Omelie del Vescovo Mons. Michele De Rosa

Il sacerdote e la nuova evangelizzazione - mercoledì santo 2013

Eccellenza Reverendissima Mons. Antonio Franco, grazie per la sua presenza, sempre gradita, alla Messa del Crisma della nostra diocesi.
Confratelli nel sacerdozio, Revv.di Diaconi, Religiosi e Religiose, Fedeli laici,
fra poco ascolteremo il prefazio in cui si legge che Gesù "comunica il sacerdozio regale a tutto il popolo dei redenti, e con affetto di predilezione sceglie alcuni tra i fratelli che mediante l'imposizione delle mani fa partecipi del suo ministero di salvezza".
Il mio pensiero va a San Paolo che nella seconda lettera a Timoteo scrive al suo diletto figlio: "Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio (= il carisma cioè del ministero apostolico) che è in te mediante l'imposizione delle mani. Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma con la forza di Dio, soffri per il Vangelo" (2Tm 5, 6.8). L'evangelizzatore -secondo San Paolo – è un soldato, un atleta, un contadino: "Come un buon soldato di Gesù Cristo, soffri insieme con me. Nessuno, quando presta servizio militare, si lascia prendere dalle faccende della vita comune, se vuol piacere a colui che lo ha arruolato. Anche l'atleta non riceve il premio se non ha lottato secondo le regole. Il contadino, che lavora duramente, deve essere il primo a raccogliere i frutti della terra" (2 Tm 2, 3-6).
Con il battesimo tutti siamo sacerdoti, pietre vive di un edificio spirituale, un sacerdozio santo, come scrive San Pietro: "Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa" ( 1 Pt 2,9).
Anche san Giovanni parla ripetutamente nell'Apocalisse di Cristo che "ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre" (Ap 1,6) riscattandoci con il suo sangue ( cf Ap 5, 9-10).
Oltre il sacerdozio comune o universale nella Chiesa - come dice il prefazio - è presente anche il sacerdozio ministeriale che differisce da quello comune qualitativamente. "Ogni sommo sacerdote - scrive la lettera agli Ebrei - è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio per offrire doni e sacrifici per i peccati (...). Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio" (Eb 5,1.4).
Il sacerdozio cristiano differisce radicalmente da quello delle altre religioni e anche da quello dell'Antico Testamento: il sommo sacerdote, Gesù, - scrive ancora la lettera agli Ebrei – "non ha bisogno ogni giorno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo; lo ha fatto una volta per tutte offrendo se stesso" ( Eb 7,27). Perciò il Nuovo Testamento non impiega mai il termine Iereus (= sacerdote) per indicare gli apostoli ma lo riserva esclusivamente a Gesù e al popolo di Dio.
Il sacerdozio ministeriale presuppone il sacerdozio comune per cui non si può essere presbiteri se prima non si è battezzati. Viene conferito con l'imposizione delle mani e la preghiera, con l'ordinazione presbiterale cioè che imprime il carattere, un nuovo modo di essere che permane per tutta la vita anche quando il sacerdote venisse dispensato o rimosso dall'esercizio del suo ministero.
Il potere del presbitero sta nel servire. Tanto più serve, tanto meglio si conforma a Cristo. Ce lo ha ricordato anche Papa Francesco nell'omelia pronunciata durante la Messa per l'inizio del suo ministero petrino: "Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio, è accogliere con affetto e tenerezza l'intera umanità, specie i più poveri, i più deboli e i più piccoli" .
Al sacerdote spetta particolarmente:
a. Il servizio della Parola. Egli trasmette la parola della salvezza, il Dio vivo, che si è manifestato nel Cristo vivente nella Chiesa, non trasmette perciò la "sua", ma quella di Cristo. "Le parole del sacerdote - scrive Thomas Merton nel suo libro Nessun uomo è un 'isola – non hanno da essere semplicemente le sue parole o la sua dottrina, dovrebbero essere sempre dottrina di Colui che lo ha mandato" . Di qui la necessità da parte del sacerdote di studiare, meditare e vivere quotidianamente la parola di Dio.
b. Il servizio dei sacramenti. La predicazione e l'apostolato sacramentale restano ancora le funzioni essenziali del prete. Non sta a noi inventare a nostro piacimento un'altra concezione dell'apostolato sacerdotale diversa da quella propostaci dalla rivelazione che si perpetua nella Chiesa.
c. Il servizio della carità. Ai presbiteri compete anche il ministero della carità pastorale per l'edificazione della comunità cristiana che si concretizza nella guida della comunità, nella direzione spirituale delle singole persone, nel far convivere in modo idoneo i vari carismi esistenti nella sua parrocchia perché il parroco, e anche il vescovo nella sua diocesi, non possiede la sintesi dei ministeri, non sa fare tutto cioè, ma deve esercitare il ministero della sintesi armonizzando tutti i carismi per il bene della comunità.
