La Madonna di S. Alfonso rifinita dall'amico pittore Di Maio

Maggio: un mese con Maria


Le Glorie di Maria

Santuari Mariani della Diocesi

La ricezione della “Dominus Jesus” in ambito ortodosso e protestante

Stampa
PDF

Introduzione

 

Il 7 dicembre 1990 Giovanni Paolo II pubblicava l’enciclica Redemptoris Missio[1]circa la permanente validità del mandato missionario.

 In essa si afferma[2] che Cristo è l’unico Salvatore, l’unico mediatore tra Dio e gli uomini e che, quindi, gli uomini non possono entrare  in comunione con Dio  se non per mezzo di Gesù Cristo, sotto l’azione  dello Spirito Santo.

 Si dice anche che è contrario alla fede cristiana introdurre una qualsiasi separazione tra il Verbo e Gesù Cristo perché Gesù è il  Verbo incarnato e non si può separare Gesù da  Cristo. E questi è il Verbo di Dio fatto uomo.

 Si sostiene ancora che la “Chiesa professa che Dio ha costituito Cristo come unico mediatore e che essa è posta come sacramento universale di salvezza”[3]. Il Regno di Dio poi  non può essere separato né da Cristo né dalla  Chiesa di cui è germe, primizia, segno e strumento. Essa è sacramento di salvezza per tutta l’umanità e la sua azione non si restringe soltanto a coloro che ne accettano il messaggio.

 Nel decennio seguito alla pubblicazione dell’enciclica c’è stata da parte di parecchi teologi una specie di “rimozione” dell’insegnamento propriamente teologico della Redemptoris Missio. Non solo da parte di alcuni studiosi non si è tenuto conto delle affermazioni dell’enciclica, ma si sono elaborate teorie che relativizzano ancora di più la persona e l’opera di Gesù, facendo di lui uno dei salvatori dell’umanità  e del cristianesimo una via di salvezza non diversa dalle altre religioni, anch’esse via di salvezza. «Si è, in altre parole, affermato un pluralismo religioso, non solo de facto, ma anche de iure, vale  a dire “di principio, in virtù del quale tutte le religioni sarebbero vie a Dio, diverse ma egualmente valide, destinate a trovare  in  Dio la loro unità profonda (pluralismo religioso “teocentrico”)[4]. Si sono ritenute superate verità cristiane come il carattere definitivo e completo della rivelazione di Gesù Cristo; l’unicità e l’universalità salvifica del mistero di Gesù per cui Cristo è salvatore unico e universale degli uomini; l’unità personale tra il Verbo eterno e Gesù di Nazaret; l’unità nell’agire salvifico dello Spirito Santo e del Verbo incarnato; la Chiesa come mediatrice universale della salvezza; l’inseparabilità, pur nella distinzione, tra il Regno di Dio, il Regno di Cristo e la Chiesa; il carattere ispirato dei libri della Sacra Scrittura; la “sussistenza”[5], affermata dal Vaticano II, dell’unica Chiesa di Cristo nella Chiesa cattolica. Il subsisitit in[6] indica la permanenza nella storia,  nonostante le divisioni, dell’unica  Chiesa di Cristo in tutta la sua pienezza nella Chiesa cattolica e che tale pienezza non esclude  l’esistenza, al di fuori di essa, di parecchi elementi di santificazione e di verità. Scrive Ives Congar, uno dei testimoni e degli artefici più autorevoli del Vaticano II,:« Il subsistit permette di riconoscere a un tempo che la Chiesa di Cristo e degli apostoli esiste  nelle Chiesa cattolica  e che tuttavia non si riduce ad essa, perché plura elementa di santificazione e di verità si trovano nelle altre Chiese  o Comunità ecclesiali. La Lumen Gentium  ha abbandonato non l’affermazione che la Chiesa di  Cristo  e degli apostoli si trova nella Chiesa cattolica, ma la tesi  di una identità tra questa Chiesa e i doni con i quali Cristo costruisce il suo corpo, tale che la Chiesa cattolica sarebbe Chiesa in  modo esclusivo (…). Le comunioni cristiane separate non sono prive di sostanza positiva (…). L’ecclesialità delle Comunioni  non è valutata in rapporto alla Chiesa romana  come tale quale essa è, ma in rapporto alla Chiesa come  Cristo l’ha disposta  e anche in rapporto al fine  a cui Dio conduce la sua opera  e di cui i tratti precisi  in parte ci sfuggono. Questa Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica romana senza identificarsi strettamente con essa. Inglobando questa Chiesa e ciò che c’è di Chiesa a fianco di lei, si può parlare di universale e santa Chiesa di Cristo»[7].

 Di fronte a una situazione pericolosa per la fede cristiana  che rischiava di essere erosa dal relativismo e perdere in tal  modo la propria  identità, la Congregazione per la Dottrina della Fede intervenne  riaffermando con forza e chiarezza verità centrali del cristianesimo, negate o messe in dubbio. E’ quanto ha fatto con la pubblicazione della Dichiarazione “Dominus Jesus” ( 6 agosto 2008)[8], con cui “interviene per richiamare ai vescovi, ai teologi e a tutti i fedeli cattolici  alcuni contenuti dottrinali imprescindibili, che possono aiutare la riflessione teologica a maturare soluzioni conformi al dato di fede e rispondenti alle esigenze culturali contemporanee”[9].

 La Dichiarazione quindi non ha inteso interrompere, indebolire o vanificare il dialogo  interreligioso - come alcuni si sono affrettati a dire compreso anche qualche teologo cattolico - ma ha voluto fondarlo sulla verità, sulla sincerità e sulla chiarezza, evitando possibili equivoci da parte cattolica, che rischierebbero di renderlo falso e inutile, e così di farlo naufragare.

