Meditazione sul tempo presente del vescovo Giuseppe – Quaresima 2026

26-02-2026

Carissimi,

in questo che è il tempo della forza e dell’arroganza dove più che la forza del diritto sembra prevalere il diritto alla forza, siamo entrati nella quaresima con il segno delle ceneri sul nostro capo che, al contrario, parlano  di fragilità, di quello che siamo veramente, della verità della nostra vita: bisognosi gli uni degli altri, bisognosi dell’amore di Dio; bisognosi di misericordia; amati per quello che siamo; liberati dall’ansia di dover apparire migliori. Ceneri amate perché il Signore non disprezza la fragilità, ma la ama e ci insegna ad amarla.

Nel messaggio per la Quaresima Papa Leone ci ha chiesto di ascoltare, di lasciarci raggiungere dalla Parola, accogliendola con docilità di spirito: «quest’anno vorrei richiamare l’attenzione, in primo luogo, sull’importanza di dare spazio alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro». Chi ascolta la Parola, ascolta il suo prossimo e la voce dei fratelli più piccoli di Gesù.

Papa Leone ha chiesto di digiunare dalle «parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace».

Coltivare la gentilezza. Non è questione di buone maniere, ma è coltivare quella pace disarmata e disarmante che cambia i cuori e la storia. La pace non è un fatto geografico ed esteriore; sono io che devo farmi uomo di pace. Per questo non possiamo accettare alcuna violenza nel nostro cuore e nelle nostre relazioni. Disarmiamoci dalle parole offensive, scortesi, dai pregiudizi, che non lasciano spazio all’umanità altrui, dalla supponenza che respinge.

Papa Leone XIV nell’omelia del  6 gennaio ha detto:  «Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti, allora saremo la generazione dell’aurora»

Noi generazione dell’aurora? Nella Chiesa si lavora per accorpare le parrocchie, le Diocesi, e mancano i preti e poi la gente si sta allontanando. Non sarebbe meglio dire che siamo la generazione del declino? Questo è un po’ nell’animo di tanti. La generazione dell’aurora è quella che attende e prepara un giorno nuovo. La generazione dell’aurora vuol far sorgere un nuovo giorno per la Chiesa e per tutti, che non vede, ma spera. Oggi, non vogliamo essere  conformisti nella lamentela e nel vittimismo; viviamo le nostre Comunità come famiglia, non cediamo alle lusinghe dell’io. Noi vogliamo essere la generazione dell’aurora, la generazione di un mondo nuovo, un mondo fraterno e solidale, disarmato e disarmante. Noi non crediamo a quelli che dicono: va tutto male; o anche va tutto bene! Bisogna trasformare la mente come dice l’Apostolo Paolo! Non essere conformisti è rifiutare che si è sempre fatto così, che la guerra è la compagna della vita, che i poveri sono condannati a essere poveri, che non si può fare niente. Il volto nuovo che la Chiesa voleva darsi con il Concilio era il volto del Buon Samaritano che sa fermarsi accanto all’uomo mezzo morto, sa chinarsi sulle sue ferite, sa prendersi cura di lui, per poi portarlo  in un luogo sicuro, sa affidarlo all’albergatore, con la promessa di ritornare da lui, segno di un legame iniziato e che non finisce. L’aurora sorge dove c’è compassione e cura.

Papa Leone, il mercoledì delle ceneri, ci ha anche ricordato che nelle ceneri che ci sono imposte, troviamo le ceneri di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura.

Pasqua sia risorgere dalle ceneri e essere la generazione dell’aurora lì dove siamo, nel nostro piccolo grande mondo dove il seminatore che è Gesù stesso non ha smesso di seminare fiducioso nel terreno buono che c’è nel cuore di tutti.

Interceda per noi Maria, Madre della Chiesa e Madre nostra, Regina della pace, perché la luce della Resurrezione illumini l’aurora di un giorno, di un tempo, di un mondo nuovo.

+ Giuseppe, vescovo