03 Aprile 2010
Il presbitero
tra la teologia del sacerdozio e la sfida educativa oggi
Cari fratelli nel Sacerdozio
Diaconi
Religiosi e Religiose
Fedeli laici,
il prefazio di questa messa crismale, che è il cuore dell’Anno Sacerdotale (19 giugno 2009 – 11 giugno 2010) , è un inno di ringraziamento al Padre per averci dato il Suo figlio Gesù il cui sacerdozio viene perpetuato nella Chiesa. In esso si legge: “Gesù comunica il sacerdozio regale a tutto il popolo dei redenti, e con affetto di predilezione sceglie alcuni tra i fratelli che mediante l’imposizione delle mani fa partecipi del suo ministero di salvezza. Tu vuoi che nel suo nome rinnovino il sacrificio redentore, preparino ai tuoi figli la mensa pasquale, e, servi premurosi del tuo popolo, lo nutrano con la tua parola e lo santifichino con i sacramenti. Tu proponi loro come modello il Cristo, perché, donando la vita per te e per i fratelli, si sforzino di conformarsi all’immagine del tuo Figlio, e rendano testimonianza di fedeltà e di amore generoso”.
1. La teologia del Sacerdozio
I punti fermi di una sicura teologia del sacerdozio sono i seguenti.
Il sacerdozio cristiano differisce radicalmente dal sacerdozio delle altre religioni e anche da quello dell’Antico Testamento, che non impiega mai il termine hiereus (= sacerdote) per indicare gli apostoli ma lo riserva esclusivamente a Gesù Cristo e al popolo cristiano nel suo insieme. I Vangeli non parlano di sacerdozio né per Gesù, né per i suoi discepoli. A Gesù sono attribuiti molti titoli - rabbì, maestro, profeta, Figlio di Dio, Messia o Cristo, Signore – ma mai quello di sacerdote o di sommo sacerdote.
Propriamente parlando, secondo il Nuovo Testamento, c’è un unico mediatore tra Dio e gli uomini (1 Tm 2,5), un unico sacerdote, Gesù Cristo, e quindi anche un unico sacerdozio che il Signore esercita con la predicazione, l’azione e l’offerta di sé.
Cristo ha voluto che la salvezza, il suo Vangelo cioè e la sua vita, venissero trasmessi a tutti gli uomini. Per questo ha fondato la Chiesa, che nasce dal suo cuore squarciato e si manifesta nella Pentecoste. La Chiesa si presenta così come “stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, il popolo acquisito per annunziare la grandezza di colui che ci ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce” (1 Pt 2,9). Nella Chiesa dunque siamo tutti sacerdoti, tutti partecipi dell’unico sacerdozio di Cristo (sacerdozio dei fedeli).
Ma per i compiti che svolgiamo nella Chiesa partecipiamo al sacerdozio di Cristo in “modi diversi”.
Dagli scritti del Nuovo Testamento, e in particolare dalla Lettere di San Paolo, risulta che elemento essenziale della Chiesa è l’apostolo il quale - per comando di Cristo – ha particolari compiti di direzione nella comunità dei fedeli (sacerdozio ministeriale).
Il sacerdozio ministeriale, che presuppone quello comune, per cui non si può essere presbiteri se prima non si è cristiani, viene conferito attraverso l’imposizione delle mani e la preghiera. È un vero Sacramento distinto dal Battesimo e dalla Cresima che imprime il carattere, character indelebilis, marchio incancellabile, e chi riceve questo carattere è sacerdote per sempre. Esso fa del sacerdote il segno e lo strumento della mediazione di Cristo mentre il sacerdozio comune consiste nell’offerta della propria vita.
In sintesi al presbitero spetta particolarmente :
a. Il servizio della Parola, quella Parola che si è fatta carne in Cristo ed è la fonte della nostra salvezza.
b. Il servizio dei sacramenti. Al Vescovo e al Sacerdote spettano, in maniera esclusiva, la celebrazione eucaristica e la riconciliazione con Dio attraverso il sacramento della penitenza.
c. Il servizio della carità pastorale, che si deve attuare nella guida della comunità, nella direzione delle singole persone, nel far convivere in modo idoneo i vari carismi presenti nella comunità da lui guidata.
2. Il sacerdote educatore
Un vero prete non può limitarsi a fare il monaco, né può rinchiudersi in sagrestia: dovrà spendersi e consumarsi, farsi tutto a tutti, particolarmente ai più piccoli, ai più poveri, agli emarginati, ai peccatori, per guadagnare tutti a Cristo. « La dignità del prete - scrive Balthasar - sta nel servire. Quanto più serve, tanto meglio riesce a far vedere Cristo. Quanto più si attribuisce titoli di dignità, tanto più diventa opaco. I titoli permessi sono : “fratello” e “servo” » .
