Cari confratelli nel sacerdozio
Carissimi fedeli laici,
il servo di Dio Giovanni Paolo II inizia la sua enciclica Ecclesia de Eucharistia con queste parole: «La Chiesa vive dell’Eucarestia. (…) La Chiesa vive del Cristo eucaristico, da Lui è nutrita, da Lui è illuminata. L’Eucarestia è mistero di fede, e insieme “mistero di luce”. Ogni volta che la Chiesa la celebra, i fedeli possono rivivere in qualche modo l’esperienza dei due discepoli di Emmaus: “Si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” (Lc 24,31)»1.
Il secondo capitolo dell’enciclica poi è intitolato L’Eucarestia edifica la Chiesa. “Possiamo dire che non soltanto ciascuno di noi riceve Cristo, ma che anche Cristo riceve ciascuno di noi. Egli stringe la sua amicizia con noi”2.
Il legame tra la Chiesa e l’Eucaristia è già presente nel Nuovo Testamento, in particolare negli scritti di san Paolo. I cristiani sono uniti gli uni gli altri in un solo corpo dai sacramenti ai quali partecipano. Sono uniti, anzitutto, dal battesimo: “Un solo corpo, un solo Spirito, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo” (Ef 4,4-5). Poi sono uniti dalla comunione: “Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1Cor 10,16-17). Tra la comunione all’unico pane e l’appartenenza all’unico corpo di Cristo san Paolo scopre una vera relazione di causa e effetto: “Poiché partecipiamo all’unico pane, siamo un solo corpo in Cristo. L’Eucarestia realizza l’unità nella Chiesa”3.
Troviamo questa stessa interdipendenza fra l’Eucarestia e la Chiesa nella Didachè o Dottrina dei dodici apostoli (verso la fine del I secolo): “Come questo pane spezzato era disperso sui monti e, raccolto, è diventato uno, così la tua Cesa sia raccolta dalle estremità della terra nel tuo Regno”4.
Ma l’autore che sviluppa meglio il rapporto tra la Chiesa e l’Eucarestia, prima del concilio di Nicea (325), è Sant’Ignazio di Antiochia (morto verso il 107): “Datevi dunque premura di avere una sola Eucarestia: una sola infatti è la carne del Signore nostro Gesù Cristo e uno solo il calice per l’unione nel suo sangue, uno solo l’altare, come uno solo il vescovo, insieme con il presbiterio e ai diaconi miei conservi”5.
È doveroso notare l’importanza accordata da Ignazio al ruolo del vescovo. La Chiesa è costituita unicamente dall’assemblea eucaristica riunita sotto l’autorità del vescovo: “Si consideri valida l’eucarestia celebrata dal vescovo o da una persona da lui designata. Dove c’è il vescovo, lì sarà il popolo, come dove c’è Gesù Cristo, lì c’è la Chiesa cattolica”6. E non ci può essere unità nella Chiesa se non si è uniti e sottomessi al vescovo, segno e strumento dell’unione con Dio. “Unica fede, unica Eucarestia, unico vescovo: sono per Ignazio realtà indissociabili”7.
Fra i Padri greci, dopo il Concilio di Nicea, Cirillo di Alessandria (morto nel 444) è quello che ha elaborato l’ecclesiologia più eucaristica. Egli sostiene che “in Cristo non può comparire alcuna divisione. Essendo tutti uniti con l’unico Cristo mediante il suo santo corpo, noi diventiamo membra di questo corpo piuttosto che del nostro (…). Così la Chiesa è detta un solo corpo (…). Infatti Cristo è il vincolo dell’unità”8.
Anche i padri latini affermano questa reciprocità fra la Chiesa e l’Eucarestia.
Per Cipriano di Cartagine, per esempio, l’unità della chiesa significa l’unità dell’Eucarestia; a ogni celebrazione “devono essere presenti tutti i fratelli”9 proprio perché l’eucarestia deve manifestare la comunità locale nella sua totalità.
Ma è Sant’ Agostino (354-430) a spiegare meglio di tutti gli altri padri il modo in cui l’eucarestia crea la Chiesa. Riprendendo il doppio significato dell’espressione “corpo di Cristo”, che indica al tempo stesso il Sacramento e il popolo, Agostino sottolinea che «mediante la comunione al corpo eucaristico diventiamo membri del corpo ecclesiale. Perciò il corpo di Cristo, la Chiesa, si offre per diventare il corpo di Cristo sacrificato, il sacramento. Questo è il sacrificio dei cristiani: pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo; e la Chiesa lo rinnova nel sacramento dell’altare, noto ai fedeli,dove si vede che in ciò che offre, offre anche se stessa»10.
