Introduzione
Il 7 dicembre 1990 Giovanni Paolo II pubblicava l’enciclica Redemptoris Missio[1]circa la permanente validità del mandato missionario.
In essa si afferma[2] che Cristo è l’unico Salvatore, l’unico mediatore tra Dio e gli uomini e che, quindi, gli uomini non possono entrare in comunione con Dio se non per mezzo di Gesù Cristo, sotto l’azione dello Spirito Santo.
Si dice anche che è contrario alla fede cristiana introdurre una qualsiasi separazione tra il Verbo e Gesù Cristo perché Gesù è il Verbo incarnato e non si può separare Gesù da Cristo. E questi è il Verbo di Dio fatto uomo.
Si sostiene ancora che la “Chiesa professa che Dio ha costituito Cristo come unico mediatore e che essa è posta come sacramento universale di salvezza”[3]. Il Regno di Dio poi non può essere separato né da Cristo né dalla Chiesa di cui è germe, primizia, segno e strumento. Essa è sacramento di salvezza per tutta l’umanità e la sua azione non si restringe soltanto a coloro che ne accettano il messaggio.
Nel decennio seguito alla pubblicazione dell’enciclica c’è stata da parte di parecchi teologi una specie di “rimozione” dell’insegnamento propriamente teologico della Redemptoris Missio. Non solo da parte di alcuni studiosi non si è tenuto conto delle affermazioni dell’enciclica, ma si sono elaborate teorie che relativizzano ancora di più la persona e l’opera di Gesù, facendo di lui uno dei salvatori dell’umanità e del cristianesimo una via di salvezza non diversa dalle altre religioni, anch’esse via di salvezza. «Si è, in altre parole, affermato un pluralismo religioso, non solo de facto, ma anche de iure, vale a dire “di principio, in virtù del quale tutte le religioni sarebbero vie a Dio, diverse ma egualmente valide, destinate a trovare in Dio la loro unità profonda (pluralismo religioso “teocentrico”)[4]. Si sono ritenute superate verità cristiane come il carattere definitivo e completo della rivelazione di Gesù Cristo; l’unicità e l’universalità salvifica del mistero di Gesù per cui Cristo è salvatore unico e universale degli uomini; l’unità personale tra il Verbo eterno e Gesù di Nazaret; l’unità nell’agire salvifico dello Spirito Santo e del Verbo incarnato; la Chiesa come mediatrice universale della salvezza; l’inseparabilità, pur nella distinzione, tra il Regno di Dio, il Regno di Cristo e la Chiesa; il carattere ispirato dei libri della Sacra Scrittura; la “sussistenza”[5], affermata dal Vaticano II, dell’unica Chiesa di Cristo nella Chiesa cattolica. Il subsisitit in[6] indica la permanenza nella storia, nonostante le divisioni, dell’unica Chiesa di Cristo in tutta la sua pienezza nella Chiesa cattolica e che tale pienezza non esclude l’esistenza, al di fuori di essa, di parecchi elementi di santificazione e di verità. Scrive Ives Congar, uno dei testimoni e degli artefici più autorevoli del Vaticano II,:« Il subsistit permette di riconoscere a un tempo che la Chiesa di Cristo e degli apostoli esiste nelle Chiesa cattolica e che tuttavia non si riduce ad essa, perché plura elementa di santificazione e di verità si trovano nelle altre Chiese o Comunità ecclesiali. La Lumen Gentium ha abbandonato non l’affermazione che la Chiesa di Cristo e degli apostoli si trova nella Chiesa cattolica, ma la tesi di una identità tra questa Chiesa e i doni con i quali Cristo costruisce il suo corpo, tale che la Chiesa cattolica sarebbe Chiesa in modo esclusivo (…). Le comunioni cristiane separate non sono prive di sostanza positiva (…). L’ecclesialità delle Comunioni non è valutata in rapporto alla Chiesa romana come tale quale essa è, ma in rapporto alla Chiesa come Cristo l’ha disposta e anche in rapporto al fine a cui Dio conduce la sua opera e di cui i tratti precisi in parte ci sfuggono. Questa Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica romana senza identificarsi strettamente con essa. Inglobando questa Chiesa e ciò che c’è di Chiesa a fianco di lei, si può parlare di universale e santa Chiesa di Cristo»[7].
