La Madonna di S. Alfonso rifinita dall'amico pittore Di Maio

Maggio: un mese con Maria


Le Glorie di Maria

Santuari Mariani della Diocesi

Omelia per i Riti Settennali 2010

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Omelia dell’Assunta
(Guardia Sanframondi, 22 agosto 2010)

 

Cari fratelli e sorelle,

l’antifona di ingresso di questa Santa Messa, che dà il tono alla nostra celebrazione eucaristica, ci invita alla gioia perché “un segno grandioso apparve nel cielo: una donna ammantata  di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle”.
Così la liturgia saluta  Maria assunta in cielo riferendo a lei, come abbiamo ascoltato dalla prima lettura, le parole dell’Apocalisse (12,11).
Nella visione profetica di Giovanni questa donna eccezionale appare in attesa di un  figlio e in lotta con il “drago”, l’eterno nemico di Dio e degli uomini. Questo quadro di luce e ombre, di gloria e di battaglia fa pensare alla promessa contenuta nelle parole rivolte da Dio al serpente ingannatore: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà  la testa e tu le insidierai il calcagno” ( Gn 3,15).
Tutto ciò si è realizzato con Maria, la Madre del Salvatore contro il quale satana si è  scagliato ma dal quale é stato definitivamente sconfitto. Cristo, Figlio di Maria, è il vincitore.
Tuttavia perché l’umanità possa godere in pieno della vittoria da lui riportata è necessario che  anche essa lotti continuamente contro il male.
In questo duro combattimento l’uomo è sostenuto innanzitutto  dalla fede in Cristo e dalla potenza della sua grazia  ma anche dalla materna protezione di Maria che dal cielo non cessa di intercedere per quanti si pongono alla sequela di Cristo.
Maria è la prima  a partecipare in pieno alla sorte del suo Figlio. Legata a lui come madre ne condivide la gloria, assunta in cielo in anima e corpo.
Il concetto espresso dalla prima lettura è completata dalla seconda (1 Cor 20, 26). S. Paolo, parlando di Cristo, primizia dei risorti, conclude che un  giorno tutti i credenti avranno parte alla sua glorificazione. Tuttavia con una graduatoria: “Prima Cristo, che è la primizia; poi…quelli di Cristo”.
E tra “quelli di Cristo” il primo posto spetta senza dubbio alla Madonna che fu sempre sua perché mai sfiorata dal peccato. E’ lei l’unica creatura in cui lo splendore dell’immagine di Dio non è stato offuscato; è lei, l’Immacolata, l’opera intatta della Trinità nella quale il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo hanno sempre potuto compiacersi.
La risposta di Maria all’amore di Dio riecheggia  nel Vangelo che abbiamo ascoltato sia nelle parole di Elisabetta esaltanti la grande fede che ha condotto la Madonna ad aderire al volere divino sia nelle parole della Vergine stessa che scioglie il suo inno di lode all’Altissimo, il Magnificat, per le grandi cose compiute in lei.
Maria non ha un ritorno né uno sguardo su sé stessa se non per riconoscere la sua piccolezza e da questa si innalza a Dio per magnificare la sua degnazione e  misericordia, l’opera e la potenza in favore dei piccoli,  degli umili e dei poveri.
La sua riposta all’immenso amore di Dio, che l’ha scelta fra tutte le donne quale madre del suo Figlio Gesù, è immutabilmente quella data all’angelo nell’Annunciazione:  “Ecco sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1, 38).
Per Maria “serva “ significa essere totalmente aperta, disponibile  a Dio: egli può fare di lei quello che vuole. E Dio, dopo averla associata alla passione del Figlio, un giorno l’esalterà realizzando in lei le parole del Magnificat: “ Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc 1,52).
L’umile ancella infatti è stata assunta in cielo in anima e corpo.
E in Maria Assunta tutti noi abbiamo una potente avvocata e un magnifico modello. Da lei ognuno impara a riconoscere la propria pochezza, ad offrirsi a Dio in piena disponibilità ai suoi voleri, a credere nel suo amore misericordioso e onnipotente con fede incrollabile.
Maria è arrivata alla gloria percorrendo lo stesso itinerario di Gesù; ha unito la sua vita a quella del Figlio: una vita di croce e di martirio. Non a caso fra pochi giorni (15 settembre) faremo memoria della Beata Maria Vergine Addolorata.
Fin dall’inizio i cristiani hanno pensato di venerare  la Madonna offrendo al Signore le proprie sofferenze e tribolazioni, unendo  il proprio dolore a quello di Maria quando ha visto il suo Figlio morire sulla croce, umanamente sconfitto da un manipolo di uomini che pensavano, uccidendo Gesù, di fare  cosa gradita a Dio.
I riti penitenziali che si diffusero ben presto nelle comunità cristiane affondano le loro radici nell’Antico Testamento quando gli Ebrei, insieme o singolarmente, esprimevano il loro atteggiamento di conversione a Jahvé  con il digiuno, l’astinenza sessuale, il modo sobrio di vestire, le suppliche per ottenere il perdono, l’offerta di sacrifici espiatori, la confessione dei peccati, il riconoscimento e l’esaltazione della misericordia di Dio.
