“Che il Signore ispiri scelte di dialogo e di pace!”. L’appello lanciato da Papa Leone XIV all’Angelus di domenica 25 ottobre è risuonato ad Assisi, dove oggi ha preso il via l’incontro internazionale “Pace disarmata e disarmante”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio. A quarant’anni dalla storica giornata di preghiera convocata da Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986, la città di San Francesco torna a riunire rappresentanti delle grandi religioni, esponenti della cultura, della società civile e delle istituzioni. Centinaia di persone hanno raggiunto Bastia Umbra per l’assemblea inaugurale di un appuntamento che, fino a martedì 27 ottobre, vedrà susseguirsi incontri, forum e momenti di preghiera. Con un obiettivo: riaffermare il valore del dialogo in un mondo dove la guerra sembra essere tornata uno strumento ordinario tanto della politica internazionale quanto della quotidianità.
Zuppi: “Le religioni disarmano i cuori”
È proprio il ruolo delle religioni nella costruzione della pace che il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, ha sottolineato in un’intervista ai media vaticani a margine dell’incontro. “A maggior ragione è un ringraziamento per la profezia di San Giovanni Paolo II”, ha spiegato il porporato, ricordando che “non si tratta di teoria, ma di un incontro che ha permesso tanti incontri”. Certo, da allora sono cambiate le sfide: “Allora c’era ancora il muro, oggi c’è una guerra diffusa”, ha osservato Zuppi, rimarcando ancor più la necessità che le religioni tornino a offrire insieme “un segnale di pace fondamentale nella speranza di ridurre, anzi di sconfiggere la guerra”. Le religioni, ha proseguito, “fanno vedere la possibilità della pace, indicano delle vie di pace, disarmano i cuori, preparano i cuori all’incontro” e possono spingere anche “i reggitori dei popoli” a scegliere la pace.
Mattarella: “L’inerzia è ingiustificabile”
E un richiamo alla responsabilità condivisa è dunque arrivato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, attraverso un messaggio indirizzato al presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, letto da un giovane della Comunità all’inizio dell’assemblea inaugurale. “Quello di Assisi fu un evento profetico”, ha sottolineato il Capo dello Stato italiano, ricordando il 1986 e il cammino compiuto da Sant’Egidio per mantenere vivo quello spirito mentre “le guerre, le diseguaglianze, la volontà di potenza e dominio” continuavano a pesare sulla storia. Mattarella ha quindi ribadito che, di fronte a “conflitti, ingiustizie, povertà, sopraffazioni” che “sono tutti prodotti umani”, “l’inerzia è ingiustificabile”. E, dunque, ricostruire il diritto, l’equità e la libertà dove sono stati calpestati è compito delle istituzioni, “nessuno è dispensato dal compiere la propria parte”.
Dall’età del conflitto al tempo del dialogo
Parole che hanno trovato eco nell’intervento di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio. “Oggi, purtroppo, la pace, come idea ispiratrice, sembra sparita dall’orizzonte, mentre si afferma sempre più che la guerra è la compagna naturale della storia umana”, ha osservato Riccardi durante il suo intervento, ricordando come nel 1986, nonostante la Guerra fredda e il timore di un conflitto atomico, la pace fosse ancora al centro delle politiche internazionali.
Quarant’anni dopo, ha spiegato, “non siamo solo a celebrarla”, perché da quella giornata è nato un cammino di dialogo e di incontro che ha contribuito anche a spegnere conflitti. E, di fronte a questa “riabilitazione ideologica e pratica della guerra come strumento di politica internazionale”, i credenti, ha sottolineato Riccardi, “sono disarmati” perché non dispongono delle risorse economiche o della forza militare delle grandi potenze, ma “disarmati non significa rassegnati al dominio della violenza e al potere dell’odio”. La loro forza è diversa: “Il dialogo può disarmare il linguaggio, se bellicoso e minaccioso. La preghiera può ottenere quella pace, che gli uomini non sanno darsi”.
Un messaggio ribadito anche dal presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, che ai media vaticani ha spiegato come “il valore di questi incontri è proprio immaginare la pace, immaginare percorsi, cammini di dialogo”. Una possibilità già sperimentata da Sant’Egidio in molti contesti, “a partire dal Mozambico, dal Guatemala, dalla Repubblica Centrafricana”, perché “tutto cambia, tante cose cambiano se c’è il dialogo, se c’è l’incontro”.
Tutte le religioni unite per una pace disarmata e disarmante
La pace, ma anche le ferite delle guerre, sono state al centro dell’assemblea inaugurale, moderata da Hilde Kieboom, della Comunità di Sant’Egidio in Belgio, e aperta dai saluti della presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti. Accanto a Riccardi e Zuppi, sono intervenuti il politologo Olivier Roy, il ministro indonesiano per gli Affari religiosi Nasaruddin Umar, il gran rabbino di Francia Haïm Korsia e il rappresentante del buddismo Tendai giapponese Gijun Sugitani. Ed è stato bello, toccante, ascoltare qui, ad Assisi, quarant’anni dopo lo storico incontro del 1986, voci di tradizioni religiose differenti convergere su un unico, grande obiettivo: la pace. Lo abbiamo sentito nelle parole di Umar, secondo cui “il dialogo non basta più. Dobbiamo passare dalle belle parole ad azioni concrete, quotidiane” perché “la vera pace comincia quando disarmiamo il nostro cuore”.
E in quelle di Korsia, che ha ricordato come “la pace non è semplice assenza di guerra”, bensì richiede giustizia, fiducia e rispetto della dignità umana: “Non basta amarla in teoria: occorre andarle incontro”. Infine, Sugitani, che ha ripercorso i quarant’anni dello spirito di Assisi, arrivato fino in Giappone, dove dal 1987 si organizzano incontri annuali di preghiera per la pace. Un cammino che continua ancora oggi, alimentato dalla convinzione che sia possibile costruire una “globalizzazione della pace”, capace di unire “i tanti gesti di pace, grandi e piccoli, che vengono compiuti ogni giorno in tutto il mondo”.
Il grido del Sudan
E a ricordare quanto è urgente questa sfida, anzitutto per i popoli che soffrono, è stata la testimonianza dell’attivista sudanese Hala Al-Karib, che ha riportato l’attenzione sulla tragedia del Sudan, “la più grave crisi umanitaria al mondo” della quale, però, specie in questa parte di mondo, “non tutti sono consapevoli”. Esattamente un anno fa si compiva il massacro di El Fasher, nel Darfur settentrionale. Dopo circa 18 mesi di assedio da parte delle Forze di Supporto Rapido (RSF), l’Onu ha documentato che l’offensiva finale ha provocato almeno 6.000 morti e centinaia di cadaveri abbandonati nelle strade: gesti che sono stati configurati come crimini contro l’umanità, pulizia etnica e prove di genocidio. Ecco perché, a un Occidente troppo spesso sordo e distratto di fronte a una crisi simile, l’attivista sudanese ha denunciato le uccisioni di migliaia di civili, le persecuzioni etniche, gli stupri, le sparizioni forzate e la riduzione in schiavitù di donne e ragazze.
È anche e soprattutto a queste sofferenze che guarda dunque l’incontro di Assisi. Un appuntamento che proseguirà fino a martedì 27 ottobre, con la preghiera delle religioni e la cerimonia conclusiva nella piazza inferiore della Basilica di San Francesco. Tutto nel segno dell’auspicio che Leone XIV aveva espresso poche ore prima all’Angelus: “Continuiamo a pregare per la pace” perché “mai come oggi è evidente che le guerre, oltre a seminare morte e distruzione, impoveriscono e danneggiano il mondo”.






