Francesco voleva vivere il Vangelo sine glossa, cioè senza aggiunte. “Vivere secondo la forma del santo Vangelo”, era il suo desiderio. Quello che lui ha voluto realizzare con i primi compagni.
Il Vangelo è una vita, non è un codice, non è una regola, non è un insieme di comportamenti, ma è la parola di Gesù che è stata trasmessa e che si può vivere.
Francesco si poteva permettere tutto quello che voleva: era ricco e aveva, da giovane, amato una vita piena di lusso, di divertimento, una vita che lui stesso diceva mondana, cioè la vita che tutte le persone benestanti potevano permettersi al tempo, in una società dove la divisione tra poveri e ricchi era drammatica. Innanzitutto tra chi viveva dentro le mura di una città e chi viveva fuori; perché chi era dentro le mura era protetto sia militarmente sia socialmente; chi viveva fuori dalle mura era invece un minore. Francesco ha voluto chiamarli frati minori per dire: noi stiamo dalla parte dei minori.
Francesco ha dimostrato che il Vangelo si può vivere concretamente, che non è una parola per pochi eletti o per persone religiose, ma è per persone comuni, per un ragazzo come lui che a 22-23 anni ha cominciato a guardarsi intorno e a capire come il mondo era ingiusto.
Lui voleva diventare cavaliere. Era figlio di un mercante, aveva tutto, ma non era nobile. Nobilitarsi voleva dire allora diventare cavaliere, compiere grandi imprese, andare in guerra. E infatti combatte nella guerra tra Assisi e Perugia, due città molto vicine che si facevano la guerra. Nel 1200 era normale che una città facesse la guerra o con i vicini o con quelli lontani, come era per i crociati, chiamati a liberare la Terra Santa e a combattere gli infedeli.
Francesco viene fatto prigioniero e, dopo essere stato riscattato, torna ad Assisi insieme ad altri. Non rinuncia al sogno di diventare cavaliere, ci riprova senza riuscirci, ma ci sono due eventi che gli cambiano la vita: l’incontro con i lebbrosi e con il Crocifisso. I lebbrosi erano da tenere a distanza per il contagio favorito dalle condizioni di promiscuità, di povertà del tempo.
Francesco alla fine della sua vita, nel 1226, scrisse: “Il Signore concesse a me, frate Francesco, di cominciare così a fare penitenza, poiché, essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi. E il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia”.
Ogni generazione ha un mondo di lebbrosi, di disprezzati, di poveri, di marginali con cui confrontarsi: chi vive per strada, gli anziani, spesso i giovani, gli esclusi della società, i migranti, quelli che sono fuori dalle mura protette. Comincia così il suo cambiamento, a riflettere sulla sua vita. Cosa faccio? Cosa faccio in futuro? Come investo le mie energie? La ricchezza per Francesco comincia a essere un peso che gli rallenta il cammino. Si allontana dal pensiero comune secondo il quale bisognava cercare successo, bisognava cercare guadagno, bisognava cercare affermazione sociale. Si accorge, diremmo con il linguaggio di oggi, di vivere in una bolla, in un ambiente protetto e privilegiato in un mondo però malato di tanti mali.
Francesco leggeva la Bibbia. Era diventato povero, ma ci teneva alla ricchezza più importante: la parola di Dio che leggeva. Apre il Vangelo e legge quello che dice Gesù: “Se vuoi essere perfetto, va’ e dai tutto ai poveri”. Gli chiedono: ma proprio tutto?
Francesco ha aperto una strada che gli altri non sapevano aprire. In un tempo in cui essere religiosi voleva dire entrare in monastero, lui prende le distanze dalla mentalità del mondo, ma vive dentro il mondo, cioè dentro la realtà, anzi dentro quella realtà che gli altri non vogliono toccare. Il cuore di tutto per lui è la parola di Dio. Ed è qui che avviene la conversione, quando, pregando davanti al crocifisso, comincia a sentire la sua voce e Gesù gli dice: “Francesco, va’ e ripara la mia casa, che è tutta in rovina”.
Francesco non capisce, ed è normale che non capisca, perché è solo all’inizio. Noi abbiamo l’idea che dobbiamo scegliere quello che capiamo tutto intero; invece la cosa bella di Francesco, che vale ancora oggi, è che le cose si capiscono vivendole. Il Vangelo lo si può studiare, si può essere dei biblisti, essere grandi esperti della Scrittura, ma il problema vero è, senz’altro studiarlo, ma capire come viverlo, e soltanto mettendolo in pratica, solo così il Vangelo si riesce a capire. E il Vangelo libera e rende felici.