In seguito a queste si aggiunsero anche pratiche di mortificazioni corporali a carattere cruento, come la flagellazione. Dal secolo XI una crescente attenzione al mistero della passione e morte del Signore porta alla comparsa di strumenti di penitenza (discipline, cilici, corone di spine, croci) in alcuni ordini religiosi e movimenti laicali.
Nelle missioni popolari, dopo il Concilio di Trento, i predicatori ricorreranno spesso a forme penitenziali come le discipline, o flagellazioni, per ricordare ai presenti le sofferenze del  Redentore, la possibilità della dannazione eterna, la gravità del peccato, la necessità della riparazione o espiazione dei peccati, l’urgenza della conversione.
Il carattere comunitario di queste forme penitenziali – che specie nell’Italia Meridionale non sono riconducibili alle missioni popolari ma si sviluppano autonomamente  nell’ambito di celebrazioni volte per lo più a commemorare i dolori di Cristo e di sua madre – trova la sua più genuina ragion d’essere nella consapevolezza della dimensione sociale del peccato, quale ferita inferta al corpo della Chiesa.
A questo filone possiamo far risalire i nostri Riti Settennali di Penitenza in onore dell’Assunta. Essi affondano le loro radici nell’Alto Medioevo e sono caratterizzati da gesti di penitenza che, anche se più visibili nei flagellanti e  nei battenti, sono stati presenti anche in coloro che in questa settimana hanno partecipato ai riti o come figuranti nei quadri viventi, che comunemente chiamiamo “misteri”, o nei cortei processionali di penitenza e di comunione  dei vari rioni o, soprattutto nella grande processione conclusiva che si snoderà per le vie di Guardia dopo questa celebrazione eucaristica. E’ la Vergine, infatti, ad essere oggetto dei riti settennali.
L’assunzione di Maria al cielo in anima e corpo è indubbiamente il coronamento di quei privilegi concessi alla Madonna  (Immacolata Concezione, Verginità perpetua) che trovano il loro fondamento nella sua maternità divina.
Contemporaneamente il mistero dell’Assunzione è icona, anticipo, primizia e caparra della Chiesa celeste, caratterizzata dall’assenza del  peccato, di tirannia delle passioni, di sofferenza e di morte. Ad essa si potrà arrivare solo combattendo il peccato e l’insorgere delle passioni, soffrendo con Cristo e  morendo con lui.
Pur nella sua condizione di santità esimia, Maria nel corso della sua vita terrena ha fatto esperienza della sofferenza, ne ha compreso il valore, l’ha accettata per riparare, in totale dipendenza dal suo Figlio, i peccati dell’umanità.
L’esigenza di imitare Maria – e in questo consiste la vera devozione alla Madonna - ha contribuito a colorare di tinte penitenziali anche diverse espressioni di devozione mariana da parte del popolo cristiano.
I nostri Riti Settennali ne sono una valida testimonianza. In questi mesi di preparazione, e anche in questa settimana, i nostri sacerdoti hanno sottolineato con forza che i Riti non  sono uno spettacolo da vedere, ma un evento da celebrare a livello personale, familiare e comunitario. Non ci si può fermare perciò solo all’aspetto esteriore perché questo significherebbe tradirli, anzi privarli  della loro anima.
In questi giorni, cari guardiesi, abbiamo potuto costatare la vostra devozione all’Assunta, la serietà, la compostezza delle vostre processioni rionali di penitenza e di comunione  nell’attesa di questo giorno.
Oggi non a rioni ma comunitariamente, insieme, vogliamo manifestare, con la processione generale, la nostra devozione all’ Assunta.
Il gemere e il piangere di questa vita, plasticamente espressa dal percuotersi dei nostri battenti, non sono il grido disperato di chi ritiene inutile la sofferenza, bensì l’eco fiduciosa di chi è disposto a uniformarsi a Cristo sofferente e alla  Vergine Addolorata per condividere poi la sua stessa gloria.
A coloro che sono venuti soltanto a vedere, a  guardare, a curiosare insomma, compresi gli operatori dei mezzi della comunicazione sociale, noi chiediamo il rispetto che merita chi è convinto che i  propri gesti, ancorché troppo forti e virili secondo il comune sentire, siano uno dei tanti  modi, valido ancora oggi, di venerare Maria espiando, comunitariamente ma senza protagonismo, le offese fatte a Dio, ricco di misericordia e di perdono, ricordando sempre però  che Maria è come la luna che non rifulge di luce propria  ma riflette la luce del sole, Cristo Gesù.
La missione di Maria, primizia e immagine della Chiesa, è quella di fugare le tenebre del male e del peccato perché noi possiamo camminare speditamente verso Gesù che, come dice la lettera agli Ebrei, è il nostro unico Salvatore e Redentore “ieri, oggi e per sempre” (Eb 13,8). 
Perciò diciamo insieme: Sia lodato Gesù Cristo e Viva Maria!