“Dare inizio al nostro rinnovamento” – Ritiro del Clero

Meditazione di don Franco PEZONE per il Ritiro del Clero presso il Santuario Maria SS. delle Grazie dei Frati cappuccini a Cerreto Sannita (BN) il 12 novembre 2021

Ritiro del Clero

Santuario Maria SS. delle Grazie
Frati cappuccini – Cerreto Sannita (BN)

12 novembre 2021

 “Dare inizio al nostro rinnovamento”

Meditazione di don Franco PEZONE

 

È veramente urgente e fondamentale la nostra conversione per mettere in pratica il vangelo che abbiamo ascoltato: solo la nostra testimonianza di comunione e di unità in Cristo può generare la fede nelle persone.

 

Le difficoltà del momento presente.

  1. Da questa testimonianza d’amore, siamo ancora molto lontani. Mentre nasce l’era delle relazioni, ci accorgiamo di essere poco preparati a vivere insieme, in ritardo rispetto alle esigenze che la storia ci sta chiedendo.
  2. Poco ci aiuta la società che pone come base della vita delle persone l’interesse, l’utile e il profitto.
  3. Poco ci aiuta la coppia e la famiglia dove prevale il mordi e fuggi, le crisi sono sotto gli occhi di tutti e l’io è ancora troppo ingombrante rispetto al noi.
  4. Poco ci aiuta la Chiesa e i suoi ministri, perché non si afferma adeguatamente una pastorale comunitaria di partecipazione e di comunicazione e si dipende ancora dal modello dei doveri e delle pratiche religiose.
  5. La grande conversione che ci viene chiesta da circa 60 anni è passare dal modello societario a quello comunionale o addirittura sinodale; è questa la sfida che siamo chiamati a vivere anche noi come Chiesa Diocesana.
  6. Ci chiediamo come mai tanta lentezza nel cammino di conversione; nonostante la teologia e il magistero sviluppino da anni l’ecclesiologia e i lineamenti pastorali sulla linea della comunione, la prassi ecclesiale non decolla.
  7. Probabilmente non diamo ancora sufficiente attenzione alla spiritualità di comunione.

 

Spiritualità di comunione, spiritualità di chiesa sinodale

  1. Come possiamo liberarci del nostro io ego centrato che ci tiene relegati nelle nostre prigioni mentali per riuscire a sperimentare in modo più concreto la libertà creatrice dell’io vero, cioè del figlio di Dio? La tradizione cristiana ci insegna che questo passaggio avviene mediante il Battesimo.
  2. La domanda che ci facciamo è come mai, nonostante abbiamo ricevuto il battesimo, questa rigenerazione non sia avvenuta? Probabilmente la risposta sta nel fatto che abbiamo messo in evidenza l’aspetto dottrinale, abbiamo rappresentato l’importanza e il valore del battesimo, ma non abbiamo vissuto nella nostra esperienza di figli e fratelli nella Chiesa la nostra rigenerazione. Siamo rimasti fondamentalmente quelli di prima, se non addirittura in certi casi peggiorati. In questa fase della storia ci stiamo rendendo conto che per secoli abbiamo delegato quasi interamente a una sorta di automatismo sacramentale, a una specie di pensiero magico, i processi della nostra liberazione, trascurando i processi della fede dei credenti, la loro iniziazione quasi fisica ai misteri, e quindi la loro concreta trasfigurazione progressiva, senza la quale i sacramenti non hanno molta efficacia, né molto senso.
  3. Tutta la bibbia ci insegna che Dio lo incontriamo nella vita, nella storia dell’umanità, la stessa cosa ci dice il magistero in maniera sempre più chiara e convinta dal concilio in poi. Ricordiamo il testo di Gaudium et spes n° 11: Il popolo di Dio, mosso dalla fede con cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l’universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio. La fede, infatti, tutto rischiara di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell’uomo, orientando così lo spirito verso soluzioni pienamente umane. Questo ci dice che è il livello esistenziale, esperienziale e storico, il livello dell’incarnazione personale e storica concreta ad assumere sempre maggiore rilevanza spirituale anche rispetto all’evento sacramentale del battesimo, che resta un inizio, un seme indispensabile; ma se non cresce e non fiorisce, rischia di marcire.
  4. Quindi comprendiamo quanto sia fondamentale ripartire da una lettura profetica della storia per capire cosa sta morendo non solo nella chiesa, ma nell’esperienza del mondo: il nostro io ego centrato, il nostro io bellico, e che cosa sta fiorendo: il nostro io relazionale e procreativo, figura più evoluta di umanità. Dobbiamo, rileggere a partire dalla Sacra scrittura e dal magistero tutta la vicenda umana per intuire tutte le direttrici evolutive che oggi chiedono di essere proseguite. L’interpretazione profetica del presente è la prima componente indispensabile per un rinnovamento dell’esperienza cristiana del nostro secolo. Da qui possono svilupparsi le giuste traiettorie riformatrici per la chiesa e anche per la nostra formazione.

