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L'Eucaristia segno di unità e sorgente di comunione - mercoledì santo 2011

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foto della celebrazione

L'Eucaristia segno di unità e sorgente di comunione

Cari confratelli nel sacerdozio
Revv.di Diaconi
Religiosi e  religiose
Fedeli laici,

al termine di questa Messa crismale pregheremo così’: “Concedi, Dio onnipotente, che, rinnovati dai santi  misteri, diffondiamo nel mondo il buon profumo del Cristo”: dalla celebrazione alla vita, dalla preghiera all’azione.

Alla dottrina eucaristica della Chiesa il cattolico aderisce con l’atto di fede vedendo nell’eucarestia il “mistero della fede”. Ma l’atto di fede tende a tradursi nella vita, così come la celebrazione eucaristica tende a diventare vita vissuta: “Così credere nell’eucarestia e celebrarla spinge necessariamente a viverla. (…)L’eucarestia è veramente creduta come “mistero di fede” ed è veramente celebrata come ri-presentazione, attualizzazione e memoriale del mistero pasquale  della morte e della risurrezione di Gesù  soltanto se, e nella misura in cui, si traduce in una vita modellata sul mistero eucaristico creduto  e celebrato”[1].

L’eucarestia è il mistero dell’umiltà, del nascondimento e della debolezza di Dio; è il  mistero di Dio che si mette nelle mani degli uomini  e si espone ad essere non considerato, ad essere trascurato e persino oltraggiato nella maniera più nefanda. Di conseguenza vivere l’Eucarestia come mistero di kenosis significa vivere nell’umiltà, nel nascondimento e nel silenzio.

In particolare Dio si mette nelle mani del sacerdote che deve porre al centro della propria vita spirituale la celebrazione eucaristica come la fonte a cui attingere l’ispirazione del suo lavoro apostolico e la forza per compierlo in maniera spiritualmente fruttuosa. «Per tale motivo il sacerdote ogni giorno  parte dall’eucarestia “celebrata” e ritorna all’eucarestia adorata con quell’umile e semplice  gesto che si chiama la “visita al SS. Sacramento»[2] o, come diremmo oggi, l’adorazione, breve o prolungata, personale o comuni taria, dinanzi all’Eucarestia. “Certamente - scrive Sant’Alfonso Maria de’ Liguori - fra tutte le devozioni  l’adorazione è la prima dopo i sacramenti, la più cara a Dio, la più utile per noi…Che gioia starsene davanti a un altare con fede e devozione e parlare alla familiare con Gesù, che sta proprio là  per ascoltare ed esaudire chi prega”[3].

 

1. L’ Eucarestia segno di unità della Chiesa

L’eucarestia è segno di unità della Chiesa. Gesù prima di morire ha pregato accoratamente il Padre di conservare i suoi discepoli nell’unità: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa;  come tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” ( Gv 17, 20-21). Gesù con il suo sguardo abbracciava tutti i secoli  vedendo le divisioni che, nel suo nome, si sarebbero verificate tra i suoi discepoli. Volendo, purtroppo, potremmo scrivere la storia della Chiesa seguendo le tante eresie  che l’hanno attraversata  e che oggi vedono i cristiani appartenenti a tre grandi chiese - cattolica, ortodossa e protestante - divisi nel nome del Signore. “Tuttavia, grazie al dialogo ecumenico, sono stati realizzati progressi significativi per giungere a una comune comprensione degli elementi costitutivi della fede, anche circa il vero significato della Cena del Signore. Sebbene non sia stato ancora raggiunto un consenso che permetta una celebrazione comune dell’eucarestia, tali sviluppi ecumenici, che hanno in sé una promessa di ulteriori convergenze, meritano la più grande attenzione”[4].

San Giovanni nel suo vangelo lega l’unità della Chiesa  all’eucarestia in quanto memoriale della morte di Gesù. “e così li unisce con lui e tra loro (…). Perciò è nell’eucarestia e mediante essa che si compie l’unione dei cristiani  con Cristo e tra loro e, quindi, si crea l’unità della Chiesa. Infatti è al momento della sua morte che il Signore attira tutti gli uomini a sé e mediante essa che si compie l’unione per i cristiani  con  Cristo e tra loro e quindi si crea l’unità della Chiesa”[5][6].

Ma che cosa significa e comporta il fatto che l’eucarestia sia segno di unità?

