Non si può evangelizzare se non ci si lascia evangelizzare – Omelia per l’ordinazione diaconale di Guido Santagata e Valentino Simone, 11 maggio 2019

Cari Guido e Valentino,

con l’ordinazione diaconale che riceverete questa sera sarete conformati a Cristo servo. All’interno dei tre gradi di partecipazione al Sacramento dell’Ordine, la vostra consacrazione non è «per il sacerdozio, ma per il servizio». Siete consacrati per essere servi di Dio, servi di Cristo, servi della Chiesa, servi del mondo.

Eserciterete il vostro servizio nella diaconia della liturgia, della predicazione e della carità in comunione col vescovo e con il presbiterio. Sarete servi del culto da rendere a Dio, servi dell’annuncio della Parola, servi dell’amore da condividere con i fratelli.

Carissimi tutti, si staglia, sullo sfondo della liturgia di questa domenica, la figura del Pastore. Ma, insieme, grazie al brano dell’Apocalisse, prende rilievo anche l’immagine dell’Agnello.

Le due figure finiscono per sovrapporsi e identificarsi. Il pastore non è altro che l’agnello. L’agnello sarà il loro pastore. In aramaico, il termine utilizzato per definire la parola “agnello” è lo stesso che si usa per dire servo; dire servo e dire agnello è la stessa cosa, la stessa parola.

Il gregge segue l’Agnello, che lo guiderà alle fonti delle acque della vita.

Celebriamo Gesù come unico, vero pastore. Celebriamo il suo amore che ci salva.

Ma non possiamo fare a meno di parlare anche degli altri pastori e del gregge di cui facciamo parte.

Rifacendoci alla pagina del Vangelo, proviamo ad allineare su una colonna i verbi che precisano i compiti del pastore, e su un’altra quelli che indicano i doveri del gregge. Risalta subito alla vista che la prima colonna è più lunga della seconda. Abbiamo, infatti, da una parte: parlare, conoscere, dare la vita e custodire; dall’altra: ascoltare e seguire.

Entriamo nella ricchezza di questi verbi. Iniziamo dal Pastore:

  • Parlare: è un verbo implicito, dal momento che le pecore ascoltano la voce del pastore. E la voce è quella che è. Non si va a scuola di recitazione. Non si può travestire la voce. La verità delle cose che uno dice sta anche nel modo in cui le dice.

Si dovrebbe avvertire una vibrazione inconfondibile che dichiara una passione-partecipazione, dal momento che la voce viene percepita non quando arriva alle orecchie, ma quando accende una scintilla dentro.

  • Conoscere: è entrare in comunione intima con le persone, stabilire un rapporto non formale, cogliere le esigenze più profonde. Per conoscere bisogna ascoltare. Vedere col cuore. Disposti ad imparare. E la lezione, a volte, può essere impartita proprio dalla pecora dalla quale, secondo una certa mentalità, non ci si aspetterebbe nulla.
  • Dare la vita: succede raramente e, in quei casi estremi, il gregge rileva il gesto. Nel contesto normale invece, desidera che il pastore, più che morire, viva totalmente per le sue pecore. Il dono più utile è quello che si esprime nel dare tempo e pazienza, spendersi per gli altri, farsi trovare, condividere, appartenere a tutti. La fedeltà più necessaria è quella di una donazione quotidiana, silenziosa.
  • Custodire: è un verbo che sintetizza l’atteggiamento del pastore che non permette che le pecore vadano perdute o vengano rapite. Il pastore custodisce il gregge soprattutto quando lascia l’ovile per battere i sentieri alla ricerca della pecora smarrita. (O, forse, delle novantanove che stanno fuori?!) Le novantanove (o l’unica rimasta?), sono al sicuro soltanto quando nessuna manca all’appello, o almeno si fa di tutto per stabilire un contatto in modo da accorciare le distanze.

Il pastore, se davvero vuole impedire il rapimento del suo tesoro umano, mette al di sopra di tutto il bene del gregge, non il proprio vantaggio, le proprie comodità, la propria immagine. Non basta ricordarsi degli altri, preoccuparsi per loro, occorre dimenticare sé stessi, non preoccuparsi di sé.

Da parte delle pecore abbiamo:

  • Ascoltare: non basta stare a sentire. Bisogna che la parola penetri dentro, metta in discussione, provochi una decisione. Ascolta veramente solo chi accetta il cambiamento, chi è disposto a tradurre nei fatti, nei comportamenti, la parola che gli è stata donata.