Di fronte a una situazione pericolosa per la fede cristiana che rischiava di essere erosa dal relativismo e perdere in tal modo la propria identità, la Congregazione per la Dottrina della Fede intervenne riaffermando con forza e chiarezza verità centrali del cristianesimo, negate o messe in dubbio. E’ quanto ha fatto con la pubblicazione della Dichiarazione “Dominus Jesus” ( 6 agosto 2008)[8], con cui “interviene per richiamare ai vescovi, ai teologi e a tutti i fedeli cattolici alcuni contenuti dottrinali imprescindibili, che possono aiutare la riflessione teologica a maturare soluzioni conformi al dato di fede e rispondenti alle esigenze culturali contemporanee”[9].
La Dichiarazione quindi non ha inteso interrompere, indebolire o vanificare il dialogo interreligioso - come alcuni si sono affrettati a dire compreso anche qualche teologo cattolico - ma ha voluto fondarlo sulla verità, sulla sincerità e sulla chiarezza, evitando possibili equivoci da parte cattolica, che rischierebbero di renderlo falso e inutile, e così di farlo naufragare.
Nonostante questa chiarificazione il documento a livello mondiale, e non solo in ambito cristiano cattolico, ha dato vita a un intreccio di consensi e di dissensi in un confuso susseguirsi di interpretazioni, per lo più ambigue, come appare dalla stampa che gli ha dedicato fiumi di inchiostro. «Di fronte a un documento teologico denso e articolato - osserva Angelo Amato – i mezzi di comunicazione sociale non hanno centrato il suo nucleo, ma hanno posto l’accento su poche affermazioni e tematiche ecumeniche, ritenute di sicuro impatto polemico. (…) In ogni caso di fronte all’enorme molteplicità di risposte e di reazioni, la “Dominus Jesus”, più che un documento può essere considerato un “evento”. Non si è, infatti, trattato solo di una comunicazione di determinati pronunciamenti dottrinali, ma anche e soprattutto di un coinvolgimento di sentimenti, di atteggiamenti, di riflessione di singole persone e di intere comunità»[10].
- Ambito ortodosso
Nell’ambito greco le reazioni sono state nel complesso rare e piuttosto reticenti e non hanno offerto particolari approfondimenti critici.
La sola rivista a prendere posizione in modo vistoso è stata Ortodossia[11] che in prima pagina annuncia: «“Dominus Jesus”. Dichiarazione da parte della Chiesa romana. Colpo di grazia al dialogo ecumenico». Oltre la “Dominus Jesus” viene riportata anche la nota della Congregazione per la Dottrina della Fede “Chiese sorelle” (lettera del 30 giugno 2000 ai presidenti delle Conferenze Episcopali )[12]. I due testi sono integralmente tradotti in greco.
Essi non vengono valutati nemmeno nei loro punti problematici; c’è una sola mezza pagina fatta di spot (p. 17), a commento dello stile e del contenuto della Dichiarazione (presentata come enciclica) e della nota. Lo stile – vi si legge – ha un tono severo, ritorno al volto dispotico di un cattolicesimo affermatosi nel Medioevo mentre del contenuto si dice: “Ferita al dialogo non solo ecumenico, ma anche interreligioso”.
La Dichiarazione “Dominus Jesus” ha suscitato anche in Russia un coro di commenti negativi. Essa ha vivacizzato notevolmente nei mass media russi - laici, religiosi e pseudoreligiosi - la discussione sul tema dei rapporti cattolico-ortodossi, catalogato fra i temi “senza prospettive”.
La prima reazione dei media laici, che si sono affrettati a fornire la notizia finché era calda, è stata abbastanza divertente. L’agenzia Interfax ha pubblicato una breve nota in cui la Dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede era così presentata: «In questo testo, dedicato alle relazioni con le altre religioni, si nega l’idea dell’uguaglianza di tutte le religioni e si proclama il primato del cattolicesimo come unica Chiesa di Cristo. Nonostante la divisione dei cristiani, esiste un’unica Chiesa di Cristo, che sussiste nella Chiesa cattolica governata dal successore di Pietro. Il motivo dominante della maggior parte delle pubblicazioni apparse sull’argomento era la denuncia del tipo: finalmente la “Chiesa sorella” cattolica ha smesso di fare l’ipocrita».
