Festa di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Patrono della diocesi

01-08-2021

Care sorelle e fratelli,

con gioia ci ritroviamo in questa bella cattedrale per la festa del Santo Patrono, sant’Alfonso Maria de’ Liguori, già vescovo di Sant’Agata dei Goti, protettore degli avvocati e dei moralisti. Saluto con affetto e stima il Sindaco, il Comandante dei Vigili, il nostro caro Vicario, don Antonio, saluto i sacerdoti dell’unità pastorale don Antonio, don Guido, don Franco, saluto i sacerdoti tutti qui presenti, i religiosi, le religiose, i diaconi, saluto gli amici delle Arciconfraternite, saluto il popolo santo di Dio. Celebriamo questa festa del nostro patrono in questo tempo ancora un po’ sospeso a causa della pandemia che si riaffaccia, con modalità diverse, in Europa, mentre continua ad avere effetti molto gravi nelle Americhe, in Africa e in parte dell’Asia.

Dobbiamo continuare a pregare che il Signore liberi da questo male il mondo e aiuti tutti a vivere con responsabilità e attenzione agli altri in questa situazione. E che nascano nuove politiche e nuovi comportamenti per salvare l’ambiente in cui viviamo. Ricordiamo le parole così giuste di papa Francesco durante la Settimana Santa del 2020: “Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”.

Veramente c’è da guarire il mondo da tante patologie: dall’inquinamento alle guerre, dai mali di questo nostro tempo. Possiamo dire che ogni tempo ha i suoi mali. Noi lo dimentichiamo questo, con il risultato che spesso ci troviamo a pensare di essere troppo sfortunati e che prima era meglio, erano più fortunati di noi. Nel 1762 papa Clemente XIII nominò contro la sua volontà sant’Alfonso vescovo della diocesi di Sant’Agata de’ Goti. Quei tempi erano tempi veramente difficili. Una terribile carestia aveva colpito nel gennaio 1764 il Regno di Napoli, la gente moriva di fame; ai più poveri mancava veramente il pezzo di pane anche perché i prezzi del grano e della farina erano schizzati alle stelle e solo chi aveva i soldi poteva permettersi il lusso di comprarne. Come il popolo di Israele nel deserto, come ci ha detto la prima lettura, la gente moriva di fame. Alfonso Maria de’ Liguori fu toccato dalla sofferenza del popolo e come Mosè, illuminato dalla parola di Dio, intervenne e riuscì a limitare le sofferenze della popolazione del suo territorio. Si industriò, assieme ai governatori locali, ai sacerdoti della città e della diocesi, per accendere mutui e con i soldi ricavati riempì l’episcopio di tanto grano fatto venire da fuori e comprato a prezzi buoni, e immettendolo sul mercato riuscì a far scendere il prezzo del pane arrivato alle stelle, rilanciando l’economia bloccata per quasi due anni. Non lo fece da eroe solitario, non era il suo stile, ma lo fece con l’aiuto dei governatori locali, con i sacerdoti della città e della Diocesi. Qualcosa che deve farci riflettere molto in questo tempo in cui abbiamo capito meglio che non ci si salva da soli e che non si cambia il mondo da soli. Di fronte ai mali grandi bisogna essere uniti, soprattutto per difendere i più deboli.

Nel tempo in cui viviamo, segnato dalla pandemia globale, davanti ad un futuro ancora nebbioso e incerto, sentiamo felice e significativa la ricorrenza quest’anno dei 150 anni della Proclamazione di sant’Alfonso come dottore della Chiesa. Dottore della Chiesa è il titolo che la Chiesa riconosce a personalità religiose che hanno mostrato, nella loro vita e nelle loro opere, di aver particolari doti di illuminazione della dottrina, sia per fedeltà, sia per riflessione teologica.

Questo titolo è concesso o dal Papa o da un concilio ed è un riconoscimento attribuito eccezionalmente. Infatti, di fronte a migliaia di santi, sono solo 36 i Dottori della Chiesa in circa duemila anni di storia della Chiesa.

Sant’Alfonso, dottore della Chiesa, per noi maestro di vita e di fede, una personalità straordinaria, musicista, poeta, oratore capace di trascinare le folle, compositore di canti famosi come Tu scendi dalle stelle, teologo, fondatore dell’ordine dei Padri Redentoristi. Ci uniamo con la preghiera con la Comunità dei Redentoristi di Pagani, dove sant’Alfonso morì e dove il Cardinale Parolin sta celebrando, proprio per il 150° di anniversario.

I santi sono testimoni che tutto può cambiare con la fede, lottando contro il male, la miseria, la violenza. Sentiamo la necessità di pregare con più forza in questi tempi difficili.