 Nonostante questa chiarificazione il documento a livello mondiale, e non solo in ambito cristiano cattolico, ha dato vita a un intreccio di consensi e di dissensi in un confuso susseguirsi di interpretazioni, per lo più ambigue, come appare dalla stampa che gli ha dedicato fiumi di inchiostro. «Di fronte a un documento teologico denso e articolato - osserva Angelo Amato – i mezzi di comunicazione sociale non hanno centrato il suo nucleo, ma hanno posto l’accento su poche affermazioni e tematiche ecumeniche, ritenute di sicuro impatto polemico. (…) In ogni caso di fronte all’enorme molteplicità di risposte e di reazioni, la “Dominus Jesus”, più che un documento può essere considerato un “evento”. Non si è, infatti, trattato solo di una comunicazione di determinati pronunciamenti dottrinali, ma anche e soprattutto di un coinvolgimento di sentimenti, di atteggiamenti, di riflessione di singole persone e di intere comunità»[10].

  1.  Ambito ortodosso

 Nell’ambito greco le reazioni sono state nel complesso rare  e piuttosto reticenti e  non hanno offerto particolari approfondimenti critici.

 La sola rivista a prendere posizione in modo vistoso è stata Ortodossia[11] che in prima pagina annuncia: «“Dominus Jesus”. Dichiarazione da parte della Chiesa romana. Colpo di grazia al dialogo ecumenico». Oltre la “Dominus Jesus” viene riportata anche la nota della  Congregazione per la Dottrina della Fede “Chiese sorelle” (lettera del 30 giugno 2000 ai presidenti delle Conferenze Episcopali )[12]. I due testi sono integralmente tradotti in greco.

 Essi non vengono valutati nemmeno nei loro punti problematici; c’è una sola mezza pagina fatta di spot  (p. 17), a commento dello stile e del contenuto  della Dichiarazione  (presentata come enciclica) e della nota. Lo stile – vi si legge – ha un tono severo, ritorno al volto dispotico di un cattolicesimo affermatosi nel Medioevo mentre del contenuto si dice: “Ferita al  dialogo non solo ecumenico, ma anche interreligioso”.

 La Dichiarazione “Dominus Jesus” ha suscitato anche in Russia un coro di commenti negativi. Essa ha vivacizzato notevolmente nei mass media russi - laici, religiosi e pseudoreligiosi - la discussione sul tema dei rapporti cattolico-ortodossi, catalogato fra i temi “senza prospettive”.

 La prima reazione dei media laici, che si sono affrettati a  fornire la notizia finché era calda, è stata abbastanza divertente. L’agenzia Interfax  ha pubblicato una breve nota in cui la Dichiarazione della Congregazione  per la Dottrina della Fede era così presentata: «In questo testo, dedicato alle relazioni con le altre religioni, si nega l’idea dell’uguaglianza di tutte le religioni e si proclama il primato del cattolicesimo come unica Chiesa  di Cristo. Nonostante la divisione dei cristiani, esiste un’unica Chiesa di Cristo, che sussiste nella Chiesa cattolica governata dal successore di Pietro. Il motivo dominante della maggior parte delle pubblicazioni apparse sull’argomento era la denuncia del tipo: finalmente la “Chiesa sorella” cattolica ha smesso di fare l’ipocrita».

Il 27 settembre la rivista “Nezavisimaja gazeta “ ha pubblicato  un  articolo del suo osservatore ecumenico Boris Filippov intolato La fine dell’epoca dell’ecumenismo: gli ultimi documenti dottrinali della Chiesa cattolica ricordano il Medioevo. Il contenuto dottrinale della “Dominus Jesus “ è ridotta da Filippov all’unica tesi categorica secondo la quale “fuori della Chiesa cattolica romana non c’è salvezza”. Secondo gli esperti  del Vaticano – continua l’osservatore russo – la Dichiarazione testimonia una nuova fase della lotta per l’eredità di Giovanni Paolo II. E’ iniziato il lungo conclave  grazie  alla Dichiarazione; dal gruppo dei pretendenti sono automaticamente esclusi i cardinali sostenitori della politica ecumenica dell’attuale pontefice.

 Insomma per gli “iniziati”, cioè gli specialisti del Vaticano, la Dichiarazione “Dominus Jesus” sarebbe solo un segnale  della sotterranea lotta vaticana nella corsa al nuovo pontificato.  

 Questi alcuni echi della stampa laica.

 Ma qual è la reazione  alla «Dichiarazione “Dominus Jesus”» nella Chiesa ortodossa?

 Pare che la posizione ufficiale consista proprio nel non prenderne nessuna. «La Dichiarazione “Dominus Jesus”» è un affare interno alla Chiesa cattolica e per principio la Chiesa ortodossa non può formulare nessuna posizione ufficiale nei suoi riguardi anche se osserva con interesse la situazione e la polemica sorta a questo proposito dentro il mondo cattolico.

 A questo punto è possibile tirare alcune conclusioni e cercare di rispondere alla domanda se la «Dichiarazione “Dominus Jesus”» chiuda effettivamente le prospettive del dialogo interconfessionale  in Russia.

Come ha mostrato il nostro monitoraggio delle reazioni alla “Dominus Jesus” sui mass media (certamente incompleto ma rappresentativo), il complesso delle reazioni è abbastanza critico anche se superficiale. Superficialità dovuta anche – come scrive Aleksej Iudin – al basso potenziale teologico del clero ortodosso e, in genere, alla sua penosa ignoranza  nel giudicare la dottrina, le tradizioni e la realtà attuale della Chiesa cattolica. Per ora non bisogna aspettarsi reazioni adeguate, benché critiche, dall’ambiente ortodosso in Russia”.[13] Notiamo che Aleksej Judin  è moscovita, archivista e storico della Chiesa. Negli ultimi anni si è dedicato in particolare a ricerche sulla Chiesa cattolica e ortodossa nel secolo XX.  E’ autore di numerose pubblicazioni sia in Russia sia all’estero.

L’indubbia precisione delle formulazioni dogmatiche - continua Judin - e la consequenzialità logica con  cui è costruita la dottrina della “Dominus Jesus” sono un altro aspetto interessante per la coscienza ortodossa, e non è escluso che possa diventare  un utile strumento teologico anche per gli stessi ortodossi.