Questo rapporto intimo tra l’Eucarestia e la Chiesa, così ben espressa dai Padri della Chiesa, greci e latini, scomparve progressivamente nel corso dei secoli e riaffiora soltanto nel secolo XX sia nella Chiesa cattolica che in quella ortodossa.
Nel mondo occidentale la riscoperta è legata soprattutto a Henrì de Lubac, ma anche altri teologi, come Yves Congar (1904-1995), hanno offerto importanti contributi.
L’insegnamento di Henrì de Lubac su Chiesa e Eucarestia, presente già in filigrana in Cattolicesimo (1938), viene pienamente sviluppato in Corpus Mysticum (1994) e soprattutto in Méditation sur l’E'glise11. Il capitolo sull’Eucarestia reca un titolo significativo: il cuore della Chiesa.
Questa consapevolezza faceva dire a de Lubac: “la Chiesa fa l’Eucarestia” e “l’Eucarestia fa la Chiesa”.
Tra la Chiesa e l’Eucarestia - secondo il teologo francese - esiste un rapporto di causalità. Se è vero che la Chiesa fa l’Eucarestia, è anche vero che L’Eucarestia fa la Chiesa. La vera natura della Chiesa si manifesta anzitutto non nella sua organizzazione gerarchica o nel suo insegnamento dogmatico e teologico, e neppure nel suo impegno sociale e nella sua difesa dell’oppresso – per quanto importante possono essere tutte queste cose – bensì nella celebrazione dell’Eucarestia.
Tutte le altre attività della Chiesa trovano la loro fonte, nonché il loro compimento, nell’Eucarestia. Inoltre, è la celebrazione dell’Eucarestia a conservare l’unità della Chiesa. Ciò significa che si comprende meglio l’unità ecclesiale in termini sacramentali che in termini giuridici: l’unità non discende dall’alto, mediante la potestà di giurisdizione, ma scaturisce dal di dentro, dalla comune partecipazione all’Eucarestia. E offrendo l’Eucarestia, e solo allora, che la Chiesa diventa ciò che è. La Chiesa è, per eccellenza, un organismo eucaristico, una comunione.
Giovanni Paolo II riprende l’espressione di de Lubac nella Dominicae Cenae: «Come la Chiesa “fa l’Eucarestia”, così “l’Eucarestia costruisce” la Chiesa; e questa verità è strettamente unita al ministero del giovedì santo. La Chiesa è stata fondata, come comunità nuova del popolo di Dio, nella comunità apostolica di quei dodici che, durante l’ultima cena, sono divenuti partecipi del corpo e sangue del Signore sotto le specie del pane e del vino»12.
Ai Padri Sinodali della XI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, celebratasi a Roma ( 2-23 ottobre 2005) su “ L’eucarestia fonte e culmine della vita cristiana e della missione della Chiesa”, che chiedevano chiarificazioni sul rapporto di causalità tra Chiesa e Eucarestia, Benedetto XVI così rispondeva: “Nella suggestiva circolarità tra Eucarestia che edifica la Chiesa e Chiesa stessa che fa l’Eucarestia, la causalità primaria è quella espressa dalla prima formula”13: L’Eucarestia fa la Chiesa.
Questo chiarimento è di grande importanza perché non solo ribadisce, in conformità a tutto il mistero della Chiesa, che l’Eucarestia è principalmente sacrificio e poi anche convito, ma, nel contesto specifico di questo documento, sottolinea anche il primato dell’Eucarestia sulla Chiesa. “Da ciò ne consegue che la Chiesa deve costantemente conformarsi all’Eucarestia e al suo senso più essenziale – che è il sacrificio di Cristo – più che l’Eucarestia conformarsi alla Chiesa. Le due cose, chiaramente, non si oppongono, ma stabilire la precedenza di un aspetto sull’altro è, soprattutto in questo caso e nel nostro tempo, di importanza vitale”14.