Noi abbiamo speranza: crediamo che i miracoli della fede, dell’amore, della guarigione, della pace, siano possibili. Sant’Alfonso con la testimonianza della sua vita ci spinge a stare accanto a chi in questo mondo ha bisogno di aiuto, e ci spinge ad  imparare da lui ad ascoltare la domanda che viene da tanti uomini e donne di questo tempo. Ci spinge a capire  la fame di parole buone, di speranza, fame di parole di incoraggiamento, fame di futuro, fame di famiglia e fame di amore. Cari amici, il mondo, quello di sant’Alfonso e questo nostro mondo ha bisogno delle parole del vangelo, della parola di Dio. Sant’Alfonso lo capì bene e cominciò a predicare nel linguaggio del popolo, creando le cappelle serotine dove tutti potevano andare ad ascoltare la parola di Dio. Sì, perché noi non siamo solo i nostri bisogni. Questo ce lo fa credere il mondo. Noi non siamo i nostri bisogni, per quanto necessari. Dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci La folla sta cercando Gesù, e il Vangelo ci insegna che non basta cercare Dio, bisogna anche chiedersi il motivo per cui lo si cerca. Infatti, Gesù afferma: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (v. 26). La gente, infatti, si era fermata al pane materiale: soltanto lì, non aveva dato importanza all’amore che c’era dietro.

Il vangelo ci pone una domanda personale ed importante: perché cerchiamo il Signore? Perché cerco io il Signore? La risposta non è scontata perché tra le tante tentazioni, che noi abbiamo nella vita, c’è quella che ci spinge a cercare Dio solo nel bisogno, per avere da Lui quello che da soli non riusciamo a ottenere: si cerca Dio per sfamarsi e poi ci si dimentica di Lui quando si è sazi.

Gesù ci conosce, non parla agli uomini perfetti o ideali, così come dovrebbero essere, ma alle persone concrete che ha davanti, con i loro difetti e le loro virtù, le loro debolezze. Entra nella vita dell’uomo così com’è, entra per renderla migliore, perché la vita, la storia, si cambia dal di dentro. Gesù sapeva bene che la gente lo cercava per interesse, ma non si scandalizza; era venuto per salvarli, non per cercare il loro consenso. Anzi questa fragilità della folla diventa occasione per un discorso importante: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna».

La vita non è solo mangiare, vestire, fare carriera, essere tranquilli. E’ l’idea miope che più cose hai e più sei felice.

C’è un cibo che non perisce, dice Gesù. Per questo cibo è necessario darsi da fare in ogni modo. «Io sono il pane della vita. Chi viene a me non avrà fame». C’è un pane – ed è Gesù stesso – messo a disposizione di tutti; viene da Dio, ma non è lontano da noi, tutti lo possiamo gratuitamente ricevere.

Il Signore conosce la durezza della fame , come i tanti anziani vissuti nel periodo della guerra e sa quanto può far soffrire l’uomo, e per questo ascolta il grido e non si sdegna, ma sfama il popolo con le quaglie e la manna.

Il pane è un cibo necessario per la nostra alimentazione, ma c’è un cibo ancora più necessario per la nostra vita perché sia umana, solidale, fraterna, amante della pace. Questo cibo è Gesù stesso. Non si tratta di fare qualche altra opera buona, di fare qualche sacrificio , ma di lasciarci coinvolgere da Gesù e dal suo Vangelo.

Questo vuol farci comprendere Gesù quando dice: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete». E il pane è la sua parola e l’acqua è l’acqua buona del Vangelo.

Sì, discepolo del Signore e sant’Alfonso pur essendo Dottore della Chiesa è rimasto fino alla fine discepolo, è chi non si stanca mai di ascoltarlo e che più ascolta e vive quelle parole e più sente che ne ha bisogno perché sono il vero nutrimento della vita. Gesù non disprezza i nostri bisogni, non ci giudica male perché siamo deboli nei nostri desideri. Il cibo di Dio però è molto di più, perché è il mezzo con cui noi possiamo crescere come uomini di Dio, suoi figli.

Gesù spiega cos’è il pane: “Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”. Cari amici, il senso vero della vita, è credere che la propria vita sia qualcosa da dare al mondo, offrirla, perché altri se ne nutrano e ne abbiano vantaggio, cioè, in una parola sola, voler bene agli altri. Dio ha fatto un viaggio dal cielo fino alla terra, a noi non è chiesto di andare così lontano ma di avvicinarci al fratello e alla sorella, dargli in cibo un po’ del nostro tempo, del nostro amore, delle nostre forze e risorse. Ha detto Papa Francesco nel suo messaggio per questo 150°: Vi invito, così come ha fatto sant’Alfonso, ad andare incontro ai fratelli e alle sorelle fragili della nostra società.

Essere pane per gli altri. Questo ci insegna questo dottore della Chiesa, così amico di Dio e per questo così amico degli uomini. Ci sprona, come ci ha detto l’apostolo Paolo, ad abbandonare l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, a rinnovarci nello spirito della nostra mente e a rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità. Giustizia e vera santità hanno fatto di sant’Alfonso l’uomo nuovo del Vangelo in un tempo buio e difficile, possano giustizia e vera santità fare di noi uomini e donne nuove, fratelli di tutti, protagonisti e non spettatori di questo nostro tempo.

+ Giuseppe, vescovo