Un gregge che ascolta è un gregge che cammina. Una pecora che ascolta è una pecora che si sveglia, si lascia scuotere, allunga il passo.

  • Seguire: è camminare verso la Terra Promessa. È necessario sapere che c’è una meta da raggiungere, avere coscienza comunitaria e la docilità che non è irresponsabilità ma affidamento. Seguire non vuol dire trascinare i piedi, ma nemmeno ignorare il passo dei più deboli. Non è mettersi in riga per una parata. È mettersi in cammino protesi alla realizzazione di un sogno, un sogno che non si chiude nell’individualismo ma che profuma di comunione. Non puoi seguire per te stesso; la vera sequela coinvolge, include l’altro. Non è proibito perciò, informare il pastore, suggerire un itinerario nuovo, dare qualche robusto strappo in avanti.

Ma la liturgia di oggi presenta anche un’altra immagine: quella della moltitudine.

La moltitudine che va ad ascoltare la parola di Dio ad Antiochia, e la moltitudine immensa accolta nella città di Dio dopo il cammino tribolato nei grovigli della storia.

Attenti: non è una massa anonima, bisogna tener conto dei battiti del cuore, delle lacrime agli occhi, delle storie e dei drammi di cui ciascuno è portatore.

Proprio per questo, prima di chiedersi cosa fa il diacono nella Chiesa, dobbiamo chiederci: chi è il diacono. La Chiesa vive la sua natura e realizza la sua missione se è diaconia, servizio.

È la Chiesa del grembiule o, se volete, l’ospedale da campo di cui ci parla Papa Francesco. È una dimensione essenziale, così essenziale che il Signore ha voluto che nella sua Chiesa vi fosse un ministero con questa prioritaria finalità: significare, realizzare, animare, promuovere la diaconia. Un ministero che il Signore ha voluto arricchire della grazia sacramentale.

Il diacono è segno sacramentale di Cristo servo. Segno sacramentale perché la grazia lo raggiunge e lo trasforma nel più profondo del suo essere e rende presente in mezzo a noi Cristo servo. La persona del diacono ricorda al vescovo e ai presbiteri la natura ministeriale del loro sacerdozio e li aiuta a vivere tale sacerdozio come servizio e, al contempo, aiuta i singoli cristiani e tutta la comunità ad avere una coscienza diaconale.

Durante l’ordinazione viene consegnato il libro del Vangelo, e così viene messo in evidenza che il primo servizio del diacono è il servizio della Parola, cioè l’annunzio del Vangelo.

C’è qualcuno che sostiene che il diaconato è il ministero della soglia. In una Chiesa missionaria, è soprattutto compito del diacono la prima evangelizzazione, l’annuncio dell’amore di Dio nelle periferie ecclesiali ed esistenziali. Il diacono è visto nella sua giusta luce nel dinamismo della Chiesa in uscita.

Ma, per fare tutto ciò, è necessario mantenere vivo il legame con Cristo. Cari Guido e Valentino, abbiate Cristo come modello della vostra vita. Egli ha assunto la forma del servo, ed è venuto nel mondo non per essere servito, ma per servire. Lavando i piedi ai suoi discepoli ha dato un esempio luminoso al quale non potete non ispirarvi. Servo di Cristo non è chi fa qualcosa, ma chi vive una profonda relazione con Lui, considerandolo il Signore della sua vita e facendo ogni cosa per amore Suo. La diaconia che siete chiamati a vivere non è una prestazione d’opera, un compito da svolgere, l’esecuzione di un dovere, ma una relazione (quella con Cristo) da coltivare e da approfondire nel segno dell’amicizia che vi lega a Lui. Una relazione d’amore, dunque. Un amore che assume la forma della croce. Perché non c’è una via migliore di quella che Lui stesso ha percorso. Se metterete amore nelle opere più che nelle parole, l’amore di Cristo infiammerà i vostri cuori. Cristo sia il modello del vostro ministero diaconale. Somigliare a Cristo servo sia il vostro segreto e profondo desiderio e caratterizzi la vostra identità e il vostro ministero.

Al servizio del Vangelo è strettamente legato il servizio dei poveri. Mi viene da dire: “costitutivamente”. Poveri e Vangelo devono stare insieme. I poveri non sono una categoria sociale, sono Ostensorio, sono sacramento di Cristo, segno reale della Sua presenza. Sono la carne di Cristo che dobbiamo abbracciare ed accarezzare. Pensate a quel diacono che fu Francesco di Assisi, nel momento in cui riuscì a baciare il lebbroso e si rese conto che soltanto allora entrava nella vita.