Il 27 settembre la rivista “Nezavisimaja gazeta “ ha pubblicato un articolo del suo osservatore ecumenico Boris Filippov intolato La fine dell’epoca dell’ecumenismo: gli ultimi documenti dottrinali della Chiesa cattolica ricordano il Medioevo. Il contenuto dottrinale della “Dominus Jesus “ è ridotta da Filippov all’unica tesi categorica secondo la quale “fuori della Chiesa cattolica romana non c’è salvezza”. Secondo gli esperti del Vaticano – continua l’osservatore russo – la Dichiarazione testimonia una nuova fase della lotta per l’eredità di Giovanni Paolo II. E’ iniziato il lungo conclave grazie alla Dichiarazione; dal gruppo dei pretendenti sono automaticamente esclusi i cardinali sostenitori della politica ecumenica dell’attuale pontefice.
Insomma per gli “iniziati”, cioè gli specialisti del Vaticano, la Dichiarazione “Dominus Jesus” sarebbe solo un segnale della sotterranea lotta vaticana nella corsa al nuovo pontificato.
Questi alcuni echi della stampa laica.
Ma qual è la reazione alla «Dichiarazione “Dominus Jesus”» nella Chiesa ortodossa?
Pare che la posizione ufficiale consista proprio nel non prenderne nessuna. «La Dichiarazione “Dominus Jesus”» è un affare interno alla Chiesa cattolica e per principio la Chiesa ortodossa non può formulare nessuna posizione ufficiale nei suoi riguardi anche se osserva con interesse la situazione e la polemica sorta a questo proposito dentro il mondo cattolico.
A questo punto è possibile tirare alcune conclusioni e cercare di rispondere alla domanda se la «Dichiarazione “Dominus Jesus”» chiuda effettivamente le prospettive del dialogo interconfessionale in Russia.
Come ha mostrato il nostro monitoraggio delle reazioni alla “Dominus Jesus” sui mass media (certamente incompleto ma rappresentativo), il complesso delle reazioni è abbastanza critico anche se superficiale. Superficialità dovuta anche – come scrive Aleksej Iudin – al basso potenziale teologico del clero ortodosso e, in genere, alla sua penosa ignoranza nel giudicare la dottrina, le tradizioni e la realtà attuale della Chiesa cattolica. Per ora non bisogna aspettarsi reazioni adeguate, benché critiche, dall’ambiente ortodosso in Russia”.[13] Notiamo che Aleksej Judin è moscovita, archivista e storico della Chiesa. Negli ultimi anni si è dedicato in particolare a ricerche sulla Chiesa cattolica e ortodossa nel secolo XX. E’ autore di numerose pubblicazioni sia in Russia sia all’estero.
L’indubbia precisione delle formulazioni dogmatiche - continua Judin - e la consequenzialità logica con cui è costruita la dottrina della “Dominus Jesus” sono un altro aspetto interessante per la coscienza ortodossa, e non è escluso che possa diventare un utile strumento teologico anche per gli stessi ortodossi.
