VETRI ROTTI, PROFEZIA DI SPERANZA – Omelia per la Messa Crismale del Mercoledì Santo, 17 aprile 2019

Carissimi tutti e in particolare cari confratelli nel sacerdozio,

provo davvero profonda gioia nel ritrovarmi qui con voi, in questa celebrazione così significativa per noi e per tutto il popolo di Dio. Rivedo i passi salienti di quest’anno, gli incontri, l’ansia pastorale, il desiderio di diventare sempre di più persone che servono come Gesù, che non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita per tutti.

Con voi ringrazio il Signore per il dono del sacerdozio che ci unisce a lui e al Padre, ci unisce ai fratelli, ci costituisce mediatori della sua misericordia e dona alla nostra vita una luce che non si consuma e che alimenta il desiderio di accompagnare, di incoraggiare, di prenderci cura di tutti, in particolare degli ultimi e di coloro che si sentono lontani o abbandonati da Dio. Siamo chiamati all’edificazione del popolo santo di Dio, popolo sacerdotale in forza del Battesimo, chiamati per condividere la speranza, la fede, l’amore di Dio che da sempre è solidale con gli uomini e che in Gesù si è fatto per sempre segno di giustizia e di pace.

La benedizione degli oli e la consacrazione del crisma ci ricordano il cuore della nostra missione: abbiamo ricevuto l’unzione per ungere il popolo di Dio, per servire il popolo di Dio, per uscire! Le persone hanno bisogno che lo Spirito tocchi la loro vita, hanno bisogno della tenerezza capace di scorgere la sete e la fame nascoste nelle pieghe della vita. Beati i poveri, perché di essi è il regno: è questa la parola di speranza che attende ogni uomo nella profondità del suo cuore. L’unzione conforta, cura le ferite dello spirito e del corpo, conferma nella ricerca di Dio che attende e attrae a sé, opera nella Parola che spinge ad annunciare, a dare la propria vita per i fratelli, rendendo lieta e viva la gioia.

È l’olio dei poveri, dei sofferenti, di quelli che si trovano nella prova e attendono quella speranza capace di penetrare il buio e portare pace; è l’olio da versare sulle ferite, sui dubbi della fede, sull’impegno della gente che affronta ogni giorno il volto duro del mondo segnato dalla violenza, dal sopruso, dalla desolazione; è l’olio di chi vive l’inquietudine del cammino e si apre alla fede come a una rinascita dall’alto; è l’olio dei testimoni della fede, dei discepoli chiamati a condividere la stessa vita di Cristo privilegiando la preghiera quale vero luogo di cura e di discernimento del bene. La vita dei credenti è così fortemente segnata dalla grazia di Cristo, è amata, benedetta da una profonda reciprocità di doni e carismi. Tutti siamo chiamati a essere profeti di speranza sulle strade del nostro mondo!

Miei cari sacerdoti, ci è chiesto di accompagnare il popolo di Dio nella consapevolezza della propria chiamata e missione. Non si tratta semplicemente di un’attenzione ai contenuti, che pure è importante in questo tempo, ma soprattutto di formazione della coscienza, di vocazione, di riconoscimento del dono e assunzione responsabile di esso. I Sacramenti diventino luoghi di formazione di questa consapevolezza. È un lavoro che deve mirare al risveglio delle coscienze. Coinvolgiamo i laici, chiamiamoli a prendere consapevolezza della loro corresponsabilità nella fede. Ora più che mai la loro collaborazione deve diventare condivisione di finalità, delle difficoltà e della gioia dell’annuncio. A voi tutti, fratelli e sorelle, chiedo di rinnovare in maniera seria il vostro impegno, non fatto di cose, di momenti, ma di qualità, di reciprocità vera tra voi e con i sacerdoti. Le sfide che la Chiesa si trova a vivere non sono salti mortali ma appuntamenti, passi storici, ogni cambiamento non passa semplicemente sulla testa dei credenti ma attraversa la loro vita, la loro passione, la loro disponibilità, la loro corresponsabilità. La complessità, la precarietà, la frammentazione, del mondo attuale, l’anestetizzazione delle coscienze a causa della mortificazione ricorrente della capacità di libera responsabilità, non devono buttarci nello scoraggiamento. I nostri occhi dovrebbero essere sempre fissi su Gesù. Occhi che lo cercano non per curiosità ma per conoscerlo di più, occhi che lo scrutano per ascoltare e accogliere più profondamente la sua parola, per capire come lui non si è lasciato vincere dalla tristezza, occhi che lo accompagnano per continuare a imparare da lui l’annuncio di liete notizie. Il sacerdozio di Gesù unisce liturgia e vita, preferisce gli ultimi, parla alla maniera dei profeti, con gli occhi aperti sulla storia concreta, sulla vita degli ultimi.