 Il fatto che nel punto focale ecclesiologico della Dichiarazione si trovi la tradizionale dottrina cattolica che esiste una continuità storica radicata nella successione apostolica  tra la Chiesa fondata da Cristo e la Chiesa cattolica  e che esiste un’unica Chiesa di Cristo, che sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui, sicuramente distrugge  le illusioni dell’ “ecumenismo romantico”. “Del resto si trattava davvero di illusioni, bellissime ma pur sempre tali, dei grandi romantici dell’ecumenismo, i quali  non si accorgevano o non volevano accorgersi  che il loro tentativo di smussare o erodere  i criteri inflessibili dell’ecclesiologia cattolica, nel desiderio sincero di avvicinarsi all’ortodossia, non solo non incontrava un’adeguata risposta dall’altra parte, ma spingeva in un vicolo cieco lo stesso procedere del dialogo”.[14]

 Il problema dell’unità si manifesta oggi alla coscienza della cristianità storica  - continua ancora Judin - sotto forma di paradosso: i cristiani possiedono l’unità  comandata originariamente da Cristo, ma ciononostante si trovano ancora in cammino per raggiungere le forme visibili di tale unità. «Questo paradosso non è una sentenza di incapacità per i cristiani nella storia, ma uno stimolo a cercare vie nuove verso l’unità e verso il riconoscimento della propria responsabilità per il destino del mondo  nel terzo millennio. Questo stimolo e questa responsabilità riposano in Cristo. In lui e a partire da lui è necessario rivedere i valori del dialogo ecumenico  e riscoprire di nuovo il contenuto reale del suo comandamento: “Che siano una cosa sola”. A questo soprattutto ci richiama la Dichiarazione “Dominus Jesus”».[15]

 Critiche prudenti ed acute rivolge alla “Dominus Jesus” Michail Evdokimov, per lunghi anni delegato russo per l’ecumenismo, pubblicate nel numero di gennaio di Service Orthodoxe de Presse.[16]

 L’articolo esordisce con un apprezzamento della “Dominus Jesus”  che “formula affermazioni positive, necessarie al cammino corretto del dialogo interreligioso, quando ricorda il carattere unico e insostituibile  del messaggio evangelico  e mette in risalto la sola giustificazione o la sola salvezza in Cristo. Denuncia così le teorie relativiste  che sono nell’aria in questo tempo  e che, per eccesso di tolleranza, finiscono in  una visione indifferenziata in cui sbiadiscono i contorni della verità”.[17]

 Quindi esprime alcune riserve sia per quanto riguarda l’impostazione generale sia per il contenuto. Circa l’impostazione dice: “Era proprio necessario in uno stesso testo una messa in guardia contro il relativismo interreligioso e il relativismo ecumenico in cui sono prese di mira le Chiese della Riforma ?”.[18] Circa il contenuto le riserve  riguardano due punti in particolare: il primo fa riferimento al  modo con cui la “Dominus Jesus” parla  della Chiesa ortodossa. Questa “afferma che, malgrado l’indegnità dei suoi membri, l’unità si è conservata in essa in pienezza di fede  dai tempi apostolici. Riconosce  la successione apostolica e l’Eucarestia - e molte altre realtà - nella Chiesa cattolica, che da parte sua  le riconosce presso i fratelli ortodossi. In questo senso, la separazione tra le due Chiese  risente di una logica irrazionale. Tuttavia gli ortodossi si sentiranno feriti leggendo, tra le righe, che la loro Chiesa troverebbe tutta la sua pienezza, se entrasse in comunione con la Chiesa cattolica”.[19] Il secondo punto critica il modo con cui sono presentate e particolarmente  “bistrattate” le Chiese della Riforma: prive di episcopato valido e della sostanza integrale del ministero eucaristico,  tali comunità ecclesiali non sono Chiese  in senso proprio.

 Evdokimov a questo punto ammette con lealtà che su uno stretto piano dottrinale  questa affermazione è esatta. E continua: “Questo è esatto ma è sufficiente?. Si arriverà al punto da dedurre,  per conseguenza, che i protestanti non sono cristiani  in senso stretto?. Senza giungere ad una affermazione così scandalosa, il testo lascia adito ad un certo disagio”.[20]

 Ricorda gli sforzi e i passi decisivi congiunti nel XX secolo per il riavvicinamento delle Chiese, le commissioni miste per il dialogo e, soprattutto, le tante preghiere elevate all’unico Padre per il raggiungimento dell’unità. Si può ignorare tutto questo? Come negare ogni ecclesialità alle Comunità il cui battesimo riconosciamo valido? Se è vero che i Cattolici e gli Ortodossi non possono transigere in fatto di ministeri e di sacramenti, occorre ricordare tanti altri aspetti positivi delle Chiese nate dalla Riforma. “Lo Spirito soffia dove vuole. Non è un paradosso di poco conto  che, da un lato, lo Spirito sia donato agli uomini  quando nella preghiera dell’epiclesi questi supplicano il Padre  di mandare lo Spirito a consacrare pane e vino  e santificare ogni cosa  nel mondo e, dall’altro lato, che esso ci inviti a non irrigidire gli aspetti istituzionali della Chiesa più di quanto sia necessario, a non fissarci su di essi”.[21]

 Infine ammonisce  che la santità fiorisce anche al fuori dei confini ufficiali  delle Chiese : «Pur se non “canonizzano” i loro santi, le Chiese protestanti hanno dato tanti martiri, uomini e donne infiammate di carità o animati da soffio profetico, ai quali noi ortodossi possiamo ispirarci. E’ compito proprio dello Spirito nello stesso tempo diversificare - ognuno  riceve la sua lingua pentecostale - e   unificare. Lo stesso fuoco infiamma il cuore dei discepoli: “Noi tutti siamo stati battezzati mediante un  solo Spirito in un solo corpo” »(1 Cor 12,13).[22]

 Un altro intervento da parte dell’ortodossia russa è quello di Jonatan Gorskj[23] Dopo aver lamentato la posizione esclusiva della Dichiarazione nei confronti delle altre religioni e delle altre comunità cristiane, il teologo russo nota che essa non è altro che una semplice ripetizione dell’insegnamento cattolico, dal momento che reinterpreta il “subsistit in” (LG 8). Ritiene poi che la Dichiarazione abbia dei precisi destinatari  che sono all’interno della Chiesa cattolica  e che intendono in modo pluralistico sia il dialogo interreligioso sia quello ecumenico. Di qui il linguaggio asciutto e aspro della Dichiarazione  che, mentre per i cattolici è servito a fare chiarezza in un panorama  che si faceva sempre più confuso, per i non cattolici, non abituati a un magistero ufficiale, è apparso irritante.