 

L’elemento autoconoscitivo

  1. Papa Francesco ci aiuta a comprendere che abbiamo bisogno di nuovi metodi e nuovi linguaggi per incamminarci più speditamente verso una vera riforma della nostra esperienza umana ed ecclesiale. La Chiesa ci chiede un rinnovamento che si esprime con espressioni per noi divenute ormai parte del nostro linguaggio: passare dalla Chiesa piramidale a quella comunionale – sinodale. Ci ricorda il Papa nella EG n° 33: Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità. Una individuazione dei fini senza un’adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradursi in mera fantasia.

Prima di mettere mano alla riforma dell’annuncio della fede, delle strutture ecclesiastiche, dei metodi che riguardano la nostra testimonianza, dobbiamo mettere mano alla nostra conversione personale ed ecclesiale, dobbiamo saperci guardare dentro, fare emergere le nostre malattie, chiedere al Signore della vita di ungerle con il balsamo della misericordia e della guarigione e quindi avviare le nostre riforme. Altrimenti resteremo sempre otri vecchi che non potranno mai contenere il vino nuovo di cui ha bisogno questa umanità.

  1. Dobbiamo renderci conto che in questo tempo in cui sta emergendo una nuova forma della soggettività umana, cercando di allontanarsi dalla forma del passato ego centrata e bellica, ci accorgiamo quanto sia forte e resistente nell’anima umana, in ciascuno di noi, la struttura mentale dell’uomo vecchio. Perciò oggi siamo chiamati a individuare molto più a fondo i meccanismi molto più sottili della nostra mente ego-centrata, per liberarcene. E per far questo dobbiamo studiare bene anche la genesi familiare delle nostre forme distorte di pensiero e di comportamento. Dobbiamo poi imparare a sondare, ad ascoltare e a riconoscere con cura e con pazienza tutti i serbatoi di odio, di rabbia, di vergogna, di paura e di disperazione che alimentiamo ancora nelle nostre profondità, per aprirli tutti a una vera e radicale bonifica. In quanto le forze distruttive dell’anima non si curano reprimendole o negandole, né tantomeno mascherandole sotto spessi strati di ipocrisia, ma solo lasciandole emergere alla luce di una coscienza benevola e creatrice, capace di utilizzare in modo costruttivo anche le nostre caratteristiche dense di rabbia. Pensiamo a quanto sta emergendo non solo nella Chiesa, per fare degli esempi, ai problemi di pedofilia, allo scandalo dei preti gay, ai tanti femminicidi, alle coppie e famiglie che si disgregano. È il mondo ego centrato e bellico che emerge e che la potenza dell’amore di Dio desidera ardentemente sanare. È quel mondo che non abbiamo mai voluto riconoscere e che abbiamo voluto nascondere sotto la sabbia e che ora si sta tremendamente rivelando. Ma c’è anche un mondo più o meno sommerso, che non appartiene agli scandali, ma fa parte del tessuto della vita di ogni essere umano, di situazioni di profondo disagio, di fragilità umane che ognuno porta dentro di sé e che desidera siano guarite dal Padre della misericordia e finalmente possa rinascere l’umanità nuova delle relazioni, l’umanità capace di trasmettere vita. Ecco, ora può nascere l’umanità che vuole estirpare la bandiera delle tante violenze, delle guerre, dello sfruttamento autorizzato dei popoli poveri, del comportamento aggressivo nei confronti della natura, perpetuati per secoli e in modo palese da tante nazioni che portavano il nome cristiano. Ora, se vogliamo, possiamo estirpare dalla nostra terra quella bandiera e piantarne una nuova: quella della pace, delle relazioni che mettono tutti i popoli nelle condizioni di crescere e svilupparsi, quella che riconosce i diritti di ogni popolo soprattutto degli sfruttati e degli scartati, quella del profondo rispetto della natura e dell’ambiente.

 

Per proseguire più velocemente il viaggio verso questo mondo nuovo, dobbiamo seriamente imparare a pregare.

I padri del deserto amavano parafrasare il passo del vangelo del giovane ricco, applicandolo alla preghiera e a quanto può realizzare nella nostra vita.