Vittorino Andreoli, nel suo bel libro Preti. Viaggio fra gli uomini del sacro, scrive : “Io vorrei che il prete fosse il prete del tempio e mi rendo conto di esprimere un’utopia e di delineare una figura ideale del sacerdote. […] Io vorrei che tutti i preti appartenessero a questa tipologia implicita. Il prete, uomo del tempio” . Ma oggi il sacerdote non può limitarsi al culto, non può essere il funzionario del culto ma deve guardare al di fuori del tempio, dove gli uomini soffrono e patiscono, dove vivono il presente spesso senza una prospettiva per il futuro, dove amano e odiano, dove pur religiosamente praticanti si comportano spesso egoisticamente come coloro che non hanno remore morali nel loro agire.
Oggi il servizio più urgente che noi - vescovi e sacerdoti - dobbiamo rendere alle nostre comunità cristiane e alla società civile è quello dell’educazione.
Come spesso è capitato in questi ultimi secoli sono stati i Papi a cogliere i segni dei tempi, le cose nuove che emergevano dal fondo buio della storia. Pensiamo a Leone XIII che davanti alla prima grande questione sociale, frutto dell’incipiente industrializzazione, scriveva la Rerum Novarum (1891); pensiamo a Giovanni XXIII che con la Pacem in Terris (1963) introdusse nella riflessione degli uomini il tema della pace, così attuale oggi; pensiamo alla Lettera alla diocesi di Roma e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione (2008) di Benedetto XVI.
Il Papa usa l’espressione “emergenza educativa” non per indicare una realtà negativa, che pure è presente nell’opera educativa oggi, ma per sottolineare l’eccedenza di opportunità e di scelte dei giovani, abitualmente e non soltanto in alcuni momenti della loro vita.
La risposta all’ “emergenza educativa”, afferma Benedetto XVI, passa anche attraverso i sacerdoti. La storia della Chiesa è ricca di autentiche figure sacerdotali, autentici educatori : San Giovanni Bosco, Antonio Rosmini, San Filippo Neri, Paolo VI, assistente nazionale della FUCI, don Lorenzo Milani, don Luigi Giussani, don Pino Puglisi.
Ci fermeremo su tre realtà in cui il sacerdote deve esplicare particolarmente la sua opera educativa oggi: la comunità cristiana, la famiglia, i giovani.
La comunità cristiana, guidata da un sacerdote, è il primo soggetto, il grande responsabile dell’educazione, non isolata, non autosufficiente, ma aperta e capace di mettersi in gioco. La parrocchia non è all’anno zero nel suo compito educativo, anzi molta attività è educazione dei bambini e dei ragazzi, dei fidanzati e dei giovani.
Essa poi, non è una realtà omogenea: al di là delle differenze legate al contesto, alla storia, alle figure, alle esperienze disponibili in parrocchia, vi sono numerose presenze aggregative di antica tradizione e di recente nascita che contribuiscono ad articolare ed arricchire l’esperienza di tutta la comunità. Sono percorsi, luoghi di educazione alla partecipazione, e alla corresponsabilità.
Purtroppo anche in alcune parrocchie della nostra diocesi non esistono associazioni, movimenti o gruppi ecclesiali. La carità pastorale del parroco si limita al culto. Ma non è certo questa la figura del sacerdote che risalta dai documenti del Magistero.
Qualche parroco poi cede alla tentazione di considerarsi in parrocchia - e le nostre parrocchie coincidono quasi sempre con il Comune - l’unica autorità non rispettando il ruolo delle autorità civili. Il parroco è padre di tutta la sua comunità e non può né deve scegliere una parte come suo referente politico. Non deve, in una parola, “far politica”, nel senso deteriore della parola: schierarsi cioè con un partito o con un gruppo. Ultimamente anche Benedetto XVI, nel discorso alla Curia Romana per la presentazione degli auguri natalizi, ha detto che i Vescovi e i sacerdoti non devono cedere alla tentazione “di prendere personalmente in mano la politica e da pastori trasformarsi in guide politiche” .
Cellula delle comunità cristiane e della società civile è la famiglia.
