30 Dicembre 2010
Funerale di
Genoveffa, Simone, Giovanni, Antonio e Carlo
Cari fratelli e sorelle,
la Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci ha spiegato il significato di questa liturgia che stiamo celebrando.
Ognuno di noi in questo momento custodisce nel proprio cuore una domanda, a cui non sa dare immediatamente risposta : “Perché, Signore, perché hai permesso che un fuoco maligno spezzasse le esistenze della nostra sorella Genoveffa e dei nostri fratelli Simone, Giovanni, Antonio e Carlo?
E’ la stessa domanda che si faceva Giobbe quando il Signore volle mettere alla prova la sua fedeltà: “Viveva nella terra di Us un uomo chiamato Giobbe, integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male. Gli erano nati sette figli e tre figlie, possedeva settemila pecore e tremila cammelli, cinquanta paia di buoi e cinquecento asine, e una servitù molto numerosa. Quest’uomo era il più grande di tutti i figli d’Oriente” (Gb 1,1-3).
Un giorno Dio volle provare la fedeltà di Giobbe alla sua volontà e permise la morte dei figli, la perdita di tutti beni che aveva, e per lui “una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo” (Gb 2,7).
Come avviene in questi casi tre amici andavano a trovare Giobbe per condividere il suo dolore e consolarlo.
Gli amici, secondo la concezione del tempo, attribuiscono le disgrazie dell’amico ai suoi peccati. Ricordiamo la guarigione del cieco dalla nascita: “Passando, (Gesù) vide un cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”». Egli è cosciente della sua purezza d’animo, non si sa dare una spiegazione all’attuale momento di sofferenza, ma è anche convinto che Dio è buono e potente e vuole sempre il bene dei suoi figli. Perciò, nonostante tutto esclama : “Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere” (Gb 19,25). Giobbe ha fiducia in Dio anche se le attuali sofferenze lo porterebbero a maledirlo, comprende che Dio non può essere ingiusto e accetta con fede il mistero dell’agire divino.
Questo significa che i ragionamenti umani non riescono a spiegare il dolore umano e la morte. Albert Camus, premio Nobel per la letteratura nel 1957, in un suo romanzo scrive: “Io non posso credere in Dio quando persone innocenti, come i nostri gemelli Antonio e Carlo, muoiono o soffrono.
La risposta al senso del nostro dolore e della nostra morte, cari fratelli e sorelle, possiamo trovarla soltanto in Gesù Cristo.
San Paolo, nel brano che abbiamo ascoltato poc’anzi, ci assicura che tutti coloro che muoiono nella grazia di Dio andranno incontro al Signore e così saranno sempre con lui. Perciò ci invita a non essere tristi e a confortarci vicendevolmente nella consapevolezza che Dio è Padre e ci accoglie a braccia aperte alla fine della nostra vita.
Ce lo dice il Vangelo, che è stato proclamato, riportando le parole di Gesù: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”.
Gesù nel Santo Natale che festeggeremo con animo triste e angosciato, ha preso il nostro volto, è diventato uno di noi in tutto eccetto che nel peccato. E’ morto ed è risorto per noi.
Gesù non è venuto per eliminare il dolore e la morte, che sono frutto e conseguenza del peccato, ma per dare un senso sia alla morte sia al dolore. San Paolo scrive: “Io completo in me le sofferenze di Cristo”. Non perché le sofferenze del Signore da sole non siano efficaci ma perché Gesù ci chiama a condividere con lui la croce per poter partecipare alla gloria della risurrezione.
Tutti gli uomini sono fratelli perché unico è il nostro Padre che è nei cieli, il Padre di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Gesù Cristo e se un fratello è infermo – aggiunge San Paolo – tutti gli altri sono nel dolore.
La nostra diocesi di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti – fin dal primo momento è stata vicina ai familiari nel nascondimento, come é suo stile, soprattutto attraverso il parroco. E quando i riflettori dei mezzi della comunicazione sociale saranno spenti noi continueremo ad essere accanto ai familiari di questi nostri fratelli defunti non solo con la preghiera, ma anche, se sarà necessario, con gesti concreti di amore e di solidarietà.
Nel frattempo la comunità diocesana è vicina a tutta la comunità cristiana di Cusano Mutri perché da questa prova possa uscire purificata e sempre più motivata nell’opera di evangelizzazione tesa a far conoscere sempre più Gesù Cristo, nostro Redentore e Salvatore – come dice la lettera agli Ebrei – “ieri, oggi e sempre”- (Eb 13,8).
Il Signore, Padre di misericordia, accolga fra le sue braccia questi nostri cari fratelli, anche con la forza della nostra preghiera, affinché riposino in pace nella terra dei viventi.
✠Michele De Rosa