Significa innanzitutto che l’Eucarestia deve essere celebrata da una comunità, cioè da un gruppo di fedeli più o meno grande che agisce come “assemblea celebrante” e, quindi, come Chiesa.

In secondo luogo  il fatto che l’Eucarestia sia segno di unità comporta che essa sia celebrata da una comunità “unita” nella fede. Non si può partecipare all’Eucarestia se non si ha la stessa fede, se non  si è in comunione di fede. Questo è il motivo profondo per cui la Chiesa  cattolica proibisce l’ntercomunione, cioè la partecipazione alla mensa eucaristica di cattolici e  cristiani non cattolici: se non c’è unità di fede, di quale unità sarebbe segno l’Eucarestia? Certamente  nel dialogo ecumenico questo fatto è percepito come una realtà dolorosa, come la consacrazione  e il suggello di una rottura. Ma è la dolorosa conseguenza della mancanza di unità perfetta nella fede della Chiesa cattolica con le altre Chiese  e comunità cristiane.

Per essere veramente “segno di unità”, l’Eucarestia esige che non vi siano “divisioni” tra i fedeli e che la si celebri uniti da “vincoli di carità”. La Didaché, dopo aver parlato del raduno dei fedeli  per la celebrazione eucaristica, continua: “Se qualcuno ha una lite con un suo compagno  non si unisca a voi  prima di essere riconciliato, per paura che il vostro sacrificio non ne venga profanato”[7].

E’ auspicabile poi che la celebrazione eucaristica  della domenica raccolga tutta la comunità cristiana. Perciò quei gruppi e movimenti ecclesiali che durante la settimana celebrano legittimamente l’Eucarestia nelle loro sedi, la domenica, secondo la più antica tradizione delle Chiesa, devono raccogliersi insieme con gli altri fratelli per celebrare insieme la  Cena del Signore. Ogni celebrazione eucaristica da cui alcuni cristiani siano esclusi, perché non fanno parte di un dato movimento, rappresenta una ferita inferta all’ unità della Chiesa.

 

2. L’Eucarestia sorgente di comunione

Nel messaggio finale del sinodo straordinario dei vescovi a vent’anni dal concilio, si legge: “L’ecclesiologia di comunione è l’idea centrale e fondamentale nei documenti del concilio (…). Si tratta fondamentalmente della comunione con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nello Spirito Santo. Questa comunione si ha nella  Parola di Dio e nei sacramenti. Il battesimo è la porta  e il fondamento della comunione nella Chiesa. L’eucarestia è la fonte e il culmine di tutta la vita cristiana”(…). La comunione del corpo eucaristico di Cristo significa e produce,  cioè edifica, l’intima comunione di tutti i fedeli nel corpo di Cristo che è la Chiesa”.[8]

Nel Nuovo Testamento il termine koinonia ha molti significati: partecipazione, comunione,  comunità. San Paolo insiste sul fatto che Cristo è fondamento e sorgente di comunione e come uno è il corpo offerto di Cristo, così tutti coloro che partecipano allo stesso pane e allo stesso calice diventano uno. Uniti in Cristo, sono una cosa sola con lui e tra loro. Ogni persona diventa un anello  di questa comunione, che supera tutte le differenze sociali ed economiche. Coloro  che prendono parte al banchetto eucaristico  diventano una comunità riconciliata  dal momento che mangiano lo stesso pane  e bevono allo stesso calice. Le divisioni sono eliminate, i cristiani diventano un  corpo. In forza di questa comunione,  nella Chiesa deve regnare un atteggiamento di fraternità e di carità.

Vivere l’Eucarestia come mistero di comunione significa allora per il cristiano essere in comunione con Dio durante l’intera giornata, nel proprio lavoro e in tutto ciò che forma la trama della vita di ciascuno; significa essere in comunione con  tutta la Chiesa, con  le sue difficoltà, con le sue necessità, con i suoi problemi e le sue angosce  perché - dice Origene - la comunione di Cristo è sempre comunione con  la Chiesa[9]. Significa infine vivere in comunione con tutti gli uomini, in particolare con tutti quelli che soffrono: i malati; le vittime della fame, della guerra e della droga; i profughi, gli  emigrati, i perseguitati  per motivi di razza, di nazionalismo, di religione perché in tutte queste persone  Gesù rinnova e continua la sua passione. Infatti l’Eucarestia è celebrata e offerta al Padre, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità ” ( 1Tm 2,4).