Signore, ci lasciamo avvolgere anche noi dalle parole del profeta Isaia riprese da Gesù nella sinagoga di Nazaret, ci collochiamo in questa gioia, ci lasciamo risanare il cuore da quel lieto annuncio che Gesù viene a compiere ancora oggi nella sua carne, nella storia, nelle nostre contraddizioni. Il dono si compia anche stasera, nel suo nome, come promessa di pienezza, e copra con la tua benedizione il nostro sì, il rinnovo delle promesse, la nostra speranza.

“Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio” (Lc 22,15-16). È il desiderio ardente di Gesù di condividere fino in fondo la sua esistenza, il suo rapporto con il Padre, che ci fa entrare nelle parole pronunciate nella sinagoga di Nazaret, nella sua gioia, nel suo spirito, nella speranza del popolo che egli fa sua: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi” (Lc 4,21). La vita di Gesù si incarna nella vita di chi lo ascolta!

I discepoli capiranno dopo la risurrezione tante cose di Gesù, del loro rapporto con lui, dei suoi criteri, della sua forza, della sua semplicità, della sua apertura, della sua preghiera, della sua coscienza. Riconosceranno la loro fragilità accolta da Gesù nella sua comunione con il Padre.

Per sempre l’Eucaristia sarà memoria anche di questo, della fraternità ferita, della ricerca del più grande, della loro incapacità di essere in tutto con lui, di vegliare con lui, di accompagnarlo nella sua passione e morte. È questa la fraternità redenta da Cristo, è questa la fraternità che rinasce sulla croce, che rinasce nella voce del Risorto quando a Maria di Magdala chiede di annunciarlo ai suoi fratelli. Il Signore non si è scelto i perfetti, non si è scelto i primi, i migliori, secondo le logiche del mondo. Ha scelto persone, fratelli tra fratelli. La fragilità dei discepoli ha preso posto alla mensa del pane e del vino e così anche la nostra fragilità. Gesù non avrà mai dimenticato, guardando i volti dei suoi discepoli, il sì della prima ora: venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini! Veramente la vita dei discepoli è una grande storia d’amore che non può non prendere il nostro desiderio di conoscere di più Gesù nella nostra vita! Maria, che sempre conservava nel cuore tutto quello che accadeva e capiva del Figlio, ci aiuti a fare memoria dei passi che Dio ha compiuto nelle nostre vite per lasciarsi incontrare, riconoscere, seguire. Augurarvi, cari sacerdoti, di avere cura del vostro ministero, è augurarvi di avere cura della vita di Dio in voi, nella vostra storia, nelle vostre relazioni, nelle persone che si affidano a voi. Ravvivate il dono di Dio che è in voi, ravvivate in voi il desiderio ardente di Gesù, date valore al dono che siete, ringraziate per la fragilità che vi abita e in cui il Signore continua a incontrarvi e a farvi suoi discepoli secondo il suo cuore!

«Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. In tal modo egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anch’egli rivestito di debolezza» (Eb 5,1-2).