Il fatto che nel punto focale ecclesiologico della Dichiarazione si trovi la tradizionale dottrina cattolica che esiste una continuità storica radicata nella successione apostolica tra la Chiesa fondata da Cristo e la Chiesa cattolica e che esiste un’unica Chiesa di Cristo, che sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui, sicuramente distrugge le illusioni dell’ “ecumenismo romantico”. “Del resto si trattava davvero di illusioni, bellissime ma pur sempre tali, dei grandi romantici dell’ecumenismo, i quali non si accorgevano o non volevano accorgersi che il loro tentativo di smussare o erodere i criteri inflessibili dell’ecclesiologia cattolica, nel desiderio sincero di avvicinarsi all’ortodossia, non solo non incontrava un’adeguata risposta dall’altra parte, ma spingeva in un vicolo cieco lo stesso procedere del dialogo”.[14]
Il problema dell’unità si manifesta oggi alla coscienza della cristianità storica - continua ancora Judin - sotto forma di paradosso: i cristiani possiedono l’unità comandata originariamente da Cristo, ma ciononostante si trovano ancora in cammino per raggiungere le forme visibili di tale unità. «Questo paradosso non è una sentenza di incapacità per i cristiani nella storia, ma uno stimolo a cercare vie nuove verso l’unità e verso il riconoscimento della propria responsabilità per il destino del mondo nel terzo millennio. Questo stimolo e questa responsabilità riposano in Cristo. In lui e a partire da lui è necessario rivedere i valori del dialogo ecumenico e riscoprire di nuovo il contenuto reale del suo comandamento: “Che siano una cosa sola”. A questo soprattutto ci richiama la Dichiarazione “Dominus Jesus”».[15]
Critiche prudenti ed acute rivolge alla “Dominus Jesus” Michail Evdokimov, per lunghi anni delegato russo per l’ecumenismo, pubblicate nel numero di gennaio di Service Orthodoxe de Presse.[16]
L’articolo esordisce con un apprezzamento della “Dominus Jesus” che “formula affermazioni positive, necessarie al cammino corretto del dialogo interreligioso, quando ricorda il carattere unico e insostituibile del messaggio evangelico e mette in risalto la sola giustificazione o la sola salvezza in Cristo. Denuncia così le teorie relativiste che sono nell’aria in questo tempo e che, per eccesso di tolleranza, finiscono in una visione indifferenziata in cui sbiadiscono i contorni della verità”.[17]
Quindi esprime alcune riserve sia per quanto riguarda l’impostazione generale sia per il contenuto. Circa l’impostazione dice: “Era proprio necessario in uno stesso testo una messa in guardia contro il relativismo interreligioso e il relativismo ecumenico in cui sono prese di mira le Chiese della Riforma ?”.[18] Circa il contenuto le riserve riguardano due punti in particolare: il primo fa riferimento al modo con cui la “Dominus Jesus” parla della Chiesa ortodossa. Questa “afferma che, malgrado l’indegnità dei suoi membri, l’unità si è conservata in essa in pienezza di fede dai tempi apostolici. Riconosce la successione apostolica e l’Eucarestia - e molte altre realtà - nella Chiesa cattolica, che da parte sua le riconosce presso i fratelli ortodossi. In questo senso, la separazione tra le due Chiese risente di una logica irrazionale. Tuttavia gli ortodossi si sentiranno feriti leggendo, tra le righe, che la loro Chiesa troverebbe tutta la sua pienezza, se entrasse in comunione con la Chiesa cattolica”.[19] Il secondo punto critica il modo con cui sono presentate e particolarmente “bistrattate” le Chiese della Riforma: prive di episcopato valido e della sostanza integrale del ministero eucaristico, tali comunità ecclesiali non sono Chiese in senso proprio.