 L’auspicio è che da parte cattolica venga un segnale sulla continuazione del dialogo ecumenico e interreligioso, senza che per questo la Chiesa cattolica abbandoni la sua ecclesiologia. L’eredità del Vaticano II deve continuare anche nel XXI secolo.

 2. Ambito Protestante  

 La Repubblica del 7 settembre 2000 scrive: “Sconcerto tra le  Chiese protestanti  dopo la Dichiarazione “Dominus Jesus” che crea un’ampia frattura nell’ecumenismo  avviato dal Concilio Vaticano II. La Dichiarazione sostiene con forza che esiste un ‘unica  Chiesa di Cristo, quella cattolica, e che le Chiese protestanti non hanno conservato un episcopato valido  ed una corretta concezione dell’Eucarestia. Secondo il documento in questione la posizione dei seguaci delle altre  religioni è ancora più drammatica, perché si trovano in una oggettiva situazione gravemente deficitaria  rispetto a quella della Chiesa cattolica.

 Molto severo, nell’area italiana,  è Ermanno Genre, della Facoltà Valdese di Teologia di Roma.[24] Innanzi tutto – egli scrive – bisogna riconoscere che la “Dominus Jesus”  individua un problema reale in cui si dibatte  il cristianesimo: la difficoltà nel portare avanti il dialogo con le altre religioni senza perdere  per strada dei pezzi della propria identità. La Dichiarazione  non è ambigua se la si considera nell’ottica della difesa  della dottrina cattolica tradizionale. Anzi è assolutamente coerente  perché denuncia i pericoli a cui va incontro la Chiesa di Roma nei dialoghi interreligiosi in cui si confrontano diverse visioni universalizzanti e che rivendicano  ciascuna una propria verità. Soltanto che «la “Dominus Jesus” è talmente ossessionata nel difendere la vera dottrina, che non si accorge di calpestare  la dignità  delle persone, dentro e fuori la Chiesa, dentro e fuori il cristianesimo”[25] e non fa che contrapporre un sistema assoluto di verità religiose ad altri sistemi; il che fa abortire il dialogo  e impedisce l’incontro.

 Secondo il pensiero della Riforma - scrive il pastore Paolo Ricca - vi sono “cinque caratteri sicuri e infallibili” per riconoscere la  vera Chiesa: la predicazione del puro evangelo, la retta amministrazione dei sacramenti, la disciplina ecclesiastica, la persecuzione a motivo della verità, l’ubbidienza alla legge di Cristo, in particolare l’amore fraterno.

 Applicando alle diverse Chiese questi segni di riconoscimento, diventa evidente quanto sia difficile, per qualunque Chiesa che abbia di sé “un concetto sobrio”, dichiararsi vera Chiesa di Gesù Cristo. Ogni Chiesa si presenta come “vera Chiesa di Cristo” e cerca di esserlo, ma il giudizio finale spetta a Dio e non alla Chiesa. La verità della Chiesa infatti risiede nella sua elezione il cui segreto è in Dio e nel suo perdono, avvenuto sulla croce.

 Il pastore  Domenico Tomasetto, nel 2000 presidente della Federazione delle Chiese  Evangeliche in Italia, sostiene che la “Dominus Jesus” solleva nelle Chiese Evangeliche non poche riserve critiche. Il tema del pluralismo religioso, fenomeno in  espansione nel mondo occidentale, pone i teologi dinanzi a sempre nuove domande. Non vanno condannati solo per questo. E’ vero che l’espressione “Extra ecclesiam nulla salus” (fuori della Chiesa non c’è salvezza) ci viene dai tempi della Chiesa primitiva dove aveva anche un suo contesto storico-religioso preciso Noi protestanti abbiamo sempre criticato questa formulazione, ritenendo che non è l’essere della Chiesa a garantirci la salvezza e quindi il rapporto con Gesù Cristo quanto piuttosto è l’incontro con Gesù Cristo a donarci la salvezza e a metterci in comunione con altri credenti nella Chiesa. Da quanto la Chiesa ha preteso di essere non solo madre  e maestra, ma soprattutto un’istituzione -  che a suo insindacabile giudizio dispensa salvezza e condanne -  è diventata altra cosa dal modello prevalente del Nuovo Testamento.

 Il presidente delle Chiese evangeliche  della Riconciliazione - Giovanni Traettino -  ha dichiarato: “Bisogna dolorosamente riconoscere che questo documento [Dominus Jesus] rappresenta un deciso passo indietro, segnala una inversione di tendenza e attesta un tentativo di ritorno verso le posizioni di chiusura preconciliari. Si aggiunga a questo la nota sulle “Chiese sorelle” e il contemporaneo tentativo di ricupero della figura e del pontificato di Pio IX  (Il papa del Vaticano I), affiancato  - in un gioco di equilibri “religiosi”, politici e teologici preoccupante -  alla figura e al pontificato di Giovanni XXIII ( il papa del Vaticano II) e si avrà la misura del tentativo di “normalizzazione” antiprogressista in atto in Vaticano. Almeno così sembra a noi.

