Cari fratelli e sorelle,oggi abbiamo due motivi per ringraziare il Signore: la festa dei SS. Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele e i miei dieci anni di ministero pastorale in questa santa Chiesa di Dio che è in Cerreto Sannita-Telese-Sant'Agata de' Goti.
Ringrazio il Vicario Generale per il saluto che mi ha rivolto anche a nome vostro e tutti voi accorsi in questa chiesa cattedrale per lodare il Signore. Ringrazio le autorità civili e militari presenti e i miei paesani che sono venuti da Acerno insieme con il parroco don Luca Basso. Sono grato per la sua presenza a S. E. Mons. Antonio Franco, Nunzio Apostolico in Israele e Cipro e Delegato Apostolico in Gerusalemme e Palestina.
Nel Messale Romano del 1969, frutto della riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II, vengono conservate le feste degli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele (29 Settembre) e degli Angeli Custodi (2 Ottobre).
Il significato di queste due feste ce lo offre il papa Gregorio Magno che nelle Omelie sui Vangeli scrive:
"E'da sapere che il termine "angelo" denota l'ufficio, non la natura. Infatti quei santi spiriti della patria celeste sono sempre spiriti, ma non si possono chiamare sempre angeli, poiché solo allora sono angeli, quando per mezzo loro viene dato un annuncio. Quelli che recano annunci ordinari sono detti angeli, quelli invece che annunziano i più grandi eventi sono chiamati arcangeli. Per questo alla Vergine Maria non viene inviato un angelo qualsiasi, ma l'arcangelo Gabriele. Era ben giusto, infatti, che per questa missione fosse inviato un angelo tra i maggiori, per recare il più grande degli annunzi. Ad essi vengono attribuiti nomi particolari, perché anche dal modo di chiamarli appaia quale tipo di ministero è loro affidato. Nella santa città del cielo, resa perfetta dalla piena conoscenza che scaturisce dalla visione di Dio onnipotente, gli angeli non hanno nomi particolari, che contraddistinguano le loro persone. Ma quando vengono a noi per qualche missione, prendono anche il nome dall'ufficio che esercitano.
Così Michele significa: "Chi è come Dio?", Gabriele "Fortezza di Dio" e Raffaele: "Medicina di Dio".
Quando deve compiersi qualcosa che richiede grande coraggio e forza si dice che è mandato Michele, perché si possa comprendere, dall'azione e dal nome, che nessuno può agire come Dio. L'antico avversario che bramò, nella sua superbia, di essere simile a Dio alla fine del mondo sarà abbandonato a se stesso e condannato all'estremo supplizio.
A Maria è mandato Gabriele, che è chiamato "Fortezza di Dio"; egli veniva ad annunziare colui che si degnò di apparire nell'umiltà per debellare le potenze maligne. Doveva dunque essere annunziato da "Fortezza di Dio" colui che veniva quale Signore degli eserciti e forte guerriero.
Raffaele, come abbiamo detto, significa "Medicina di Dio". Egli infatti toccò gli occhi a Tobia, quasi in atto di medicarli, e dissipò le tenebre della sua cecità. Fu giusto dunque che venisse chiamato "Medicina di Dio" colui che venne inviato a operare guarigioni"" .
Oggi, nella preghiera, ricordiamo anche i miei dieci anni di episcopato. Il Vescovo è la guida della Chiesa locale. Egli - dicevo nella prima omelia in cattedrale - "non è colui che sa tutto e sa fare tutto ma una guida che sa armonizzare i carismi, le capacità, le potenzialità presenti nella propria comunità cristiana. Deve fare, dar da fare e lasciar fare perché ognuno possa esprimere e realizzare la propria personalità. La grazia propria del Vescovo non è di essere la sintesi dei ministeri ( sa tutto e sa fare tutto!), ma è il ministero della sintesi, ha il compito cioè di armonizzare tutti i ministeri volti all'edificazione della comunità. (…)Solo una Chiesa tutta ministeriale, in cui ognuno svolge il suo specifico ruolo, è capace di un serio e fruttuoso impegno di evangelizzazione e promozione umana" .