Evdokimov a questo punto ammette con lealtà che su uno stretto piano dottrinale questa affermazione è esatta. E continua: “Questo è esatto ma è sufficiente?. Si arriverà al punto da dedurre, per conseguenza, che i protestanti non sono cristiani in senso stretto?. Senza giungere ad una affermazione così scandalosa, il testo lascia adito ad un certo disagio”.[20]
Ricorda gli sforzi e i passi decisivi congiunti nel XX secolo per il riavvicinamento delle Chiese, le commissioni miste per il dialogo e, soprattutto, le tante preghiere elevate all’unico Padre per il raggiungimento dell’unità. Si può ignorare tutto questo? Come negare ogni ecclesialità alle Comunità il cui battesimo riconosciamo valido? Se è vero che i Cattolici e gli Ortodossi non possono transigere in fatto di ministeri e di sacramenti, occorre ricordare tanti altri aspetti positivi delle Chiese nate dalla Riforma. “Lo Spirito soffia dove vuole. Non è un paradosso di poco conto che, da un lato, lo Spirito sia donato agli uomini quando nella preghiera dell’epiclesi questi supplicano il Padre di mandare lo Spirito a consacrare pane e vino e santificare ogni cosa nel mondo e, dall’altro lato, che esso ci inviti a non irrigidire gli aspetti istituzionali della Chiesa più di quanto sia necessario, a non fissarci su di essi”.[21]
Infine ammonisce che la santità fiorisce anche al fuori dei confini ufficiali delle Chiese : «Pur se non “canonizzano” i loro santi, le Chiese protestanti hanno dato tanti martiri, uomini e donne infiammate di carità o animati da soffio profetico, ai quali noi ortodossi possiamo ispirarci. E’ compito proprio dello Spirito nello stesso tempo diversificare - ognuno riceve la sua lingua pentecostale - e unificare. Lo stesso fuoco infiamma il cuore dei discepoli: “Noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo” »(1 Cor 12,13).[22]
Un altro intervento da parte dell’ortodossia russa è quello di Jonatan Gorskj[23] Dopo aver lamentato la posizione esclusiva della Dichiarazione nei confronti delle altre religioni e delle altre comunità cristiane, il teologo russo nota che essa non è altro che una semplice ripetizione dell’insegnamento cattolico, dal momento che reinterpreta il “subsistit in” (LG 8). Ritiene poi che la Dichiarazione abbia dei precisi destinatari che sono all’interno della Chiesa cattolica e che intendono in modo pluralistico sia il dialogo interreligioso sia quello ecumenico. Di qui il linguaggio asciutto e aspro della Dichiarazione che, mentre per i cattolici è servito a fare chiarezza in un panorama che si faceva sempre più confuso, per i non cattolici, non abituati a un magistero ufficiale, è apparso irritante.
L’auspicio è che da parte cattolica venga un segnale sulla continuazione del dialogo ecumenico e interreligioso, senza che per questo la Chiesa cattolica abbandoni la sua ecclesiologia. L’eredità del Vaticano II deve continuare anche nel XXI secolo.
2. Ambito Protestante
La Repubblica del 7 settembre 2000 scrive: “Sconcerto tra le Chiese protestanti dopo la Dichiarazione “Dominus Jesus” che crea un’ampia frattura nell’ecumenismo avviato dal Concilio Vaticano II. La Dichiarazione sostiene con forza che esiste un ‘unica Chiesa di Cristo, quella cattolica, e che le Chiese protestanti non hanno conservato un episcopato valido ed una corretta concezione dell’Eucarestia. Secondo il documento in questione la posizione dei seguaci delle altre religioni è ancora più drammatica, perché si trovano in una oggettiva situazione gravemente deficitaria rispetto a quella della Chiesa cattolica.
Molto severo, nell’area italiana, è Ermanno Genre, della Facoltà Valdese di Teologia di Roma.[24] Innanzi tutto – egli scrive – bisogna riconoscere che la “Dominus Jesus” individua un problema reale in cui si dibatte il cristianesimo: la difficoltà nel portare avanti il dialogo con le altre religioni senza perdere per strada dei pezzi della propria identità. La Dichiarazione non è ambigua se la si considera nell’ottica della difesa della dottrina cattolica tradizionale. Anzi è assolutamente coerente perché denuncia i pericoli a cui va incontro la Chiesa di Roma nei dialoghi interreligiosi in cui si confrontano diverse visioni universalizzanti e che rivendicano ciascuna una propria verità. Soltanto che «la “Dominus Jesus” è talmente ossessionata nel difendere la vera dottrina, che non si accorge di calpestare la dignità delle persone, dentro e fuori la Chiesa, dentro e fuori il cristianesimo”[25] e non fa che contrapporre un sistema assoluto di verità religiose ad altri sistemi; il che fa abortire il dialogo e impedisce l’incontro.
Secondo il pensiero della Riforma - scrive il pastore Paolo Ricca - vi sono “cinque caratteri sicuri e infallibili” per riconoscere la vera Chiesa: la predicazione del puro evangelo, la retta amministrazione dei sacramenti, la disciplina ecclesiastica, la persecuzione a motivo della verità, l’ubbidienza alla legge di Cristo, in particolare l’amore fraterno.
