20 Dicembre 2010
Messaggio di Mons. Michele De Rosa ai fedeli della diocesi
"Celebrare il Natale di un povero con spese insulse per “cose” inutili è blasfemo".
Carissimi,
fra pochi giorni festeggeremo il Natale del Signore.
Ogni uomo che nasce ha la sua gente, raccoglie una storia, porta una tradizione.
Ad ogni uomo che nasce è affidata un mistero: la vita in lui cerca nuove modalità di espressione, anela ad esperienze non narrate. Ma il destino che ogni uomo porta con sé non può ancora essere enunciato finché non si compie, legato come è a circostanze mutevoli, a scelte contingenti, a decisioni spesso precarie.
Solo la morte permette di dare un nome definitivo ad ogni uomo. Quando egli nasce il suo nome è quello della sua gente, è l’augurio dei suoi antenati, è proclamazione di speranze, enucleazione di intere generazioni. Per questo San Matteo fa precedere la narrazione della nascita di Gesù dalla “Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo” (1,1-21).
Gesù era un nome comune nel mondo ebraico. Significava: Dio è salvezza. E’ la promessa che in lui fu annunciata un giorno si compì. Oggi possiamo celebrare con gioia la sua nascita perché la speranza che egli portava fin dall’inizio, si è realizzata per noi. Solo la morte e tutto ciò che essa ha compiuto ci consentono di celebrare la nascita di Cristo come segno di nuove speranze.
Per capire il Natale di Gesù, il mistero del suo nome, occorre perciò partire dalla sua morte e dalle ragioni che essa esprime.
Gesù visse per annunciare il Regno di Dio: un nuovo modo di esistere, la possibilità di incontrare gli altri come fratelli, di perdonarsi vicendevolmente i peccati.
E fu proprio la fedeltà all’annuncio del Regno di Dio, senza reticenze e senza compromessi, che condusse Gesù alla morte. Decisero di ucciderlo, ma di fatto egli offriva la vita (Gv 10,18) perché continuò ad amare anche quando l’odio, l’indifferenza, il disprezzo ne decretarono la fine. Lo crocifissero credendo di eliminarlo ma proprio così lo inserirono definitivamente nella storia, sancirono il suo nome, ratificarono la celebrazione della sua nascita. Un figlio ci è stato dato come realizzazione definitiva del progetto che Dio ha sull’uomo.
Gesù diventò famoso con la morte. Da allora infatti si cominciò a narrare della sua esistenza come momento decisivo della storia umana perché realizzazione di una promessa antica, annuncio di una salvezza per l’uomo, da più parti e da tempo attesa.
Con le sue braccia aperte il Bambino Gesù, applicandole a sé, sembra voglia ricordarci le parole del poeta Terenzio: “Homo sum, nihil humani a me alienum puto” (Io sono uomo e nulla di ciò che è proprio dell’umanità mi è estraneo).
Gesù è nato tra i poveri e la sua è stata un ‘esistenza’ di povero. Non è una semplice coincidenza. Colui che è diventato Messia, che è stato costituito “causa di salvezza” per tutti coloro che gli ubbidiscono è nato ed è cresciuto in un popolo oppresso, ha conosciuto la condizione amara dell’esilio, dell’emarginazione e del lavoro precario.
Ci sono modalità diverse di vivere la povertà. C’è la rabbia di chi impreca alla propria condizione; c’è chi la subisce in rassegnata passività. C’è chi va oltre e trova nella condizione di povertà, scelta o subìta, ma sempre liberamente vissuta, una forza creativa che il possesso delle ricchezze non sa offrire.
Gesù è cresciuto valorizzando la carica vitale che viene a questi poveri dalla condizione vissuta in libertà. Egli, a chi amava e riteneva capace di farlo, ha chiesto di abbandonare ogni sorta di beni.
Celebrare il Natale ostentando ricchezza e mostrando la felicità illusoria che viene dal possesso dei beni sarebbe perciò una contraddizione.
Celebrare il Natale di un povero con spese insulse per “cose” inutili e a volte dannose, per vacanze che non ristorano, con sprechi di alimenti mentre milioni di uomini muoiono solo perché nati in un parallelo diverso dal nostro e stritolati da ingranaggi industriali e commerciali imposti loro da chi può trarne profitto, è blasfemo.
La nascita di un povero in un popolo oppresso può essere ricordata con gioia solo da chi sa compiere scelte di solidarietà con i più poveri spogliandosi dei propri beni.
Solo in questo modo Gesù viene celebrato come Salvatore, come colui che guida gli uomini a nuove forme di convivenza umana, di libertà dall’oppressione, di pace nella giustizia.
Buon Natale e Felice Anno Nuovo.










