Cari confratelli nel sacerdozio,
fratelli e sorelle,
il Catechismo della Chiesa Cattolica dice che “l’esistenza degli esseri spirituali incorporei, che la Sacra Scrittura chiama abitualmente angeli, è una verità di fede. La testimonianza della Scrittura è tanto chiara quanto l’unanimità della Tradizione” (n. 328). Gli angeli sono servitori e messaggeri di Dio. “Dall’infanzia fino alla morte - continua il Catechismo - la vita umana è circondata dalla loro protezione e intercessione” (n. 336). Ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore per condurlo all’incontro con Dio.
Oggi celebriamo la festa dei Ss Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele.
Per la nostra diocesi è anche la giornata “pro episcopo”, una giornata di riflessione sulla figura e il compito del vescovo nella Chiesa.
Ed è proprio sulla figura del vescovo che vorrei fermare questa sera la mia attenzione.
Il papa, i cardinali, i vescovi sono considerati come persone importanti e potenti. Spesso quelli che vengono da me a chiedere soldi o, nella migliore delle ipotesi, il lavoro mi dicono:”Se voi volete il lavoro me lo trovate subito”. “Magari” - rispondo -avessi questo potere!”.
I mezzi della comunicazione sociale, specialmente la televisione, non ci aiutano a comprendere il vero ruolo di un vescovo. Quando per televisione vediamo il papa, i cardinali circondati da tanti sacerdoti, con la scorta, naturalmente si pensa a persone importanti. Dopo qualche giorno dal mio ingresso in diocesi andai a trovare le ospiti della casa di riposo di Solopaca e prima di arrivare don Mimmo andò in pasticceria a comprare i dolci da portare alle vecchiette. Mentre aspettavo in piedi vicino all’automobile, a Solopaca, si avvicinò un a signora e mi disse: “Voi siete il nuovo vescovo?”. “Sì – risposi. “Come? - aggiunse la donna - state solo. I vescovi camminano sempre con quattro o cinque sacerdoti appresso”.
D’altra parte colgo grande meraviglia in quelli che mi vedono alla guida della mia fuoriserie, una UNO del 1992: il vescovo guida anche l’automobile!.
Spesso la televisione, il cinema e la letteratura presentano i vescovi come i difensori dell’immobilismo nella Chiesa, contro i preti o i laici progressisti, custodi di un passato che ha fatto il suo tempo oppure come persone cui piace la buona tavola normalmente obese senza pensare che l’obesità quasi sempre è frutto di poco movimento perché il vescovo non ha tempo per sé, non ha tempo di andare in palestra, ma passa dalla scrivania all’automobile e dall’automobile alla scrivania per preparare gli interventi e soprattutto per ascoltare i sacerdoti e la gente comune, cosa impegnativa e talvolta defatigante. Noi preferiamo parlare e non ascoltare. Dovremmo invece parlare di meno e ascoltare di più. Non a caso il Signore ci ha dato una sola lingua e due orecchie.
La parola “vescovo” deriva dal verbo greco “episcopein” che vuol dire vedere sopra, vigilare, investigare. Etimologicamente quindi “vescovo” è sinonimo di osservatore, di ispettore.
Vescovi venivano chiamati all’inizio del cristianesimo i successori degli apostoli che insieme ai sacerdoti formavano il presbiterio.
Quando nel IV secolo furono create le diocesi - termine che indica le circoscrizioni ecclesiastiche - alla diocesi fu preposto un vescovo come guida con il compito di confermare nella fede - questo fu l’ufficio assegnato da Gesù agli apostoli - con la loro paternità, in spirito di servizio a tutta la comunità. La parola “papa”, che significa padre, è un nome dato al vescovo di Roma il quale, succedendo a Pietro nella Chiesa di Roma, riceve anche il compito di guidare tutta la Chiesa.
Il compito specifico dei vescovi si esprime in un triplice dovere: insegnare, santificare e governare.