 L’Alleanza Evangelica Italiana  a sua volta ha dichiarato: «In merito alle posizioni della “Dominus Jesus” negli ambiti del protestantesimo ecumenico si è parlato di sorpresa, delusione, freno allo sforzo ecumenico. Molti sembrano essere caduti dalle nuvole per il fatto che il documento ribadisce la posizione vaticana sull’ecumenismo, e cioè che la Chiesa cattolica riconosce per sè e in sé la pienezza della grazia di Dio, mentre concede che gli altri cristiani beneficino di gradi inferiori della stessa grazia. La Chiesa cattolica non fa altro che ripetere cose già note. Invece chi dovrebbe rivedere la propria posizione nei confronti del cattolicesimo romano  è proprio il Protestantesimo ecumenico. E’ inutile contrapporre l’ala ecumenica e quella romanocentrica. Il Cattolicesimo è cattolico perché è entrambe le cose. E’ inutile giocare sulla contrapposizione tra componenti diverse del cattolicesimo, in quanto esso è in grado di trovare un  punto di sintesi tra le due all’interno del quadro dell’istituzione ecclesiastica.

 Queste sono le reazioni, purtroppo tutte negative,  registrate  in Italia. Esse non si sono minimamente sforzate di capire lo spirito della Dichiarazione  e il momento  storico delicato  per tutte le religioni in cui avanzava un relativismo così  radicale da snaturare il concetto stesso di religione.

 Le reazioni alla “Dominus Jesus” nell’area di lingua tedesca non sono facilmente reperibili perché molte di esse vennero pubblicate sulla stampa ecclesiale o confessionale, su giornali di carattere generale e in riviste teologiche.

 Molto preziosa perciò è la miscellanea curata da Michael J. Rainer : «“Dominus Jesus” . Verità scandalosa? Documenti, retroscena, punti di vista e conclusione»[26] , che si occupa in primo luogo dell’ecumenismo intracristiano, della relazione con  le religioni mondiali, e del problema della pretesa di assolutezza avanzata dal cristianesimo. Quale pietra di scandalo è stata considerata l’interpretazione esclusiva di quella celebre affermazione del Vaticano II, secondo la quale la Chiesa di Cristo “sussisterebbe” ed “esisterebbe nella Chiesa cattolica. Per motivi storici e per motivi teologici tale interpretazione è generalmente respinta.

 Ferdinand Kerstiens[27] evidenzia l’affinità linguistica tra la “Dominus Jesus” e il “Syllabus errorum” di Pio IX. Il Syllabus enumera le falsità da respingere, la “Dominus Jesus”  stabilisce oltre a ciò anche quello in cui bisogna “fermamente credere”. Il documento parte dalla convinzione che sia possibile fissare in enunciazioni verità e falsità senza tener conto del loro contesto argomentativo  e culturale.

 Una  delle poche reazioni, che affrontano il pluralismo religioso, è l’articolo di Georg Evers Un salto troppo corto? “Dominus Jesus” e la teologia in  Asia.[28] Egli osserva che la Dichiarazione romana non solo offende altre religioni, ma può anche avere delle conseguenze politiche  di vasta portata in alcuni Paesi. In India per esempio porta acqua al mulino di gruppi indù radicali  che rimproverano ai cristiani di  disprezzare le altre religioni ed essere pilotati da una potenza straniera.

 Christine van Wijnbergen[29] così conclude un suo articolo in Concilium intitolato «Reazioni alla “Dominus Jesus” nell’area di lingua tedesca»”: “Sembra giustificato concludere che il tentativo della Congregazione per la Dottrina della Fede di inoculare una volta per sempre nella coscienza pubblica l’unicità e l’universalità salvifica della religione cristiana e della Chiesa cattolica sia in larga misura fallita. Attualmente il dibattito corre il pericolo  di svolgersi su due binari divergenti. L’uno è il crescente riconoscimento delle religioni non cristiane come vie importanti verso Dio, l’altro è la permanente convinzione che il mondo sia redento esclusivamente in Cristo. A lungo andare neppure la teologia cattolica potrà verosimilmente continuare a dissociarsi tra apertura religiosa ed esclusività della salvezza.

 Nonostante le reazioni critiche, il segretario della Federazione Luterana  Mondiale, Ismael Noko, è convinto che le Chiese luterane, pur non riconoscendosi nei criteri di ecclesialità formulati dalla “Dominus Jesus”, pensano che il cammino ecumenico sia irrinunciabile  e si ritengono permanentemente impegnati in esso, indipendentemente  dai provvisori ostacoli che incontrano  sul loro cammino.

 L’arcivescovo di Canterbury, G. Carey, - e siamo in area anglicana - ha evidenziato come il documento vaticano non rifletta l’approfondimento della reciproca comprensione, raggiunto in  oltre trenta anni di dialogo ecumenico e di cooperazione. Anche se il documento non fa parte del processo di dialogo fra anglicani e cattolici l’idea che la Chiesa anglicana non sia propriamente una Chiesa sembra mettere in questione i notevoli risultati ecumenici finora raggiunti  La Chiesa anglicana non ritiene vi sia in essa alcuna deficienza nel proprio ministero e nella propria celebrazione dell’eucarestia  e resta pienamente impegnata nel dialogo ecumenico con la Chiesa cattolica  e le altre Chiese sulla base di un profondo e reciproco rispetto.

 Secondo il teologo Tom Best, membro del gruppo di lavoro teologico “Fede e  Costituzione”  del Consiglio ecumenico delle Chiese, tutte le Chiese hanno tratto un enorme giovamento dall’entrata della Chiesa cattolica romana nel movimento ecumenico dopo il Vaticano II. Nell’ambito del CEC e più in generale nel movimento ecumenico sono in corso molti  colloqui sul reciproco rapporto fra le Chiese: sarebbe un grave danno  se queste venissero ostacolate  o addirittura danneggiate da un linguaggio che precluda  ulteriori sviluppi del dialogo su questo problema. E’ quindi necessaria una testimonianza cristiana comune a tutte le Chiese. Sarebbe una tragedia se questa testimonianza  venisse oscurata dal dibattito interno alle Chiese  circa la rispettiva autorità e il rispettivo  status, per quanto questi possa no avere importanza.

