare il nostro prossimo o la comodità di una banale rassegnazione. Il profeta osa rischiando tutto, anche la sua vita, perché non ha nulla da difendere… perché sa che tutto gli appartiene.

 

Per questo il prete è uno che quotidianamente si sente ferito, perché gli altri per lui non sono un caso teologico, numeri senza volto, sono storie vissute, sofferte. Le famiglie per il prete sono case in cui entra, ne conosce il profumo, ma a volte anche il peso e l’aria quasi irrespirabile. Conosce, perché fatto partecipe, il luccicare dell’emozione e il gonfiarsi del pianto. I volti scavati dalla fatica.

Il prete vede luccicare i propri occhi quando si parla di un Dio amore, perduto come lui nell’amare, perduto, come lui e più di lui, dietro ognuno di noi.

 

La cosa che più mi ha sorpreso nel tempo più rigido della pandemia, e che mi ha edificato tantissimo come prete, come vescovo, è stata la solidarietà che ho incontrato tra le persone più in difficoltà: entrato in una famiglia per portare un po’ di aiuto concreto, dopo avermi ringraziato mi sono sentito dire: “Don Mimmo, non ti preoccupare, noi questa settimana ce la facciamo a dar da mangiare ai nostri figli; c’è quella famiglia nella stradina di fronte, vai da loro, sappiamo che hanno più bisogno di noi. Noi questa settimana ce la facciamo, vai da loro.” La povertà che diventa ricchezza, che diventa condivisione, solidarietà, attenzione, invito!

 

Avversari dell’assurdo, profeti del significato

È il tempo della pazienza, il tempo di prendersi del tempo per pensare insieme, rendersi conto di che cosa resta, che cosa immaginiamo per il futuro, cosa temiamo. Abbiamo posto, a partire dalla nostra lettera pastorale “Coraggio! Alzati, ti chiama!”, le basi per entrare nella logica della sinodalità, della condivisione dei passi. Questo tempo inedito sottolinea proprio gli aspetti che più ci stavano a cuore. Abbiamo bisogno dunque di fermarci e di chiederci quali vie si apriranno. È il tempo di una nuova possibilità. Possibilità di riscoprire il senso della nostra umanità, di un’umanità che ha bisogno di umanità. Anche in questo tempo vi è un significato da svelare, un senso da annunciare, una verità utile ad orientare, ritrovando nell’oggi nuove rotte per il domani!

Questo è il nostro tempo. Qui e ora. Siamo chiamati non a salvare il mondo ma ad amarlo. Avversari dell’assurdo, profeti del significato.

Questo è il motivo per cui, come tavoli della condivisione, ci fermiamo, ci prendiamo del tempo. Non possiamo negare le difficoltà che ci sono state, le fatiche, anche le resistenze a incontrarsi, forse non c’è mai stata una reale condivisione, un reale confronto su contenuti, modalità, criteri, urgenze, bisogni; forse abbiamo in noi difficoltà e paure nascoste ad accettare cambiamenti che passino attraverso di noi, attraverso la nostra disponibilità al servizio, attraverso la condivisione. Il cammino che dovrebbe rinascere nei tavoli ha due punti imprescindibili: la lettura delle nostre comunità, del nostro territorio, e la proposta di passi che corrispondano a tale lettura e che siano profetici. Questo è il senso dei tavoli. È necessario che cresciamo in questa consapevolezza. Per questo scegliamo di fermarci. È possibile che questo tempo non ci stia dicendo nulla? Per questo ci fermiamo: dare senso e tempo al tempo. Perché non contano le tante iniziative che siamo anche bravi a fare ma conta cogliere insieme il segno e condividere i passi insieme. Questo non vuol dire che un tavolo non possa incontrarsi ma sarebbe bello che ci si incontrasse a partire dalla nostalgia dei volti e dal bisogno di condividere quello che si sta vivendo. Ha affermato ancora mons. Olivero in maniera davvero efficace: “La Chiesa non è un insieme di incontri per fare iniziative. Non è un assembramento di “impegnati”, quelli di serie A, che danno una mano al catechismo e nelle varie iniziative. (…) Oggi la Chiesa deve brillare per le relazioni che stabilisce all’interno, come comunità, e anche all’esterno, con i non praticanti, i credenti di altre confessioni e religioni, i non credenti”.

Avere lo stile di Gesù non consiste nel pretendere di copiare quello che lui ha fatto, sarebbe impossibile, i tempi storici sono diversi, ma dovrebbe intendersi come un attingere alla stessa sorgente, alla sua ricerca di significati, alla sua profondità nel leggere la vita e le situazioni, al suo farsi domande di fronte all’esistenza. Siamo chiamati ad accogliere e a praticare l’umanità di Gesù e soprattutto a riconoscerla, qui e ora. Questa è la via che ci porterà alla verità e alla vita. Non ci sono ricette precise ma prassi buone che siamo chiamati ad individuare e alimentare. Oggi, quando si parla di evangelizzazione, il pensiero ricorre subito al che cosa devo dire, e meno, molto meno, a come devo essere io, il mio stile di vita. È come se il Signore ci dicesse: come fate ad annunciare la novità con una vita vecchia? Come fate a dare una buona notizia con la vostra aria impregnata di pessimismo? Come fate a dire che Dio è vicino, se voi siete lontani dalla gente? Come fate a dire che la vostra fiducia è in Dio, se andate in cerca di sicurezze umane? Come fate a dire che la vostra ricchezza è il Vangelo, se rincorrete i beni del mondo? Lo stile è parte del messaggio. Ditelo con i fatti che per voi la vostra ricchezza è la sua grazia. Ditelo con la vostra sobrietà. Ditelo con la vostra debolezza che la forza viene da Dio. È questo il frutto della relazione in Lui, quella di cui abbiamo bisogno per procedere nel nostro cammino.

Amare come Cristo. Nessuno mai amerà quanto Lui. Ma come Lui è possibile! Con quel sapore, con quello stile, con quel suo amore creativo e appassionato che apre strade, indica passi… almeno un passo in avanti, in qualsiasi situazione.

 

Resta l’amore, il Suo amore

Non perdiamo di vista il fondamento: resta l’amore, resta il Suo amore!

“Il Signore ci precede sempre. È bello sapere che cammina davanti a noi. Gesù desidera che portiamo la speranza nella vita di ogni giorno. Abbiamo bisogno di riprendere il cammino, ricordandoci che nasciamo e rinasciamo da una chiamata gratuita d’amore. Questo è il punto da cui ripartire sempre, soprattutto nelle crisi, nei tempi di prova. L’annuncio di speranza non va confinato nei nostri recinti sacri, ma va portato a tutti… Che bello essere cristiani che consolano, che portano i pesi degli altri, che incoraggiano: annunciatori di vita in tempo di morte!” (Francesco, omelia veglia pasquale), e costruire insieme “una civiltà della speranza: contro l’angoscia e la paura, la tristezza e lo sconforto, la passività e la stanchezza. La civiltà dell’amore si costruisce quotidianamente, ininterrottamente”. (Papa Francesco, Il coraggio di una nuova immaginazione del possibile).

† don Mimmo, vescovo