Ai poveri bisogna accostarsi non a parole, ma coi fatti e nella verità, con un’attenzione a quelli più nascosti ed emarginati, disposti a fare la propria parte contro quelle strutture di peccato che hanno creato nella società la cultura dello scarto.

Vangelo e poveri vanno insieme perché è quanto facciamo per i poveri che dà autorevolezza e forza all’annunzio della buona notizia dell’amore di Dio.

Ma c’è anche un altro motivo: sono i poveri che ci aiutano a leggere il Vangelo. Alla loro scuola comprendiamo che il Vangelo non ci insegna tanto cosa dobbiamo fare verso Dio, quanto piuttosto quello che Dio fa verso di noi, amandoci di un amore che è senza misura.

È chiaro che il vostro servizio deve essere rivolto a tutti, senza esclusione di nessuno. Ma i poveri e, aggiungo, i giovani devono attirare la vostra attenzione e costituire l’oggetto privilegiato delle vostre cure e delle vostre fatiche. Vi invito ogni giorno a chiedere al Signore di illuminare la vostra mente per imparare da Lui a prendervi cura di loro, a stare accanto, a farvi compagni di strada, a saper ascoltare; di aprire i vostri occhi per imparare a scrutare i loro volti, e accoglierli dentro di voi; di accendere il vostro cuore per abbracciare le loro afflizioni e le loro speranze; di offrire le vostre mani per stringere legami di fraternità. E servire con un amore gratuito e disinteressato.

Servire i giovani – scriveva don Tonino – «significa considerali poveri con cui giocare in perdita, non potenziali ricchi da blandire furbescamente in anticipo. […] Asciugare i loro piedi, non come fossero la pròtesi dei nostri, ma accettando con fiducia che percorrano altri sentieri, imprevedibili, e comunque non tracciati da noi. Significa far credito sul futuro, senza garanzie e senza avalli. Scommettere sull’inedito di un Dio che non invecchia».

Infine, il servizio dell’altare: assistere il vescovo e i presbiteri soprattutto quando presiedono l’Eucaristia. La liturgia è il momento culminante del ministero: è l’Eucaristia che fa la Chiesa come comunione ed è l’Eucaristia che ci dà la grazia e la forza di vivere la nostra esistenza come servizio ai fratelli.

Guido e Valentino, la vostra consacrazione diaconale è in vista dell’ordinazione sacerdotale. L’attitudine al servizio rimanga immutata nel tempo, anzi cresca sempre di più.

Vi invito ad interrogarvi sul modello di Chiesa da contribuire a edificare con il vostro ministero. Non una Chiesa immaginaria, costruita secondo i vostri gusti e le vostre idee, ma la Chiesa voluta da Cristo: quella che vive nel tempo, mantenendo ferma la speranza e aspettando i cieli nuovi e la terra nuova. Non una Chiesa addormentata e paga della sua storia e delle sue tradizioni, ma una Chiesa dinamica, che si interroga, scruta i segni dei tempi e si lascia convertire continuamente per essere fedele a Dio e agli uomini.

Viviamo in una società in continua trasformazione. Talvolta ci si può sentire smarriti per il frenetico cambiamento di mentalità. Non ritiratevi in voi stessi arroccandovi nel vostro modo di pensare cercando sicurezza quasi foste in una torre assediata, ma mantenete sempre vivo il dialogo con gli uomini del vostro tempo. Il Vangelo deve essere annunciato a tutti: a coloro che sono desiderosi di ascoltarlo e a quelli che si mostrano indifferenti, se non ostili e contrari. Cercate di accostarvi a tutti indistintamente, nella consapevolezza che anche coloro che sembrano più distanti dal Vangelo hanno qualcosa da insegnare.

Allora auguri! Possiate diventare ogni giorno sempre più ciò che fra qualche minuto sarete. Sarà la migliore preparazione all’ordine del presbiterato.

Sarete a servizio della Parola. Ma non si può evangelizzare se non ci si lascia evangelizzare. Lasciatevi trasformare dalla Parola di vita, non tralasciando mai l’esercizio quotidiano della Lectio Divina.

Sarete a servizio dei poveri. Ma non c’è autentico servizio senza condivisione. Mettersi sulle spalle la camicia dei poveri vale molto di più che lasciarsi scorticare vivi per loro.