A questo atteggiamento ho improntato il mio metodo di lavoro responsabilizzando i sacerdoti e i laici. Sappiamo bene che la nostra è una mentalità che difficilmente ci porta a lavorare in èquipe, preferiamo fare le cose ognuno per conto proprio con la conseguenza che spesso lavoriamo per cento e raccogliamo per cinquanta. E devo dire che, anche se lentamente, la cultura del lavorare insieme sta entrando nella pastorale della nostra diocesi.
Ho cercato di creare un ambiente sereno, senza conflittualità e freddezza nei rapporti tra le varie componenti del popolo di Dio non per dormire sogni tranquilli ma per concentrare la nostra attività nell'annuncio della Parola di Dio.
Ho puntato l'attenzione, in modo particolare, su alcuni traguardi, raggiunti soltanto parzialmente, e che dovranno costituire l'oggetto della nostra attività anche per il futuro: fare della diocesi una sola famiglia, fare del presbiterio il luogo della spiritualità sacerdotale, il seminario diocesano e il ginnasio-liceo paritario "Luigi Sodo", formazione dei laici, sensibilizzare la nostra comunità a prendersi cura degli ammalati, dotare le nostre parrocchie di strutture utili per una efficace evangelizzazione.
I Padri della Chiesa, parlando della comunità cristiana, presentano la Chiesa come la "famiglia di Dio". Gesù stesso paragona il nuovo Israele, la Chiesa, a una famiglia. Questa immagine ritorna nella parabola degli invitati a nozze (Mt 22,2-14), del Figliuol prodigo (Lc 15,11-32), dei due figli (Mt 21,28), degli operai (Mt 20,1), dei vignaioli perfidi ( Mt 21,33-45). Dice anche che è la sua casa , la quale è, al tempo stesso, la casa del Padre, dove ci sono molte mansioni. Perché tutti, di fatto, nella Chiesa sono fratelli fra di loro, in modo da riprodurre la famiglia della Trinità, Gesù prega accuratamente il Padre in uno dei momenti più solenni della sua esistenza: "Tutti siano una cosa sola. Come Tu, Padre, sei in me e io in te siano anch'essi in noi una cosa sola perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Gv 17, 21-22).
Il concilio Vaticano II, presentando le immagini della Chiesa la chiama "casa di Dio, nella quale cioè abita la sua famiglia, la dimora di Dio per lo Spirito, la dimora di Dio con gli uomini" .
A questa idea mi sono ispirato nel mio ministero episcopale: fare di tutti i fedeli della diocesi una famiglia in cui tutti si vogliono bene e portino i pesi gli uni degli altri per camminare più speditamente, insieme, verso il Signore.
Anche i sacerdoti devono essere una famiglia. "Nell'esercizio del sacro ministero la principale responsabilità spetta ai sacerdoti diocesani, perché, essendo essi incardinati o addetti a una Chiesa particolare, si consacrano tutti al suo servizio per la cura spirituale di una porzione del gregge del Signore. Perciò essi costituiscono un solo presbiterio e una sola famiglia, di cui il vescovo è il padre" . La fraternità sacerdotale che unisce i presbiteri di una Chiesa particolare porta a integrare il servizio presbiterale personale con quello collegiale dei presbiteri e della diocesi, favorendo l'incontro, il dialogo e la collaborazione fra loro e, di conseguenza, la reciproca animazione spirituale attraverso lo scambio di idee, di esperienze, di incoraggiamento e di sostegno.
Il presbiterio, l'insieme di tutti i sacerdoti diocesani e religiosi, è il luogo della santificazione dei sacerdoti le cui componenti sono: l'accettazione reciproca, la fraternità, l'aiuto vicendevole, la collaborazione. Ciascuno dei Presbiteri - scrive la Presbiterorum Ordinis, il decreto conciliare sul ministero e la vita sacerdotale - "è dunque legato ai confratelli con il vincolo della carità; della preghiera e dell'incondizionata collaborazione, manifestando così quell'unità con cui Cristo volle che i suoi fossero una cosa sola, affinché il mondo sappia che il Figlio è stato inviato dal Padre" .