Applicando alle diverse Chiese questi segni di riconoscimento, diventa evidente quanto sia difficile, per qualunque Chiesa che abbia di sé “un concetto sobrio”, dichiararsi vera Chiesa di Gesù Cristo. Ogni Chiesa si presenta come “vera Chiesa di Cristo” e cerca di esserlo, ma il giudizio finale spetta a Dio e non alla Chiesa. La verità della Chiesa infatti risiede nella sua elezione il cui segreto è in Dio e nel suo perdono, avvenuto sulla croce.
Il pastore Domenico Tomasetto, nel 2000 presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, sostiene che la “Dominus Jesus” solleva nelle Chiese Evangeliche non poche riserve critiche. Il tema del pluralismo religioso, fenomeno in espansione nel mondo occidentale, pone i teologi dinanzi a sempre nuove domande. Non vanno condannati solo per questo. E’ vero che l’espressione “Extra ecclesiam nulla salus” (fuori della Chiesa non c’è salvezza) ci viene dai tempi della Chiesa primitiva dove aveva anche un suo contesto storico-religioso preciso Noi protestanti abbiamo sempre criticato questa formulazione, ritenendo che non è l’essere della Chiesa a garantirci la salvezza e quindi il rapporto con Gesù Cristo quanto piuttosto è l’incontro con Gesù Cristo a donarci la salvezza e a metterci in comunione con altri credenti nella Chiesa. Da quanto la Chiesa ha preteso di essere non solo madre e maestra, ma soprattutto un’istituzione - che a suo insindacabile giudizio dispensa salvezza e condanne - è diventata altra cosa dal modello prevalente del Nuovo Testamento.
Il presidente delle Chiese evangeliche della Riconciliazione - Giovanni Traettino - ha dichiarato: “Bisogna dolorosamente riconoscere che questo documento [Dominus Jesus] rappresenta un deciso passo indietro, segnala una inversione di tendenza e attesta un tentativo di ritorno verso le posizioni di chiusura preconciliari. Si aggiunga a questo la nota sulle “Chiese sorelle” e il contemporaneo tentativo di ricupero della figura e del pontificato di Pio IX (Il papa del Vaticano I), affiancato - in un gioco di equilibri “religiosi”, politici e teologici preoccupante - alla figura e al pontificato di Giovanni XXIII ( il papa del Vaticano II) e si avrà la misura del tentativo di “normalizzazione” antiprogressista in atto in Vaticano. Almeno così sembra a noi.
L’Alleanza Evangelica Italiana a sua volta ha dichiarato: «In merito alle posizioni della “Dominus Jesus” negli ambiti del protestantesimo ecumenico si è parlato di sorpresa, delusione, freno allo sforzo ecumenico. Molti sembrano essere caduti dalle nuvole per il fatto che il documento ribadisce la posizione vaticana sull’ecumenismo, e cioè che la Chiesa cattolica riconosce per sè e in sé la pienezza della grazia di Dio, mentre concede che gli altri cristiani beneficino di gradi inferiori della stessa grazia. La Chiesa cattolica non fa altro che ripetere cose già note. Invece chi dovrebbe rivedere la propria posizione nei confronti del cattolicesimo romano è proprio il Protestantesimo ecumenico. E’ inutile contrapporre l’ala ecumenica e quella romanocentrica. Il Cattolicesimo è cattolico perché è entrambe le cose. E’ inutile giocare sulla contrapposizione tra componenti diverse del cattolicesimo, in quanto esso è in grado di trovare un punto di sintesi tra le due all’interno del quadro dell’istituzione ecclesiastica.
Queste sono le reazioni, purtroppo tutte negative, registrate in Italia. Esse non si sono minimamente sforzate di capire lo spirito della Dichiarazione e il momento storico delicato per tutte le religioni in cui avanzava un relativismo così radicale da snaturare il concetto stesso di religione.
Le reazioni alla “Dominus Jesus” nell’area di lingua tedesca non sono facilmente reperibili perché molte di esse vennero pubblicate sulla stampa ecclesiale o confessionale, su giornali di carattere generale e in riviste teologiche.