Innanzitutto il vescovo deve insegnare, deve trasmettere fedelmente il messaggio di amore del Signore. Egli non ha niente di suo da offrire ma è custode della buona novella che Dio ci ama talmente da permettere che il suo Figlio muoia sulla croce per espiare i nostri peccati. San Paolo scrive: “Io predico Cristo e Cristo crocifisso” (1Cor 2,2) perché attraverso la croce, la pratica del servizio ai fratelli l’apostolo deve condurre tutti alla vita eterna. Qualche volta c’è bisogno della denuncia, qualche altra volta occorre riprendere coloro che si allontanano dalla retta dottrina e dalla legge morale. Sempre però nel vescovo deve prevalere l’amore nel suo rapporto con gli altri. Non a caso San Giovanni nella sua prima lettera scrive che o Teòs agàpe estìn: Dio è amore ( 1Gv 7,9).
Il vescovo poi è il presidente dell’Eucarestia “culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù (Sacrosanctum Concilium, 10).
I vescovi reggono le diocesi a loro affidate come vicari e legati di Cristo con il consiglio, la persuasione, l’esempio ma anche con autorità ricordando sempre che chi è più grande si deve fare come il più piccolo e chi è il capo come colui che serve (cf Lc 22, 26-27). Mandati dal Padre di famiglia, cioè da Dio, a governare la sua famiglia deve tenere innanzi agli occhi l’esempio del buon Pastore che è venuto non per esser servito ma per servire e dare la sua vita per noi (cf Lc 22,22-27).
Questo servizio si esprime nel trattare con particolare carità i sacerdoti: li consideri come figli e amici e siano disposti ad ascoltarli e a trattarli con fiducia e benevolenza, seguano con fattiva condivisione quei sacerdoti che, per qualsiasi ragione, si trovano in difficoltà o sono in qualche modo venuti meno ai loro doveri, si dimostrino premurosi verso tutti, di qualsiasi età o condizione.
In conclusione il vescovo nella propria diocesi non è colui che comanda, un burocrate; non è il difensore del passato chiuso alle novità che vengono dal mondo in cui vive e che devono essere accolte se servono a una migliore diffusione del Vangelo. Egli è il pastore che deve modellarsi sul buon Pastore, il Signore Gesù, e deve essere guida operativa e concreta del cammino pastorale e missionario della propria diocesi . E’ il Maestro autentico, che insegna cioè a nome di Cristo, con un magistero autoritativo. E’, come abbiamo detto, il presidente dell’Eucarestia, colui che presiede a ogni celebrazione in quanto, anche se egli è fisicamente assente, l’Eucarestia dice sempre riferimento al vescovo che è il centro visibile dell’unità diocesana.
Il Vescovo non è colui che sa tutto e sa fare tutto. Molti nostri sacerdoti in campi specifici sono più preparati del vescovo. E di questo sono orgoglioso. Il mio compito non è quello di eccellere in tutto ma quello di armonizzare le varie capacità, i vari carismi, e metterle a servizio della comunità cristiana che il Signore mi ha affidata. Diceva Giovanni XXIII: “Il vescovo deve fare, far fare e dar da fare”.
Scrive Sant’Agostino : “Da quando mi è stato posto sulle spalle questo peso (= l’episcopato) di cui dovrò rendere un non facile conto a Dio, sempre sono tormentato dalla preoccupazione per la mia dignità. La cosa più temibile nell’esercizio di questo incarico è il pericolo di preferire l’onore proprio alla salvezza altrui. Però se da una parte mi spaventa ciò che io sono per voi, dall’altra mi consola il fatto che sono con voi. Per voi infatti sono vescovo, con voi sono cristiano.
Perciò - cari confratelli nel sacerdozio, fratelli e sorelle - aiutatemi con la vostra preghiera e la vostra obbedienza, perché - come dice ancora Sant’Agostino - trovi la mia gioia non tanto nell’essere vostro capo, quanto nell’esservi utile servitore.
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