Siate semplici, poveri, liberi da ogni forma di possesso. Abbiate il cuore oltre le cose.

Sarete a servizio dell’altare. Sempre più profondo sia il vostro rapporto personale con Gesù, e con Gesù Eucaristia in particolare, vivendo gioiosamente il dono del celibato che avete liberamente accolto e con il quale gridate al mondo che Gesù è l’Unico, Lui solo la vera gioia.

Vi aiuterà a far diventare la vostra vita un canto d’amore la fedeltà a quella Liturgia delle Ore, che vi fa diventare voce di tutte le creature.

Amate la vostra Chiesa particolare. Amatela!

Non basta disporsi al servizio, occorre lo “stile evangelico”. Siete chiamati a vivere un servizio a “tempo pieno”. A tempo pieno per Cristo. Il servizio è uno stile di vita. Come Cristo, il vostro stile sia frutto di preghiera e di contemplazione e sia intriso di umiltà e mitezza. Evitate l’attivismo esagerato, il darvi da fare per guadagnare credito e acquisire prestigio. Ma fuggite anche dalla tiepidezza. Chi è tiepido finisce per accontentarsi di una vita mediocre, che non è vita.

Il servo fedele è sempre pronto ad accogliere le sorprese di Dio e a rendersi disponibile nei confronti dei fratelli. Non agisce pensando al suo tornaconto, ma sa dosare il suo impegno aiutando gli altri senza trascurare di avere cura di sé stesso.

Il mondo ha bisogno di brividi, ha bisogno di sussulti, della capacità di lodare il Signore con novità di vita. Non siate prigionieri dei vostri schemi.

Siate portatori di novità, di freschezza, ma di freschezza dolce, non arrogante. Guardatevi dall’arroganza, dalla presunzione. Siate l’immagine di una Chiesa che accoglie, accarezza, abbraccia. Questa immagine dolcissima di Chiesa è quella che dovete presentare. La gente ha bisogno di questo, oggi. Dio sogna questo per la nostra Chiesa. Il sogno si concretizza nell’essere Chiesa che intercetta, che va incontro alle fragilità e alle singole storie. Una Chiesa libera, povera, una Chiesa che non ha paura di percorrere le strade difficili e strette, una Chiesa che sa gioire e condividere, una Chiesa che sa commuoversi e meravigliarsi davanti alle opere di Dio che si realizzano nel nostro quotidiano. Una Chiesa, più che assertiva, discepola della fragilità.

Non la Chiesa che giudica o la fa da padrone sulla fede degli altri, ma la Chiesa della compassione, la Chiesa che conosce la fatica, perché entra nelle case, non parla da fuori. Da come parla, soprattutto dei lontani, dei cosiddetti lontani, capisci se una Chiesa li conosce o no. Chiesa che non ha la fretta dei documenti, ma, perché sorella e serva, conosce l’arte di rallentare il passo. Porta infatti nel suo cuore la fatica dell’ultima pecora, quella gravida e quella ferita.

Lo Spirito Santo soffia dappertutto, e fa anche delle cose che sembrano irrazionali, per cui tu metti il seme in una pianta e il fiore cresce in un altro vaso. Il Signore si lascia afferrare da tutti ma non si lascia imprigionare da nessuno. Rincorrete la gente, andate a trovarla nei loro domicili, nelle loro case, dove probabilmente vive momenti di solitudine, di tristezza, di dolore, senza nessuno accanto a raccoglierne le lacrime. Intuite, prima che ve lo dicano altri, i bisogni della gente. Andate incontro alle necessità dei poveri, a ogni singola storia.

Vi accompagni in questa avventura la benedizione di Maria. Lei, che si definì la serva del Signore, e fu la prima missionaria, “conferisca ai vostri passi la fretta premurosa con cui Lei raggiunse la città di Giudea, simbolo di quel mondo di fronte al quale la Chiesa è chiamata a cingersi del grembiule. Conceda cadenze di gratuità al vostro servizio, sicché l’ombra del prestigio e del potere non si allunghi mai sui vostri affetti. Vi doni occhi gonfi di tenerezza e di speranza, pronti ad intuire le necessità dei fratelli. Vi aiuti a mettere a disposizione dei poveri la vostra vita con i gesti discreti del silenzio e non con gli spot pubblicitari del protagonismo.”

Tutta la vostra vita sia a servizio dei poveri.

Amen

 

Con affetto.

don Mimmo, vostro vescovo