Questo è il ruolo del sacerdote nell'opera di evangelizzazione . La forza del ministero sta nel porre la propria fede in Gesù Cristo. La fede è la risposta umana al dono del Signore e in questo senso è scelta personale. Il dono di Dio è Gesù Cristo, è l'Evangelo.
Nel nostro compito di evangelizzatori, cari confratelli nel sacerdozio, importanti sono anche le virtù umane della mitezza, della pazienza, della cortesia, della sincerità, dell'accoglienza, della disponibilità e dell'ascolto. Non a caso il Signore ci ha dato due orecchie per ascoltare due volte e una bocca per parlare una sola volta.
Un ministro del Signore non può essere litigioso. Deve essere mite. La mitezza è la virtù delle persone forti, non delle persone deboli e si esprime nel dialogo. Deve essere paziente. La pazienza infatti è la caratteristica di Dio, è l'arte di vivere l'incompiutezza.
Gli uomini generalmente non sono cortesi. Hanno spesso l'ombra della cortesia nelle loro azioni, hanno la forma ma mancano dell'anima. La cortesia è uno strumento che va suonato con l'anima: ecco perché sono pochi quelli che la sanno suonare bene. E un'arte la cortesia, e non si apprende se non a fatica e senza la pretesa di diventare maestri; è l'arte più difficile: ecco perché è assai facile essere scortesi. E' una virtù, e duro ne è quindi il cammino. Proprio perché è virtù costa come costa l'acquisto e la pratica della virtù e proprio per questo merita. I primi cristiani si riconoscevano dal modo con cui si trattavano e dall'amore che si portavano; la carità conquistò un mondo in cui l'amore era una merce rara. Scriveva Clemente Alessandrino: "Dobbiamo comportarci sempre cortesemente come se fosse presente il Signore". La cortesia è una felice combinazione di qualità naturali e acquisite che rendono amabile agli uomini chi la possiede. L'amabilità del tratto conta molto in un prete e può decidere della riuscita di gran parte del suo lavoro.
Il sacerdote deve essere anche un uomo sincero e senza infingimenti. E questo sia nei riguardi del vescovo e sia nei riguardi dei propri fedeli. Nel primo incontro che ho avuto dopo l'ingresso in diocesi con il presbiterio - conservo ancora gli appunti - chiesi ai sacerdoti di essere sinceri con me e a mia volta mi impegnavo ad essere sincero con loro.
Spesso i nostri fedeli non si sentono accolti da noi sacerdoti. Presi da tanti im pegni non abbiamo tempo per ascoltare pazientemente i loro problemi. Essi spesso vengono a noi come all'ultima spiaggia dopo aver trovato chiuse tutte le altre porte. L'ascolto delle persone - ne faccio esperienza anch'io ogni giorno - è impegnativo. Qualche volta non abbiamo nessuna voglia di sentire i fatti degli altri; magari ci fa male la testa. Eppure l'ascolto paziente è l'apostolato più efficace perché la gente in questo modo non si sente rifiutata; in noi vede Gesù che passò per le vie della Palestina sanando e beneficando tutti.
I nostri fedeli apprezzano molto in noi la capacità di accoglienza. Quando vengono a noi certe persone, che noi conosciamo bene!, siamo portati a pensare: "Ecco, arriva un altro scocciatore". Certamente non è questo il modo migliore per iniziare un buon dialogo. Dobbiamo mettere a loro agio le persone che vengono a trovarci. In fondo da parte loro è un atto di fiducia in noi che siamo e dobbiamo essere icona di quel Cristo che davanti alla fede di chi chiedeva la guarigione dimostrava il suo amore, la sua misericordia e la sua compassione, quella capacità cioè di condividere le sofferenze degli altri, perché - scrive ancora Thomas Merton – "nessun uomo è un'isola, in sé completa. Ognuno è un pezzo di continente, una parte di un tutto" .
Cari confratelli nel sacerdozio la vocazione sacerdotale è magnifica e tremenda : un uomo debole, come gli altri imperfetto, forse meno dotato di molti a cui è stato mandato, forse anche meno incline alla virtù di alcuni di loro, si trova preso, senza possibilità di sfuggire, tra l'infinita misericordia di Dio e l'orrore quasi infinito del peccato. La nostra vita è un lotta, un combattimento come e più di ogni cristiano. La nostra vita – osserva San Paolo – è un combattimento
Il terreno di combattimento è la collina del Calvario, è la croce perché il sacerdote non vive per se stesso ma per perpetuare nel mondo il sacrificio della croce per amore di quelli che Dio vuole salvare per mezzo loro. "Nessuno – scriveva Sant'Agostino – può attraversare il male di questo secolo, se non è portato dalla croce di Cristo".
Sia lodato Gesù Cristo.

 

+ Michele De Rosa, vescovo.

Sant'Alfonso Maria de' Liguori

Beata Sr Maria Serafina DSC

Servo di Dio Mons. Luigi Sodo

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