Oggi - tutti lo ammettono - la famiglia cosiddetta tradizionale è in crisi. Si tende a sostituirla con altre forme (Pacs, Dico) che non possono chiamarsi famiglia, se per famiglia vogliamo intendere l’unione fra un uomo e una donna aperta alla vita. L’uomo moderno abolisce i vincoli, non vede l’aspetto di arricchimento e di risorsa che le relazioni contengono in sé, vede solo il suo diritto; vorrebbe poter entrare e uscire dai legami a suo piacimento. Li vorrebbe “leggeri”. Anzi li vorrebbe intensi e leggeri. “Il nostro è un tempo di passioni intense ma leggere” .
Per questo la coppia va accompagnata nella fase del fidanzamento - specialmente con i corsi prematrimoniali che non si devono ridurre a pochi incontri nozionistici ma devono essere un cammino di maturazione - nei primi anni di matrimonio, ma anche nei vari passaggi critici in modo che non si arrenda facilmente davanti alle difficoltà che incontra nel suo cammino, “così da poter trasformare il patto originariamente stipulato adeguandolo alle diverse esigenze delle varie fasi del ciclo di vita e alle varie sfide sociali” .
Occorrono politiche familiari serie che sostengano le famiglie, valorizzando i soggetti sociali che agiscono nella prospettiva di rigenerare quel “villaggio” o rete comunitaria che renda possibile l’opera educativa. C’è bisogno di un villaggio per far crescere un bambino: così suona un antico proverbio africano.
Quando parliamo di educazione la nostra mente va immediatamente ai giovani. È vero che la formazione è permanente, ma è soprattutto il giovane che deve portare alla luce le potenzialità interiori di cui è dotato per costruire la propria personalità.
È un compito difficile perché - come si esprime il sociologo Zygmunt Bauman - «viviamo oggi una vita “liquida”, una vita precaria, vissuta cioè in condizione di continua incertezza. […] Ciò che conta è la velocità, non la durata» .
Urge allora impostare - da parte della Chiesa e quindi dei parroci e di tutti i sacerdoti - una pedagogia e una pastorale che abiliti i giovani a gestire la provvisorietà, dando motivazioni “a corto raggio”, giorno dopo giorno.
La nostra Chiesa si è posta all’ascolto dei giovani con il Sinodo dei Giovani che stiamo celebrando per accompagnarli a riscoprire le piccole cose che fanno grandi le modeste speranze che timidamente sorgono dalla precarietà e frammentarietà dei gesti, apparentemente insignificanti, che essi compiono a scuola, per strada, in palestra o in discoteca.
Conclusione
Cari confratelli, noi ci dobbiamo santificare esercitando la carità pastorale, o diaconia, verso la comunità cristiana con un impegno particolare a favore dei giovani, degli oppressi e dei sofferenti. “Alla domanda sul come sia possibile vivere in modo armonico nell’attività pastorale e fra i tanti impegni la propria esistenza in tutta la sua interezza e unità, la risposta suona : solo se il ministero presbiterale viene vissuto dal sacerdote non come semplice impegno di vita ma soprattutto come via e “mezzo” di santificazione personale” . Il centro attorno a cui ruota la spiritualità presbiterale è quindi la carità pastorale, l’amore-servizio, da raggiungere “unendosi a Cristo nella scoperta della volontà del Padre e del dono di sé per il gregge affidato” .
Cari fratelli nel sacerdozio concludiamo questa omelia con la preghiera di Karl-Heinz Menke, sacerdote e teologo, che facciamo nostra:
Gesù Cristo, Signore,
lo so che importa poco che io abbia successo,
se mieterò elogi e riconoscimenti.
Io so che una cosa sola importa :
che non Ti sia d’intralcio
ma rimanga sempre lo strumento delle Tue mani,
per condurre tutti: a Te, non a me.
Gesù Cristo, Signore,
preservami dall’illusione di dover salvare il mondo.
Fa che io non dimentichi mai che Tu lo hai già salvato,
e che per me la vita al Tuo servizio non sarà ancora finita
quando le forze mi verranno meno.
Io sono la finestra, Tu la luce.
Tu puoi attraversarmi, io no.
Tu ti servi di me, povera, sottile cruna di un ago,
per infilarti in questo mondo.
E così mi sollevi dal peso
di dover fare ciò che va oltre le mie forze.
Mi dai dunque il coraggio necessario
per esercitare quel potere che Tu hai posto in me,
nella mia debolezza, nella mia miseria.
Sì, Tu in me!
Per vivere con serenità e autenticità tutta la mia vita,
dopo essermi abbandonato in Te, vivente dentro di me.