  Le critiche alla “Dominus Jesus”, soprattutto per quanto riguarda l’ecclesiologia, sono tornate in occasione della pubblicazione delle “Risposte  a quesiti circa la dottrina sulla Chiesa” della Congregazione per la Dottrina della Fede (2007)[30].

 Esse intendono precisare il significato autentico di alcune espressioni ecclesiologiche  magisteriali che nel dibattito teologico rischiano di essere fraintese e fugare perplessità e dubbi suscitati da interpretazioni errate.

 In particolare i cinque quesiti cui la Dichiarazione risponde si concentrano sull’espressione  della Lumen Gentium  secondo la quale la Chiesa di Cristo “sussiste” nella Chiesa cattolica.

 Le risposte sottolineano dunque che il Vaticano II non ha cambiato la precedente dottrina della Chiesa e che la parola  “sussiste” «indica la piena identità della Chiesa di Cristo con la Chiesa cattolica,  non cambia la dottrina sulla Chiesa; trova tuttavia la sua vera motivazione nel fatto che esprime più chiaramente  come al di fuori della sua compagine si trovino “numerosi elementi di santificazione e di verità” che in quanto doni propri della Chiesa di Cristo spingono all’unità cattolica »[31] .

 Ancora una volta le reazioni dei protestanti sono state negative e stizzite.

 La pubblicazione dell’ultimo documento della Congregazione per la Dottrina della Fede - ha dichiarato il pastore Domenico Maselli, presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) - costituisce un vistoso passo indietro nei rapporti tra la Chiesa cattolica romana e le altre comunità cristiane. E’ vero che  non fa altro che ripetere quanto già affermato nella “Dominus Jesus” del 2000, ma il concetto è ora ribadito con una chiarezza insolita. Una frase soprattutto colpisce il lettore ecumenico, in cui si definisce la Chiesa cattolica come quella  “nella quale concretamente si trova la Chiesa di Cristo su questa terra”. Pare evidente che l’unico modo per cercare l’unità sarebbe quella di entrare nella Chiesa cattolica romana. Era stata la soluzione sperata da Newman che portò poi alla condanna del modernismo. Ciononostante, il dialogo ecumenico deve continuare, e può continuare mettendosi ognuno in discussione, per cercare di ascoltare la voce  di Cristo che è per tutti la via,  la verità e la vita. In questo spirito si deve continuare  il cammino sia in Italia  che nel resto del  mondo, fidando nel rispetto reciproco  e anche nella laicità degli  Stati  che permettono  libertà di discussione, di ricerca e di religione.

 Secondo la Riforma protestante gli elementi originali delle Chiese sono la pura predicazione dell’evangelo e la corretta amministrazione dei sacramenti. Questo e nient’altro deve essere visto  come espressione autentica dell’unica Chiesa di Cristo,   ha dichiarato il pastore Thomas Wipf, presidente delle comunità delle Chiese protestanti in Europa, commentando il nuovo documento della Congregazione per la Dottrina della Fede che concepisce la Chiesa cattolica come l’unica Chiesa di Cristo. Secondo Wipf per un protestante è impossibile concordare con l’autocomprensione cattolica. Tutto è esteriore e fallibile incluse la Chiesa protestante e quella cattolica. Oltre l’aspetto teologico Wipf ha sollevato  un’altra questione: un documento del genere manda segnali sbagliati. Le sfide di questo mondo chiedono a gran voce che le Chiese lavorino insieme. La comunione  non è un  obiettivo ideale, ma il nostro compito. Le vedute dottrinali sono  molto importanti  ma non devono spaccare la Chiesa.

 L’Alleanza Riformata Mondiale (ARM), che da anni intrattiene dialoghi bilaterali con il Vaticano, ha scritto  una  lettera al cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, per chiedere  chiarimenti sul documento della Congregazione per la Dottrina della Fede.  Siamo sconcertati  -  scrive nella lettera il pastore Setri Nyomo, segretario generale dell’ARM -  dalla presentazione di  tale documento in questo momento storico per la chiesa cristiana. In un’epoca di frammentazione sociale in tutto il mondo, l’unica Chiesa di  Gesù  Cristo a cui tutti partecipiamo dovrebbe rafforzare la propria testimonianza comune e affermare  la propria unità a Cristo. Il documento pubblicato il 10 luglio purtroppo offre un’interpretazione della Lumen Gentium 8 che ci riporta al pensiero e all’atmosfera preconciliari. Lamentando le possibili conseguenze negative per i dialoghi bilaterali cattolico-riformati, Nyomi  ricorda i documenti comuni prodotti negli ultimi anni, e mette in discussione la serietà con cui la Chiesa  cattolica  romana affronta i dialoghi  con la famiglia riformata e con le altre famiglie ecclesiali. Per adesso  - conclude la lettera -  siamo grati a Dio perché la nostra chiamata ad essere parte della Chiesa di Gesù Cristo non dipende dall’interpretazione del Vaticano. E’ un dono di Dio. Preghiamo perché venga il giorno in cui la Chiesa Cattolica Romana vada al di là delle pretese esclusivistiche, in modo che possiamo portare avanti la causa dell’unità  cristiana  per cui il nostro Signore Gesù Cristo ha pregato.