Ricordo un’espressione dell’Abbé Pierre: “Il consiglio che vi dò è quello di lasciare sempre un vetro rotto nella vostra comunità: se si lasciano vedere le proprie ferite, le proprie incompiutezze, i propri vetri rotti, è più facile che una persona che cerca aiuto senta di potersi fermare”. Si tratta dei vetri rotti dei conflitti che sperimentiamo soprattutto quando prendiamo sul serio la comunione. I vetri rotti dell’incomprensione. I vetri rotti della fraternità provata. I vetri rotti della incapacità di fare il bene che vediamo possibile, quel piccolo passo che potrebbe cambiare tutto. Le difficoltà che incontriamo, le inadeguatezze che sperimentiamo, la fragilità di fronte alla missione che ci è affidata, non sono qualcosa di cui vergognarci o da nascondere, ci fanno umani, ci fanno veri, ci fanno bisognosi continuamente dell’abbraccio misericordioso del Padre, della sua Parola che rialza e accompagna. Laddove si tende a nascondere le debolezze si diventa chiusi, ci si difende dietro una corazza che allontana gli altri. È il Signore, con la sua grazia, la sua misericordia, che ci permette di camminare verso la pienezza, che ci permette di mediare agli altri il dono della sua comunione, che ci dona di farci prossimi anche nelle situazioni più difficili, nelle vite più segnate, nelle coscienze più provate.

Il capitolo quarto di Luca si apre con le tentazioni che Gesù vive nel deserto, tempo di preghiera e discernimento, tempo di digiuno in cui, sostenuto dallo Spirito Santo, egli decide il modo e lo stile della sua missione. Non utilizzerà il suo essere Dio come privilegio per fare quello che agli uomini non è possibile fare, non si prostrerà a nessun potente per ottenere ciò che vuole magari giustificato dalla legge, non tenterà Dio per dare dimostrazione di essere suo Figlio. Gesù si fa solidale con i suoi fratelli, non usa, non impone, ma dona il suo essere Dio nella sua umanità. La lettera agli Ebrei afferma che Gesù doveva farsi sotto ogni aspetto simile ai fratelli, attraversando anche la morte, per essere sacerdote misericordioso, per farsi vicino a chi è nella prova. È la via della salvezza gratuita, offerta a ogni uomo.

Nel cammino che porta Gesù alla croce la luce non viene meno. La luce del suo sguardo, la luce delle sue parole, la luce della cura per i passi dell’altro, per la libertà dell’altro. Il suo volto, anche se sfigurato, continua ad alimentare la luce interiore degli uomini. La sua cura è anche per chi lo giudica, lo tradisce, lo condanna, lo ammazza. Questo ci scandalizza… eppure è di questa bellezza che ci siamo innamorati, è questo dono che sperimentiamo nelle nostre mani, povere e incapaci di aprirle come le aprirebbe lui!

È lui che non solo desidera sanare il nostro cuore ma continua ad associarci a sé, alla sua missione, volendoci suoi compagni, volendoci con lui sempre, soprattutto nel tempo della fatica e della desolazione. È quello che sperimenterà Pietro che dopo averlo rinnegato ricorderà la parola di Gesù, la preghiera di Gesù, l’invito a convertirsi e a confermare i suoi fratelli!

Siamo chiamati oggi a seguire questo Signore. Non per nostra bravura ma per la sua misericordia, per la sua fedeltà al Padre, per la sua preghiera con la quale ci consacra nella verità. La sua parola si compie in noi, come nelle persone della sinagoga di Nazaret, come si è compiuta nel ladrone pentito al quale Gesù annuncia il paradiso oggi, il giardino della relazione con lui oggi! Il primo annuncio della Pasqua è proprio sulla croce! “Mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4,18-19).