Francesco aveva conosciuto la guerra, era rimasto legato all’idea di diventare cavaliere, finché un giorno non fece un sogno in cui una voce gli chiedeva se era meglio che servisse il padrone o un servo.
In questo sogno, con questa domanda, Francesco lasciò il servo che faceva la guerra e scelse il padrone che portava alla pace. Il Padrone era il Signore stesso. E cominciò infatti a vivere nella pace, tanto che una delle prime cose, e lo scrive anche nel Testamento: “Il Signore mi rivelò che dicessi questo saluto: il Signore ti dia pace”, che da saluto è diventata proposta. E la pace deve partire da sé, come ha scelto Francesco nella sua mitezza. In un mondo aggressivo lui ha scelto la mitezza, in un mondo violento, lui ha scelto invece di incontrare il nemico, il sultano.
Il saluto di pace infatti diventa l’inizio della missione di pace di Francesco, tanto che sceglie di recarsi, durante la quinta crociata in Egitto, a Damietta, varcando le linee nemiche e va a parlare col sultano. Una cosa straordinaria perché i musulmani erano odiati e il sultano era considerato l’incarnazione del diavolo. Francesco insomma è stato profetico: ha rotto la logica della contrapposizione, di odio con il nemico aprendo una via inaspettata di dialogo che ha dato frutto anche dopo secoli.
L’incontro con il lebbroso è una svolta perché è un’alleanza con i perdenti, con quelli che non contano niente. Capisce che si può cambiare il mondo a partire dai poveri, e lui si fa povero anche per questo. Come abbiamo visto: “Il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. Allontanandomi da loro, ciò che mi pareva amaro mi fu mutato in dolcezza di animo e di corpo”. Quello che gli sembrava amaro è diventato dolce.
E l’amicizia con i poveri, con chi è fragile e solo, anche oggi, è il modo per contrastare un mondo che si afferma con la violenza, e, nell’età della forza, è il modo per diffondere una cultura del tutto diversa: una cultura della pace, una cultura dell’uguaglianza, della fraternità e dell’amicizia con tutti, una cultura del dialogo per evitare le incomprensioni e le divisioni. E poi una strada per cambiare la realtà, soprattutto per cambiare la realtà di chi soffre e di chi è disprezzato.
Francesco si è voltato dalla parte verso chi non era guardato da nessuno. E questo dice molto a una società nella quale, anche per strada, ci si volta dall’altra parte quando si vede un problema o si vede un povero.
Francesco capisce che il Vangelo si può vivere, e si può vivere da laici, perché Francesco non è un religioso, è un giovane laico. Soltanto più tardi diventa diacono, per poter partecipare alla celebrazione liturgica. Lui amava la parola di Dio, amava la preghiera, amava molto la liturgia eucaristica. E Francesco, con la veste da diacono, canta il Vangelo del Natale e predica, e fa predicare i suoi frati.
Non solo il Vangelo si impara vivendo, ma nessuno è mai troppo giovane o troppo grande per comunicare la parola di Dio. E questo lo dice Francesco anche oggi a noi: in ogni situazione bisogna chiedersi come comunicare meglio il Vangelo. Ogni generazione ha bisogno del Vangelo, ha sete del Vangelo, non sa cos’è il Vangelo. Francesco lo conosce quando comincia a leggerlo e a viverlo con i suoi amici. E mentre nelle chiese veniva letto in latino, era per pochi, Francesco lo legge e predica nella lingua del popolo, per tutti. L’idea un po’ scolastica che si deve imparare tutto prima di viverlo non corrisponde alla realtà. Lo studio è un aspetto importante, ma il Vangelo non va concepito come un libro di testo. Non si può comprendere il Vangelo se non vivendolo insieme.
Francesco stesso disse: “Dopo che il Signore mi donò dei frati, nessuno mi mostrava cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo”.
Cari amici, Francesco parla alla nostra libertà, ci propone di essere liberi come lui, vivendo e mettendo in pratica il Vangelo. E il Signore volle, lo dice Francesco, fare attraverso di lui una meravigliosa operazione: non una buona azione, ma una meravigliosa operazione. Vuol dire sognare, vuol dire pensare insieme, vuol dire superare i limiti, vuol dire raggiungere persone lontane, vuol dire credere che quello che non vedo ci sarà.
Tutti possiamo partecipare alla meravigliosa operazione del Vangelo e Francesco ci accompagnerà in questo tempo dimostrandoci che col Vangelo il mondo si può cambiare.