 Nessun cristiano deve essere turbato - dice il pastore Roberto Mazzeschi dell’Alleanza Evangelica in Italia - dal recente documento della Congregazione per la Dottrina della Fede  della Chiesa cattolica che ribadisce  l’assunto  che le Chiese protestanti   non sono “Chiesa” perché non unite alla Chiesa cattolico-romana. Si tratta di un  convincimento già ampiamente esposto dal magistero cattolico: Lumen Gentium e  Dominus Jesus.  Questa visione non è nuova. Essa  può dare fastidio al movimento ecumenico, ma non ai credenti in Gesù Cristo. La questione in gioco è un’altra: nessuna istituzione umana ha l’autorità di dare patenti di ecclesialità ad altre. Questa prerogativa spetta a Gesù Cristo  per mezzo dello Spirito Santo sulla base della Scrittura. In altre parole, la Chiesa è stabilita dal Signore Gesù Cristo dove due o tre sono riunite nel suo nome, dove la sua parola è annunciata integralmente, dove  il battesimo e la cena sono amministrati fedelmente  e dove il discepolato è vissuto  in modo confessante. Quando ciò accade è del tutto ininfluente che un’istituzione umana detti altri criteri  autoreferenziali. Le Chiese evangeliche rifiutano di considerarsi Chiese di “serie B” perché la Chiesa romana le considera tali. Sanno che i conti si fanno con Dio, non con il papa e la gerarchia. Ma  chiediamoci: il genio del cattolicesimo romano non è proprio quello di tenere insieme il centralismo e l’universalità, spostando il pendolo ora di qua ora di là? L’evangelo invita ogni persona e ogni Chiesa a convertirsi  continuamente alla luce della Parola di Dio, non a mantenere i propri equilibri malsani. Evidentemente  il cattolicesimo tiene più a consolidare la propria identità  che ad assecondare il soffio dello Spirito Santo.

 Conclusione

 Molte reazioni negative, molte critiche, molte pungenti osservazioni si potevano e si possono evitare leggendo attentamente e senza pregiudizio l’intervento dell’allora Cardinale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede,  Joseph Ratzinger, in occasione della presentazione  della «Dichiarazione “Dominus Jesus”» nella Sala Stampa della Santa Sede: «Contesto e significato della Dichiarazione “Dominus Jesus”»[32].

 Benedetto XVI parte da un’osservazione che nessuno può negare: l’affermazione della teologia del pluralismo religioso. Anche se il movimento teologico ha avuto inizio negli anni cinquanta del secolo XX, all’inizio tuttavia del secolo XXI ha conosciuto una veloce espansione. Anche nella opinione pubblica  cattolica si è fatto strada la convinzione  che tutte le religioni sono uguali, sono vie cioè ugualmente valide di salvezza.

 Tutto questo è figlio del relativismo secondo il quale l’uomo non può raggiungere verità oggettive e assolute, che esistono fuori di noi, ma può attingere solo verità soggettive. “Viviamo - scrive  Zigmunt Bauman - in una società liquida. Nel momento in cui le nostre certezze stanno per consolidarsi sprofondano nell’oceano  in attesa di altre certezze  che conosceranno lo stesso destino. La vita liquida è precaria, vissuta in condizioni di continua incertezza, con la paura di essere colti alla sprovvista. Ciò che conta è la velocità non la durata”[33].

 Penso che anche le altre religioni cristiane dovrebbero ringraziare la Chiesa cattolica  per i contenuti della “Dominus Jesus” che danno un senso, quello vero, alle religioni: “Scivolare su posizioni di indifferentismo, per cui tutte le  religioni sono ugualmente vere, oppure su posizione di  relativismo, in base al quale nessuna è vera, non porta ad alcun esito,  perché evita di confrontarsi sui criteri che  rendono vera una religione: criteri teologici, antropologici, etici”[34].

 La conseguenza di questo modo di pensare è “il sostanziale rigetto  dell’identificazione della singola figura storica, Gesù di Nazareth, con la realtà stessa di Dio, del Dio vivente. Ciò che è Assoluto, oppure Colui che è l’Assoluto, non può darsi mai nella storia  in una rivelazione piena e definitiva[35]. In base a tale concezione, ritenere che vi sia una verità universale, vincolante e sempre valida, che si compie nella figura di Cristo ed è trasmessa dalla fede della Chiesa, viene considerato  una specie di fondamentalismo  che costituirebbe un attentato contro lo spirito moderno  e rappresenterebbe una minaccia contro la tolleranza e la libertà. In questo contesto dialogo “significa porre sullo stesso piano la propria posizione o la propria fede e le convinzioni degli altri, cosicché tutto si riduce ad uno scambio tra posizioni fondamentalmente  paritetiche e perciò tra loro relative, con lo scopo  di raggiungere il massimo di collaborazione  e di integrazioni fra le diverse concezioni religiose”[36]. Il dialogo invece può essere autentico e proficuo solo se parte dalla conoscenza esatta della propria posizione  dottrinale e quella del partner. Senza la consapevolezza della propria identità e la conoscenza dell’altro non si fa vero  ecumenismo.

 La conclusione logica del relativismo, dopo il dissolvimento della cristologia, è il dissolvimento anche dell’ecclesiologia. La figura di Cristo perde il suo carattere di unicità e di universalità salvifica. La sostituzione di  “est” con “subsistit”  ha dato l’impressione che la Chiesa cattolica abbia perduto la consapevolezza di essere l’unica vera Chiesa di Cristo. In realtà è possibile riconoscere qui non l’abbandono di questa consapevolezza bensì un’apertura della Chiesa cattolica alla urgente richiesta di ecumenismo e alle comunità ecclesiali separate. In virtù degli elementi di santità e di verità presenti in esse non si può negare loro un certo carattere ecclesiale. Ma “ecclesiale” non è  ancora “Chiesa”. Il passaggio dall’ “est” della Mystici Corporis  all’ “adest” proposta da alcuni Padri conciliari,  al’ “subsistit in” approvato dal Vaticano II voleva essere, pur nella convinzione che la Chiesa cattolica ha ricevuto tutti i doni  che la  fanno la Chiesa di Cristo, un riconoscimento che le altre Chiese posseggono parecchi elementi di santificazione e di verità. Questi elementi, essendo doni propri della Chiesa di Cristo, spingono verso l’unità cattolica  e costituiscono il fondamento  dell’ecumenismo.[37]

 Infatti per la Chiesa cattolica l’imperativo del dialogo ecumenico resta un  cammino irreversibile. La nota sulle “Chiese sorelle”[38],  la “Dominus Jesus”  e successivamente le “Risposte a quesiti circa la dottrina sulla Chiesa”, lungi  dal costituire un ostacolo, hanno offerto ai cattolici sicuri punti di riferimento per il cammino ecumenico perché esso si possa svolgere in maniera costruttiva e feconda, nella speranza di arrivare al più presto ad una comune professione di fede nella sua integrità e alla piena comunione, pur nel rispetto del legittimo pluralismo e nel riconoscimento dei doni propri di ciascuna confessione.