È ormai definitivamente chiaro che tra le formule usate dal concilio Vaticano II15 per definire la liturgia, e in particolare quella eucaristica, debba essere preferita senza ombra di dubbio “fonte e culmine” più che l’altra “culmine e fonte”.
Altra conseguenza diretta della priorità dell’Eucarestia rispetto alla Chiesa riguarda il ruolo dei ministri dell’altare. In maniera chiara ed opportuna il Papa ricorda: “E’ necessario, pertanto, che i sacerdoti abbiano coscienza che tutto il loro ministero non deve mai mettere in primo piano loro stessi o le loro opinioni, ma Gesù Cristo. Contraddice l’identità sacerdotale ogni tentativo di porre se stessi come protagonisti della azione liturgica. Il sacerdote è più che mai servo e deve impegnarsi continuamente ad essere segno che, come strumento docile nelle mani di Cristo, rimanda a Lui. Ciò si esprime particolarmente nell’umiltà con la quale il sacerdote guida l’azione liturgica, in obbedienza al rito, corrispondendovi con il cuore e la mente, evitando tutto ciò che possa dare la sensazione di un proprio inopportuno protagonismo”16. Il sacerdote che presiede non è quindi il padrone ma il servo della liturgia, la quale è un bene della Chiesa; essa appartiene a tutto il popolo cristiano, al servizio del quale il sacerdote umilmente si pone. “In tale prospettiva, per fare un esempio, il cambiamento dei testi o dell’ordine della liturgia è un segno di nuovo e sciocco clericalismo che và evitato. A nessuno è lecito modificare a piacimento. (…) Il cambiamento non è nel rito ma nel cuore di coloro che vivono quello che celebrano”17.
La presenza di Cristo sotto le sacre specie che si conservano dopo la Messa - presenza che perdura fintanto che sussistono le specie del pane e del vino - deriva dalla celebrazione del sacrificio e tende alla comunione, sacramentale e spirituale. Di qui l’opportunità dell’esposizione del Santissimo Sacramento e la sosta adorante davanti a Cristo presente sotto le specie eucaristiche. “E’ bello – scrive Giovanni Paolo II – intrattenerci con Lui e, chinati sul suo petto, come il discepolo prediletto (cf Gv 13,25), essere toccati dall’amore infinito del suo cuore. (…) Quante volte, miei cari fratelli e sorelle, ho fatto questa esperienza, e ne ho tratto forza, consolazione e sostegno”18.
L’eucarestia è un tesoro inestimabile: non solo il celebrare, ma anche sostare davanti ad essa fuori della Messa consente di attingere alla sorgente stessa della grazia. “Una comunità cristiana che voglia essere più capace di contemplare il volto di Cristo (…) non può non sviluppare anche questo aspetto del culto eucaristico, nel quale si prolungano e si moltiplicano i frutti della comunione al corpo e al sangue del Signore”19.
Messa Crismale 2008
(Concattedrale , 19 marzo 2008)
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1 Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, nn. 1 e 6.
2 Ivi, 22.
3 M. Brouard, Eucarestia. Enciclopedia dell'Eucarestia, Edizioni Dehoniane, Bologna 2005, p. 757.
4 Didachè o Dottrina dei dodici apostoli, 9/4, Edizioni Paoline, Milano 2000, p. 325.
5 Ignazio di Antiochia, Ai Filadelfesi, in Lettere, Centro Editoriale san Lorenzo, Reggio Emilia 1985, p. 32.
6 Agli Smirniti, VIII.
7 E. Cattaneo, "La figura del vescovo in Ignazio di Antiochia", in Rassegna di Teologia, 4 (2006), pp. 497-535.
8 In Joannem 11,11.
9 Ef. 63,16.
10 De Civitate Dei, 10,6.
11 Aubier, Paris 1953
12 Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis, n. 14.
13 M. Gagliardi, Introduzione al mistero eucaristico. Dottrine / Liturgia / Devozione, Edizioni San Clemente, Roma 2007, p. 248.
14 "Nondimeno la Liturgia è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, insieme la fonte da cui promana tutta la sua virtù" (Sacrosantum Concilium, 10).
15 Benedetto XVI, Sacamentum Caritatis, n. 23.
16 V. Paglia, Il vescovo e la sua diocesi, San Paolo, Cisinello Balsamo [MI] 2007, p. 80.
17 Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, 25.
18 Ivi.