Questo presbiterio ho cercato di formare considerando sempre i sacerdoti - diocesani e religiosi - confratelli, amici e collaboratori nell'unico compito di far conoscere l'amore del Signore diffuso nei nostri cuori.
Un'attenzione particolare ho avuto anche per i seminaristi con la mia presenza frequente in seminario e ristrutturandone i locali per renderlo più dignitoso.
La traccia di riflessione in preparazione al Convegno ecclesiale di Verona (16-20 ottobre) sollecitava l'impegno dei laici, per essere testimoni credibili del Risorto attraverso una vita rinnovata e capace di cambiare la storia. "Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. (…)A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano sempre fatte secondo Cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e Redentore" ( At 2,42.44) .
Ma oggi la testimonianza cristiana deve essere qualificata, sorretta cioè da una buona preparazione teologica.
Per questo la diocesi ha organizzato la Scuola di Formazione Teologico-Pastorale che in tre anni offre una panoramica della rivelazione cristiana. In questi anni hanno conseguito il diploma una quindicina di persone.
Ma noi non dimentichiamo che la Chiesa non vive per se stessa, non è una setta, ma è aperta al mondo, è a servizio delle comunità in cui vive.
Per questo la diocesi ha sentito il bisogno di concepire e realizzare un progetto di formazione che mira alla sensibilizzazione, diffusa e qualificata, di giovani della nostra realtà territoriale: CittadinanzAttiva. Essa è un'esperienza formativa promossa e curata dal "Centro Studi Sociali Bachelet Onlus" della diocesi di Cerreto Sannita- Telese- Sant'Agata de' Goti in collaborazione con Università, Istituzione ed Enti Locali del nostro territorio. Attraverso lezioni cattedratiche e incontri guidati, vuole tracciare percorsi formativi che conducono a maturare una corretta crescita nella sensibilità civile. I destinatari sono giovani e adulti che desiderano conoscere e approfondire valori e riferimenti dottrinali per una più qualificata corresponsabilità nella vita comunitaria e nell'impegno sociale.
Negli Atti degli Apostoli leggiamo: I primi cristiani "erano perseveranti nell'insegnamento degli Apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. (…) Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le proprie e le dividevano con tutti , secondo il bisogno di ciascuno" ( At 2, 42.44).
L'amore cristiano non è un atteggiamento irenico nei riguardi dei propri fratelli, ma deve essere sostanziato da gesti concreti.
La Chiesa fin dall'inizio ha avuto al centro della propria attenzione e della propria attività apostolica non solo i poveri in spirito, ma anche gli ammalati, i disabili, i poveri di ogni genere. Pensiamo a S. Vincenzo de' Paoli e Madre Teresa di Calcutta. Scrive S. Vincenzo de' Paoli: "Il servizio dei poveri deve essere preferito a tutto. Non ci devono essere ritardi. Se nell'ora dell' orazione avete da portare una medicina o un soccorso a un povero, andatevi tranquillamente. (…)Se lasciate l'orazione per assistere un povero, sappiate che far questo è servire Dio. La carità è superiore a tutte le regole, e tutto deve riferirsi ad essa. E' una grande signora: bisogna fare ciò che comanda"
Per questo la nostra diocesi ha eretto l'AMASI (Associazione Mariana Assistenza Sollievo Infermi) che si prende cura degli ammalati in diocesi sia durante l'anno sia con il pellegrinaggio annuale a Lourdes (quest' anno eravamo trecentoventi) e ad altri santuari.
In questo modo la comunità diocesana è attenta agli ammalati, fratelli che hanno bisogno del nostro aiuto, del nostro sorriso che significa partecipazione fraterna al loro dolore. Per le altre povertà, quelle materiali, benemerita è l'opera della Caritas diocesana.