Molto preziosa perciò è la miscellanea curata da Michael J. Rainer : «“Dominus Jesus” . Verità scandalosa? Documenti, retroscena, punti di vista e conclusione»[26] , che si occupa in primo luogo dell’ecumenismo intracristiano, della relazione con le religioni mondiali, e del problema della pretesa di assolutezza avanzata dal cristianesimo. Quale pietra di scandalo è stata considerata l’interpretazione esclusiva di quella celebre affermazione del Vaticano II, secondo la quale la Chiesa di Cristo “sussisterebbe” ed “esisterebbe nella Chiesa cattolica. Per motivi storici e per motivi teologici tale interpretazione è generalmente respinta.
Ferdinand Kerstiens[27] evidenzia l’affinità linguistica tra la “Dominus Jesus” e il “Syllabus errorum” di Pio IX. Il Syllabus enumera le falsità da respingere, la “Dominus Jesus” stabilisce oltre a ciò anche quello in cui bisogna “fermamente credere”. Il documento parte dalla convinzione che sia possibile fissare in enunciazioni verità e falsità senza tener conto del loro contesto argomentativo e culturale.
Una delle poche reazioni, che affrontano il pluralismo religioso, è l’articolo di Georg Evers Un salto troppo corto? “Dominus Jesus” e la teologia in Asia.[28] Egli osserva che la Dichiarazione romana non solo offende altre religioni, ma può anche avere delle conseguenze politiche di vasta portata in alcuni Paesi. In India per esempio porta acqua al mulino di gruppi indù radicali che rimproverano ai cristiani di disprezzare le altre religioni ed essere pilotati da una potenza straniera.
Christine van Wijnbergen[29] così conclude un suo articolo in Concilium intitolato «Reazioni alla “Dominus Jesus” nell’area di lingua tedesca»”: “Sembra giustificato concludere che il tentativo della Congregazione per la Dottrina della Fede di inoculare una volta per sempre nella coscienza pubblica l’unicità e l’universalità salvifica della religione cristiana e della Chiesa cattolica sia in larga misura fallita. Attualmente il dibattito corre il pericolo di svolgersi su due binari divergenti. L’uno è il crescente riconoscimento delle religioni non cristiane come vie importanti verso Dio, l’altro è la permanente convinzione che il mondo sia redento esclusivamente in Cristo. A lungo andare neppure la teologia cattolica potrà verosimilmente continuare a dissociarsi tra apertura religiosa ed esclusività della salvezza.
Nonostante le reazioni critiche, il segretario della Federazione Luterana Mondiale, Ismael Noko, è convinto che le Chiese luterane, pur non riconoscendosi nei criteri di ecclesialità formulati dalla “Dominus Jesus”, pensano che il cammino ecumenico sia irrinunciabile e si ritengono permanentemente impegnati in esso, indipendentemente dai provvisori ostacoli che incontrano sul loro cammino.
L’arcivescovo di Canterbury, G. Carey, - e siamo in area anglicana - ha evidenziato come il documento vaticano non rifletta l’approfondimento della reciproca comprensione, raggiunto in oltre trenta anni di dialogo ecumenico e di cooperazione. Anche se il documento non fa parte del processo di dialogo fra anglicani e cattolici l’idea che la Chiesa anglicana non sia propriamente una Chiesa sembra mettere in questione i notevoli risultati ecumenici finora raggiunti La Chiesa anglicana non ritiene vi sia in essa alcuna deficienza nel proprio ministero e nella propria celebrazione dell’eucarestia e resta pienamente impegnata nel dialogo ecumenico con la Chiesa cattolica e le altre Chiese sulla base di un profondo e reciproco rispetto.
Secondo il teologo Tom Best, membro del gruppo di lavoro teologico “Fede e Costituzione” del Consiglio ecumenico delle Chiese, tutte le Chiese hanno tratto un enorme giovamento dall’entrata della Chiesa cattolica romana nel movimento ecumenico dopo il Vaticano II. Nell’ambito del CEC e più in generale nel movimento ecumenico sono in corso molti colloqui sul reciproco rapporto fra le Chiese: sarebbe un grave danno se queste venissero ostacolate o addirittura danneggiate da un linguaggio che precluda ulteriori sviluppi del dialogo su questo problema. E’ quindi necessaria una testimonianza cristiana comune a tutte le Chiese. Sarebbe una tragedia se questa testimonianza venisse oscurata dal dibattito interno alle Chiese circa la rispettiva autorità e il rispettivo status, per quanto questi possa no avere importanza.