Gli occhi fissi su Gesù nella sinagoga sono ancora un’attesa. Si attende uno capace di farsi carico dei poveri, della sorte del popolo oppresso dai potenti di turno. Uno capace di cambiare le cose. E in lui Dio si fa veramente prossimo, tocca la condizione e il cuore di chi lo ascolta. È un’apertura profonda che la nostra umanità sperimenta, la verità di quella grazia che dilata l’orizzonte e restituisce il senso di tutto: siamo creati per la vita, per amare, per condividere l’esistenza. Fa meraviglia che nella sinagoga alcuni di quelli che glorificano Gesù si lasciano corrompere dal potere di una tradizione religiosa chiusa in se stessa: non è forse il figlio di Giuseppe? Così ha inizio la predicazione di Gesù, il suo ministero. Alcuni credono altri no. Alcuni accolgono la sua parola altri no. Egli non si difende, non difende la sua parola, passa in mezzo. Il rifiuto non annulla l’efficacia del dono, della gioia, dell’annuncio. Gesù continua a donare sé stesso nella luce di un senso che già parla di compimento, di futuro, di perdono, di riconciliazione.

I movimenti di Dio nella storia sono di continua uscita, di continua prossimità. Una prossimità che libera, scioglie catene, fa mettere in cammino. Una prossimità che raggiunge non tanto le periferie geografiche quanto quelle esistenziali. Quante periferie intorno a noi, quanti angoli nemmeno guardati della nostra esistenza, delle nostre relazioni, delle nostre azioni! Quante mentalità chiuse che opprimono chi le accoglie e chi le combatte.

«Un cuore missionario è consapevole di questi limiti e si fa “debole con i deboli […] tutto per tutti” (1Cor 9,22). Mai si chiude, mai si ripiega sulle proprie sicurezze, mai opta per la rigidità autodifensiva. Sa che egli stesso deve crescere nella comprensione del Vangelo e nel discernimento dei sentieri dello Spirito, e allora non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada» (EG 45). Il Signore desidera davvero aiutarci in questo cammino di maturazione, di conversione, si fida di noi. Egli ha stima di noi e ci chiede di non fermarci, di continuare a camminare con lui. È questo suo amore che ci chiama ad annunciarlo vivente nei crocifissi della storia, negli esclusi, nei condannati, nella vita dei giusti, degli innocenti.

Cari sacerdoti, il Signore ci ha chiamati a essere con lui, dalla sua parte, per la vita del mondo. Le parole del profeta Isaia risuonano sempre non nell’ansia di andare, ma nella gioia di essere stati scelti, consacrati, nella gioia di farsi prossimi nel Signore, di cercare vie per annunciare la sua cura, la sua giustizia, la pace: “Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio sarete detti” (Is 61,6).

Vorrei consegnarvi stasera l’olio della gratitudine. La gratitudine che avverto in me per il dono che siete per la mia vita e per questa nostra Chiesa. La gratitudine per il lieto annuncio ai poveri, per la misericordia che attraversa la nostra vita e giunge come benedizione nella vita dei fratelli, per la sequela possibile come cammino di conversione a Dio e ai fratelli.

La fatica di camminare insieme che appartiene a una Chiesa che condivide la missione del suo Signore, può appesantire il passo ma non può oscurare la gioia di questa condivisione. Il peso che avvertiamo dentro o sulle spalle è il segno di quel farsi carico degli ultimi da parte del Signore. Con lui siamo chiamati a incontrare i loro volti, a ungerli di luce e speranza, perché la loro vita possa diventare annuncio, vita capace di far vivere altri. La gioia del Vangelo è quella gioia che rinasce in mezzo ai limiti e che trasforma la fatica in gratitudine. Francesco d’Assisi fu chiamato a ricostruire la chiesa, una pietra dopo l’altra, e in quel farlo capì cosa il Signore veramente gli stava chiedendo. Ma quella di Francesco fu fatica oppure esigenza di non poter fare altrimenti? Una Chiesa povera condivide quello che ha, quello che è, condivide la vita. Una pietra dopo l’altra è costruire insieme. Gli operatori di giustizia e di pace hanno lo sguardo proteso oltre, al futuro, nel grazie che rimette continuamente in ascolto.

Amen!

† don Mimmo, Vescovo