Venendo trent'anni fa in diocesi ci si poteva accorgere che la religione cristiana era ridotto spesso al solo culto. La parrocchia si riduceva ad erogare servizi. Intorno alle chiese non vi erano strutture dove potersi incontrare e socializzare. Non vi erano canoniche, la casa del parroco, anche perché normalmente il parroco era un sacerdote del posto che preferiva stare nella casa dei genitori.
Per questo abbiamo dotato quasi tutte le parrocchie di una casa canonica, qualcuna ristrutturata, altre costruite ex-novo; tre parrocchie hanno un centro pastorale: il centro Emmaus di Cerreto Sannita, il Centro pastorale "Alfonso Maria de' Liguori" di Luzzano-Moiano e Forchia.
Aspettiamo, dal Comune di Telese Terme, il certificato di proprietà di un terreno, che mi è stato promesso, su cui costruire una Chiesa, grande e bella, un auditorium, la casa del parroco, i locali per il catechismo e campi da gioco. Così questo centro pastorale potrà essere punto di riferimento di tutti gli abitanti di Telese Terme e non solo. Stiamo celebrando il Sinodo dei Giovani e pensiamo di proporre loro, in un futuro non lontano, un luogo accogliente e formativo, sottraendoli alla strada.
Guardando in retrospettiva questi dieci anni di episcopato li vedo punteggiati di luci e ombre. Abbiamo fatto insieme - vescovo, sacerdoti e fedeli laici - un tratto di strada, ci siamo conosciuti e posso dire che l'affetto reciproco è aumentato cammin facendo. E di questo ringraziamo il Signore.
Le ombre sono costituite dal ritardo con cui le nostre comunità talvolta recepiscono, in nome di una malintesa tradizione, le direttive di noi vescovi che cerchiamo di purificare la nostra religione dalle incrostazioni che lungo i secoli si sono formate e che oggi spesso offrono una concezione distorta della religione cristiana, presentando una Chiesa potente e ingessata. Il centro del cristianesimo invece è l'amore verso Dio e verso i nostri fratelli affinché nulla vi sia di genuinamente umano che non trovi eco nei nostri cuori. Il commediografo latino Publio Afro Terenzio scrive: "Homo sum, nihil humani a me alienum puto (=Io sono uomo e nulla di ciò che è proprio dell'umanità mi è estraneo). Terenzio vuol dire che sente tutta la nobiltà della solidarietà umana , e che le gioie e dolori dei suoi simili lo toccano profondamente. Quasi le stesse parole usa la Gaudium et Spes nel proemio: "Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità perciò (…) si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la loro storia" .
Vorrei chiudere ricordando la visita pastorale (2003-2007) alla diocesi. È stato un impegno faticoso ma molto gratificante, dopo la celebrazione del Grande Giubileo dell'Anno 2000. Poco ho dato, ma molto ho ricevuto specialmente da alcuni ammalati che dal loro letto di dolore sono veramente maestri di vita cristiana. La Madonna delle Grazie continui a proteggere la nostra diocesi e ad accompagnarci nel nostro cammino, attraverso il tempo, verso il Signore Gesù.
Guardando al futuro, una cosa sola mi sento di promettere: vi ho voluto bene fin da quando ho ricevuto la nomina a Vescovo di Cerreto Sannita-Telese- Sant'Agata de' Goti. In questi dieci anni siete diventati parte della mia vita. Spero a mia volta di essere entrato nei vostri cuori.
Io, comunque, continuerò a volervi bene.
Omelia tenuta durante la concelebrazione eucaristica per l'onomastico e i dieci anni di episcopato
(Cattedrale, 29 settembre 2008)
_____________________________________________________
1 GREGORIO MAGNO, Omelie sui Vangeli; 34,8-9; PC 76, 1250-1251.
2 M. DE ROSA, Il dono di un Vescovo alla sua Chiesa. Dieci anni di magistero episcopale, Gutenberg Edizioni, Penta (SA) 2008, p.27.
3 Lumen Gentium, 6.
4 Christus Dominus, 28.
5 Presbiterorum Ordinis, 8.
6 Lumen Gentium, 31.
7 Gaudium et Spes, 1.