                               ✠Michele De Rosa

                                                              


[1] Giovanni Paolo II, “Redemptoris Missio”, in EV, 123 (1990), 547-732.

[2] Cf specialmente nn. 4-20.

[3] Ivi, 9.  Cf anche W. Kasper, “L’unica Chiesa di Cristo. Situazione e futuro dell’ecumenismo”, in Regno-Attalità, 4 (2001), pp. 127-133.

[4] “Editoriale” , in La Civiltà Cattolica, 2001  I  343.

[5] G. Baget  Bozzo, “Est-susbsistit –existit”,  in Studi Cattolici, 1(2001), pp. 42-44.

[6] “Haec Ecclesia, in hoc mundo ut societas constituta et ordinata , subsistit in Ecclesia catholica, a successore Petri et Episcopis in eius comunione gubernata, licet extra eius compaginem elementa plura sanctificationis et  veritatis  inveniantur , quae ut dona Ecclesiae Christi propria , ad unitatem catholicam impellunt (Lumen Gentium, 8).

[7] I. Congar, Saggi ecumenici, Città Nuova,  Roma 1986, pp. 190-191.

[8] Congregazione per la Dottrina della Fede, «Dichiarazione “Dominus Jesus”», in EV,19 (2000, pp. 1142-1199; cf anche Congregazione per la Dottrina della fede, “L’espressione chiese  sorelle”, in EV, 17 (2000), pp. 537-538 e P. Eyt, « Introduzione alla “Dominus Jesus”», in EV, 17 (2000), pp. 538- 543.

[9] Ivi, 3. Cf anche A. Amato, Dialogo interreligioso ed ecumenico”, in Rassegna di Teologia, 46(2005), pp. 165-183; Id., « “Dominus Jesus”. L’identità riaffermata», in Regno-Attualità, 45 (2009, pp. 517-521; Id., “Dalla Tertio Millennio Adveniente alla Dominus Jesus”. Riflessioni su alcune linee di sviluppo cristologico- trinitario», in Salesianum , 62 (2000), pp. 645-665; Id., «”Dominus Jesus”. Unicità e universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa» in Camillianum,pp. 165-184; id.,« “Dominus Jesus”: recezione e problematiche» , in Path, 1/1 2002), pp.79-114; Id., “Complementi bibliografici della “Dominus Jesus”», in Path, ( 2002), pp. 367-37; Id., «La “Dominus Jesus” e le religioni» , in Convivium Assisiense, 10/2 (2008), pp.11-31; E. M. Sironi,  «Dominus Jesus”, Gesù è il Signore», in O Odigos,  2/1 (2001), pp. 3-6.

[10] A. Amato, « “Dominus Jesus”: recezione e problematiche», in Path, 2002/1, pp. 79-81.

[11] N. 7, pp.17-30.

[12] Cf nota 9.

 

[13] A. Judin, «La “Dominus Jesus” vista dalla Russia», in La Nuova Europa, 6 (2000). p. 19.

[14] Ivi, p. 20.

[15] Ivi, 21.

[16] Pagg. 21-22. R. Scognamiglio, «Reazioni ortodosse alla “Dominus Jesus”, in O Odigòs,1 (2001), pp.7-8.

[17] SOP, p. 21.

[18] Ivi.

[19] Ivi.

[20] Ivi, p. 22.

[21] Ivi.

[22] Ivi.

[23] J. Gorskj, “Dominus Jesus”, in Sobornost, 23 (2001), pp. 66-71.

[24] E. Genre, «Una lettura protestante della “Dominus Jesus”», in Camillianum, 1(2001), pp. 185-194.

[25] Ivi, p. 189.

[26] A. J. Rainer, «”Dominus Jesus”. Anstössige Wahrheit oder anstössige Kirche? Documenta, Hintegrùnde, Standpunkte und Falgerungen, LIT-Verlag, Munster 2000.

[27] F. Kerstiens, Von der Hoffnunggssstuktur, der Wahreit, pp. 260-270.

[28] G. Evers, «“Zu kurz gesprungen? “Dominus Jesus” und die Theologie in  Asien» in Herder Korrispondenz, 12 (2000), pagg. 618-624.

[29] C. van Wyrgergen, “Reazioni alla “Dominus Jesus” nell’area di lingua tedesca”, in Concilium, 1(2001), pp. 207-2014.

[30] Congregazione per la Dottrina della Fede, “Risposte a quesiti circa la dottrina sulla Chiesa”, in Il Regno-Documenti, 15(2007), pp. 468-473.

[31] Ivi., pag. 469. Cf  anche J. Wicks, “De Ecclesia . Le risposte e  le domande”, in Il Regno-Documenti, 145 (2007, pp. 474-481.

[32]  J. Ratzinger, «Introduzione.  Contesto e significato della “Dichiarazione “Dominus Jesus”», in Congregazione per la Dottrina della Fede ,«Dichiarazione “Dominus Jesus”. Documenti e Studi», Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2002, pp. 7-12.

[33] Z. Bauman, Vita liquida, Laterza,  Roma 2009⁴, Id., Voglia di comunità, Laterza,  Roma-Bari 2008⁷, Id., Modernità liquida, Laterza, Roma –Bari 2009¹⁵, Id., L’arte della vita, Laterza, Bari 2009.

[34] C. Datolo, “Religioni”, in Dizionario di Ecclesiologia, Città Nuova, Roma 2010, p. 1180.

[35] J Ratzinger, Introduzione …,op. cit., p. 47.

[36] Ivi, p.8.

[37] D. Valentini, “Subsistit in”, in Dizionario di Ecclesiologia, Città Niuova 2010, p.1398.

[38] A. Musoni, “Chiese sorelle”, in Dizionario di Ecclesiologia, Città Nuova, Roma 2010, pp. 202-209.