 

Conclusione

L’Eucarestia è celebrata nella storia umana come anticipazione del suo compimento: “Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice voi annunziate la morte del Signore, finché egli venga” ( 1Cor 11,26). Ogni celebrazione eucaristica è perciò compiuta nell’attesa del Signore. Per questo nelle primitive comunità cristiane essa si chiudeva con la parola Maranà tha ( Vieni, Signore).

In verità l’eucarestia è contemporaneamente “memoriale” del Signore, “annuncio”   e “anticipazione” del futuro, del compimento escatologico, dei cieli nuovi e della terra nuova.  Un “annuncio” cioè di un realtà futura che essa “anticipa”  perché già “ora “ comincia ad attuarsi. La stessa  realtà materiale comincia ad “entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Rom 8,21). Infatti con la consacrazione eucaristica il pane e il vino, frutti della terra e del lavoro dell’uomo, sono convertiti nel Corpo e Sangue di Cristo e in tal modo entrano già ora a far parte della creazione  nuova  che ha la sua espressione più alta nel Corpo di Gesù risuscitato da morte.

Così, nell’oscurità della storia umana l’Eucarestia annuncia la luce della risurrezione, che è la promessa sicura del compimento del Regno di Dio. Perciò anche noi dobbiamo dire ciò che il martire africano Emerito rispose, durante la persecuzione  di Diocleziano (304), al proconsole romano che gli chiedeva: “Perché non hai impedito ai cristiani di partecipare alla celebrazione eucaristica nella tua casa?”.  Emerito rispose: Sine dominico non possumus” (non possiamo stare senza la cena del Signore).«Anche noi non possiamo vivere senza partecipare al sacramento della nostra salvezza e deside riamo essere iuxta dominicum viventes, tradurre cioè nella vita quello che celebriamo nel Giorno del Signore”. Questo giorno, in effetti, è il giorno della nostra definitiva liberazione»[10].

Perciò, cari fratelli, preghiamo con il  servo di Dio e fra pochi giorni beato, Giovanni Paolo II: «Mane nobiscum Domine! Come i due discepoli del Vangelo, ti imploriamo, Signore Gesù: rimani con noi! Tu, divino Viandante, esperto delle nostre strade e conoscitore del nostro cuore, non lasciarci prigionieri delle ombre della sera. Sostienici  nella stanchezza, perdona i nostri peccati, orienta i nostri passi sulla via del bene. Benedici i bambini, i giovani, gli anziani, le famiglie, in particolare i malati. Benedici i sacerdoti  e le persone consacrate. Benedici tutta l’umanità. Nell’Eucarestia ti sei fatto “farmaco di immortalità”: dacci il gusto di una vita piena, che ci faccia camminare su questa terra  come pellegrini fiduciosi  e gioiosi guardando sempre al traguardo della vita che non ha fine. Rimani con noi,  Signore! Rimani con noi! Amen».[11]

 

+ Michele De Rosa

 


[1] G. De Rosa, Li amò sino alla fine. Teologia e spiritualità nell’Eucarestia, Elle Di Ci-La Civiltà Cattolica, Roma 2003, pp.197-198. Cf anche “Eucarestia”, in M. De Rosa, In cammino verso Dio, LER, Napoli-Roma, 1991; R. Cantalamessa, L’Eucarestia nostra santificazione, Ancora, Milano 1998; M. Brouard, Eucarestia. Enciclopedia dell’Eucarestia, Edizioni Dehoniane, Bologna 2005; M. Gagliardi, Introduzione al mistero eucaristico, Edizioni San Clemente, Roma 2007.

[2] G. De Rosa, op. cit., p. 200.

[3] Alfonso Maria de’ Liguori, Visite al SS. Sacramento e a Maria Santissima, Città Nuova, Roma 2005, p. 45.

[4] W. Kasper, L’ecumenismo spirituale, Città Nuova, Roma 2006, p. 63-64.

[5] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis, 95.

[6] G. De Rosa, op. cit., p.105.

[7] Capitolo 14.

[8] Regno-Documenti, 1 (1986), p . 24.

[9] Origene, in Psal., 37, hom. 2,6 [PG 12,1.386].

[10] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis, 95.

[11] In M. Gagliardi, Introduzione al mistero eucaristico, Edizioni San Clemente, Roma 2006, pp. 390-391.