Se vuoi pregare veramente, va, vendi tutto quello che hai: distrazioni, paure, rabbia, risentimenti, apri il tuo cuore allo Spirito di Dio e allora potrai pregare veramente. La crisi della fede cristiana è innanzitutto crisi dell’esperienza di Dio, di tutte le pratiche contemplative. Da secoli la Chiesa cattolica sembra impoverirsi in questo ambito. Ma il passaggio mentale che noi predichiamo, la continua metanoia dell’uomo vecchio, implica, se lo vogliamo realizzare per davvero, il costante ed inesauribile spegnimento dei pensieri e degli attaccamenti del nostro io ego-centrato, affinché possiamo ascoltare svuotati, cioè silenziati, la parola che Dio, adesso, e sempre di nuovo in questo presente riconquistato, riplasma la nostra identità, fecondando la nostra sostanza spirituale con i pensieri di Cristo, e solo così  potrà aiutarci a somigliare a lui. Già San Basilio scriveva nel IV secolo: Bisogna cercare di tenere la mente nella quiete. Non è possibile scrivere nella cera se prima non si sono spianati i caratteri che vi si trovano impressi. Allo stesso modo non è possibile offrire all’anima gli insegnamenti divini se prima non si tolgono via le idee preconcette derivanti dai costumi acquisiti. Noi, però, diamo per scontata la fase del silenziamento, della reiterata e ardua rinuncia del nostro vecchio io, e quindi del raccoglimento veramente disponibile all’ascolto, rischiando così di far pronunciare proprio all’ego di sempre preghiere che non lo mutano affatto, ma anzi lo consolidano nella sua alienazione. E non è proprio questa la tragedia di tutta la storia dell’occidente cristiano? L’affermazione di un cristianesimo senza conversione? Scrive Andrè Louf: Lo stato di grazia significa, a livello del cuore, stato di preghiera. Là, nell’intimo più profondo di noi stessi, siamo dal nostro battesimo in contatto continuo con Dio. Lo Spirito Santo di Dio si è impadronito di noi, si è completamente impossessato di noi: si è fatto il respiro del nostro respiro, lo Spirito del nostro spirito.

La preghiera autentica, infatti, è l’espressione della fede, sono le parole che lo Spirito pronuncia in noi e che noi facciamo nostre, dando loro credito, e divenendo così noi stessi il Figlio che prega, il nuovo io procreatore e salvatore del mondo. Senza questa esperienza orante della fede la stessa liturgia rischia di trasformarsi in una commedia noiosa e ripetitiva cui giustamente nessuno vuole più assistere. Anche Joseph Ratzinger ci viene in aiuto quando precisava nel 1989 nel documento Orationis formas della Congregazione per la Dottrina della Fede: “Autentiche pratiche di meditazione provenienti dall’oriente cristiano e dalle grandi religioni non cristiane, che esercitano un’attrattiva sull’uomo di oggi diviso e disorientato, possono costituire un mezzo adatto per aiutare l’orante a stare davanti a Dio interiormente disteso, anche in mezzo alle sollecitazioni esterne”.

Dobbiamo imparare a pregare con tutto il nostro essere, con la mente e con il corpo, con il respiro e con il cuore, affinché possiamo realizzare più compiutamente lo stato di grazia della vera preghiera. C’è ancora tantissima strada da fare in questa direzione; incombe ancora su di noi e in tanta pastorale, un immane pregiudizio che continua ad avvilire e a sminuire la bellezza e il mistero stesso del corpo. Dobbiamo dissolvere queste nuvole nere e tristi che ci schiacciano, e liberare lo spirito gaudioso dell’iniziazione cristiana, la sua infinita capacità di dilatare il cuore e di donare a tratti anche al corpo, e perfino a quello più ferito, la gioia segreta della sua eterna gloria.

 

E allora possiamo diventare Chiesa-comunità

Questo è il nostro grande sogno, che rinnovati come persone e come presbiterio possiamo accingerci a realizzare, pur sapendo del percorso lungo e faticoso, ma anche emozionante, che ci attende. Si tratta di uscire dal modello societario che privilegia su tutti il ruolo del ministro ordinato, in una concezione di diseguaglianza tra i membri della Chiesa. In positivo si tratta di progettare e realizzare il modello comunitario che privilegia la fusione degli intenti, le relazioni vitali, la cooperazione organica tra tutti, in una concezione di uguaglianza tra i membri della Chiesa. Per vivere un’autentica comunione è necessario acquisire una mentalità rinnovata e acquisire uno stile di vita che la esprima nella dimensione concreta della fede e della spiritualità. Si tratta di mettere al centro dell’esperienza ecclesiale non tanto le cose sacre, quanto i soggetti santi, ossia i credenti, in quanto amati da Dio, da lui scelti per costituire la sua Chiesa, l’assemblea degli eletti.

Questa è la spiritualità della Chiesa, è il suo elemento costitutivo che possiamo vivere quando accogliamo e manifestiamo l’amore trinitario che ci fa chiesa, unione con gli altri nella verità e nell’amore che Cristo ci manifesta da parte del Padre nello Spirito.

Nei nostri ritiri di quest’anno approfondiremo l’esperienza della Celebrazione Eucaristica. Ci auguriamo che diventi sempre meno rito, sempre più esperienza di accoglienza, di rivelazione del Dio con noi, di misericordia, di rinascita, di festa gioiosa della comunità che, finalmente, nella gioia di stare insieme, incontra il suo Signore risorto.