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Dal “Non expedit” al Concilio Ecumenico Vaticano II: dall’astensione all’impegno

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I cattolici in politica nell’Italia unita

L’idea della coscienza cristiana come fondamento della vita nazionale

di Mons. Michele De Rosa

Dopo l’unità d’Italia (1861) la Penitenzieria Apostolica, il 1° novembre 1874, rispose negativamente alle richieste dei vescovi  circa l’opportunità di consentire la partecipazione dei cattolici alle elezioni parlamentari.
Il “Non expedit” (= non conviene) suggeriva o vincolava, a seconda delle interpretazioni,  gli elettori cattolici  a non prendere parte alla vita politica dello stato italiano la cui azione sovvertitrice aveva, tra l’altro, leso l’autorità temporale del papa.

L’entrata delle truppe italiane a Roma aveva fatto precipitare una situazione già critica  tanto che il 1° gennaio 1870 Pio IX emanò l’enciclica “Respicientes” in cui tale atto veniva chiamato ingiusto, violento, nullo e invalido, considerandosi nel contempo un prigioniero non in grado di esercitare liberamente la propria attività pastorale.
Sul finire del secolo XIX l’evoluzione della vita politica italiana favorì il maturarsi di un nuovo orientamento di cui si fece principale interprete Filippo Meda, invitando i cattolici italiani alla “preparazione nell’astensione”.
Durante il pontificato di Pio X, nonostante la conferma ufficiale del “non expedit” (1903), furono concesse numerose deroghe al principio dell’astensione elettorale.
L’abolizione definitiva del “non expedit” fu implicitamente sancita da Benedetto XV che nel 1919 permise a tutti i cattolici di aderire al Partito Popolare Italiano il quale, pur dichiarandosi laico, proclamava la coscienza cristiana fondamento della vita nazionale e individuava la sua azione  politica nel “centrismo”, come rifiuto di ogni legame con il liberalismo moderato e opposizione al partito socialista.
Il PPI si distinse per lo sforzo progettuale  (riforma dello stato in senso decentrato, introduzione delle regioni, garanzia di libero sviluppo sindacale, politica internazionale pacifista) e per il tentativo di inserire nello stato le masse contadine e piccolo-borghesi ancora ai margini della vita politica. Esso ottenne un iniziale vistoso successo, ma fu condizionato dalla crisi delle istituzioni  parlamentari e dalle tensioni interne.
Per quanto riguarda il problema del rapporto con il fascismo, dal 1923 il PPI subì scissioni e crisi. Sturzo pilotò il partito su posizioni critiche  verso il regime fascista: subì, così, sia la persecuzione fascista e sia l’ostilità di alcuni settori della Chiesa.
Nel secondo dopoguerra del XX secolo il concilio ecumenico Vaticano II (1962-1965) contribuì in modo decisivo ad una nuova fase di dialogo tra Chiesa e mondo per cui il partito della Democrazia Cristiana, erede del PPI, si caratterizzò per lo stretto legame sia con il mondo cattolico sia con le istituzioni statali, come mostra l’ininterrotto controllo della Presidenza  del Consiglio dal 1945 al 1981.
Da allora iniziò un lento declino della DC, giunta nel 1994 alla scissione in due partiti: il Partito Popolare Italiano, vicino ad una visione sociale della politica, e il Centro Cristiano Democratico, vicino alle forze liberali.
Giampaolo Crepaldi ( “Il cattolico in politica. Manuale per la ripresa”, Cantagalli, Siena 2010) divide l’impegno politico dei cattolici nel secondo dopoguerra in tre periodi: resistenza, attesa, ripresa.
Il tempo della resistenza è quello degli anni sessanta e settanta durante il quale la modernità lanciò verso la Chiesa una violenta guerra culturale che produsse smarrimento e perplessità sulla propria identità e missione.
E’ stato un periodo difficile.
Per fortuna molti resistettero attivamente, ossia operando affinché le cose potessero cambiare  in seguito.
Prima di tutti Paolo VI, fatto oggetto di incresciosi attacchi, che in fatto di dottrina e morale non concesse nulla al processo di secolarizzazione della società italiana che si insinuava anche nelle menti di molti cattolici. Con l’ “Humanae vitae”, allora molto criticata anche da alcuni vescovi, precisò la verità cristiana e umana del matrimonio e della procreazione ed oggi, dopo la triste deriva che l’umanità ha subìto in questi campi, ne vediamo tutto il loro valore profetico.
Pose inoltre le basi per un rilancio della Dottrina sociale  della Chiesa con la “Populorum progressio” e con la “Octogesima adveniens” e ribadì che nel campo sociale con c’è vero sviluppo senza il Vangelo. (1- continua).