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I cattolici in politica nell’Italia unita

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di Mons. Michele De Rosa

Carissimi, nel “Corriere della Sera” del 12 settembre 2010 Dario Antiseri scriveva: «Come mai il popolo cattolico, diffuso capillarmente nelle 25.000 parrocchie sparse sull’intero territorio nazionale ed estremamente significativo sul piano qualitativo, “socio-antropologico”, non riesce ad esprimersi  nella dialettica socio-politica?».


La diaspora ha significato la sostanziale eliminazione dei cattolici dalla scena politica italiana. Essi infatti contano quasi zero perché, accampati da ospiti, e in piccoli gruppi, in “tende” di altre formazioni politiche, hanno perso qualsiasi  capacità di incidere.
Benedetto XVI ha più volte espresso il desiderio che nasca in Italia una nuova generazione di cattolici in politica.
In attesa che ciò avvenga il minimo che i politici cattolici  possano e debbano fare, anche  su sponde opposte, è la realizzazione della Dottrina sociale della Chiesa che si fonda sui seguenti princìpi: la trascendente dignità della persona, il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà e la solidarietà, il primato del lavoro sul capitale, la scelta preferenziale dei poveri.
Benedetto XVI in un famoso discorso ad alcuni politici europei ha parlato di “princìpi non negoziabili” identificandoli nella difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, nel rispetto della famiglia fondata sul matrimonio tra  un uomo e una donna. Anche la nota dottrinale (23 novembre 2002) della  Congregazione per la  Dottrina della Fede - “Circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento  dei cattolici nella vita politica” - usava l’espressione “princìpi non negoziabili” e così li aveva elencati: vita, famiglia, libertà di educazione, tutela dei minori dalle moderne forme di schiavitù, diritto alla libertà religiosa, economia a servizio del bene comune nel rispetto della sussidiarietà.
I princìpi non negoziabili sono un invito per tutti a guardare in su e non intendere il confronto democratico come un compromesso tra interessi. Essi non hanno  solo un valore “confessionale”, ma appartengono alla natura dell’uomo. Del resto laicità significa indipendenza della sfera religiosa e ecclesiastica ma non dalla sfera morale.
Il primo principio non negoziabile è la difesa della vita, il rispetto della vita della persona umana dal concepimento alla morte naturale. Purtroppo oggi ci sono molte antropologie, ossia concezioni della persona umana, che la riducono al corpo, o ai geni, o ai neuroni. Oggi la vita umana viene negata innanzitutto  dall’aborto, sia clandestino sia legalizzato. In molti Paesi esso è legalmente possibile anche a numerosi mesi dalla gestazione.
Quanto detto a proposito del diritto alla vita è strettamente collegato al tema della famiglia che è il luogo della vita, dove la vita viene generata e dove la vita viene accolta. Bisogna passare da politiche imperniate sull’individuo a politiche incentrate sulla famiglia. I dati parlano chiaro: chi è single ha molti vantaggi rispetto a chi è sposato con figli.
Il terzo principio è l’educazione dei figli. La scuola di stato tende ad essere burocratizzata, centralistica  e verticistica. Le circolari, le direttive del ministero, i regolamenti, il preside in quanto dirigente scolastico, e quindi funzionario pubblico, si sovrappongono quasi completamente alla famiglia e spesso anche agli stessi docenti. D’altra parte di fatto si è obbligati a scegliere la scuola pubblica. Si ha un ben dire: ognuno  può organizzarsi la scuola che vuole  ma senza oneri per lo stato. E’ un prendersi in giro. Senza l’aiuto economico dello stato la libertà di scelta è una parola senza sostanza e senza contenuto.
Il beato Giovanni Paolo II molte volte ha sostenuto che la libertà senza libertà  religiosa non è vera libertà. Il diritto alla libertà religiosa è fondamentale anche se non bisogna mettere sullo stesso piano tutte le religioni. Le due affermazioni non   sono in contrasto tra loro: vietando le manifestazioni di una religione disumana che non rispetta la dignità e la giustizia attenta a un diritto, in  quanto quel diritto era subordinato ad un dovere, quello di cercare la verità. 
L’uomo infine ha diritto al lavoro perché il lavoro è la realizzazione di un dovere personale  e familiare  e la risposta ad una vocazione. Il lavoro ha sempre una dimensione comunitaria. In altre parole si  lavora con gli altri e per gli altri. Ciò che rende i lavoratori vicini e solidali tra loro non è un “nemico” contro cui combattere  ma  la comune condizione di persone che lavorano.
I tempi sono maturi per una ripresa di impegno politico dei cattolici fondato sull’incontro tra la fede e la ragione. C’è ormai un quadro unitario di riferimento di princìpi e di riflessioni e anche di indicazioni pratiche che il cattolico può adoperare e nel quale si può inserire.
La guida di Benedetto XVI è molto chiara e non permette titubanze; la stagione dei “tuttavia” sembra finita: si profila un nuovo compito dei laici cattolici impegnati in politica solido nei princìpi e accorto nelle strategie.
Cordiali saluti.