Le critiche alla “Dominus Jesus”, soprattutto per quanto riguarda l’ecclesiologia, sono tornate in occasione della pubblicazione delle “Risposte a quesiti circa la dottrina sulla Chiesa” della Congregazione per la Dottrina della Fede (2007)[30].
Esse intendono precisare il significato autentico di alcune espressioni ecclesiologiche magisteriali che nel dibattito teologico rischiano di essere fraintese e fugare perplessità e dubbi suscitati da interpretazioni errate.
In particolare i cinque quesiti cui la Dichiarazione risponde si concentrano sull’espressione della Lumen Gentium secondo la quale la Chiesa di Cristo “sussiste” nella Chiesa cattolica.
Le risposte sottolineano dunque che il Vaticano II non ha cambiato la precedente dottrina della Chiesa e che la parola “sussiste” «indica la piena identità della Chiesa di Cristo con la Chiesa cattolica, non cambia la dottrina sulla Chiesa; trova tuttavia la sua vera motivazione nel fatto che esprime più chiaramente come al di fuori della sua compagine si trovino “numerosi elementi di santificazione e di verità” che in quanto doni propri della Chiesa di Cristo spingono all’unità cattolica »[31] .
Ancora una volta le reazioni dei protestanti sono state negative e stizzite.
La pubblicazione dell’ultimo documento della Congregazione per la Dottrina della Fede - ha dichiarato il pastore Domenico Maselli, presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) - costituisce un vistoso passo indietro nei rapporti tra la Chiesa cattolica romana e le altre comunità cristiane. E’ vero che non fa altro che ripetere quanto già affermato nella “Dominus Jesus” del 2000, ma il concetto è ora ribadito con una chiarezza insolita. Una frase soprattutto colpisce il lettore ecumenico, in cui si definisce la Chiesa cattolica come quella “nella quale concretamente si trova la Chiesa di Cristo su questa terra”. Pare evidente che l’unico modo per cercare l’unità sarebbe quella di entrare nella Chiesa cattolica romana. Era stata la soluzione sperata da Newman che portò poi alla condanna del modernismo. Ciononostante, il dialogo ecumenico deve continuare, e può continuare mettendosi ognuno in discussione, per cercare di ascoltare la voce di Cristo che è per tutti la via, la verità e la vita. In questo spirito si deve continuare il cammino sia in Italia che nel resto del mondo, fidando nel rispetto reciproco e anche nella laicità degli Stati che permettono libertà di discussione, di ricerca e di religione.
Secondo la Riforma protestante gli elementi originali delle Chiese sono la pura predicazione dell’evangelo e la corretta amministrazione dei sacramenti. Questo e nient’altro deve essere visto come espressione autentica dell’unica Chiesa di Cristo, ha dichiarato il pastore Thomas Wipf, presidente delle comunità delle Chiese protestanti in Europa, commentando il nuovo documento della Congregazione per la Dottrina della Fede che concepisce la Chiesa cattolica come l’unica Chiesa di Cristo. Secondo Wipf per un protestante è impossibile concordare con l’autocomprensione cattolica. Tutto è esteriore e fallibile incluse la Chiesa protestante e quella cattolica. Oltre l’aspetto teologico Wipf ha sollevato un’altra questione: un documento del genere manda segnali sbagliati. Le sfide di questo mondo chiedono a gran voce che le Chiese lavorino insieme. La comunione non è un obiettivo ideale, ma il nostro compito. Le vedute dottrinali sono molto importanti ma non devono spaccare la Chiesa.
L’Alleanza Riformata Mondiale (ARM), che da anni intrattiene dialoghi bilaterali con il Vaticano, ha scritto una lettera al cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, per chiedere chiarimenti sul documento della Congregazione per la Dottrina della Fede. Siamo sconcertati - scrive nella lettera il pastore Setri Nyomo, segretario generale dell’ARM - dalla presentazione di tale documento in questo momento storico per la chiesa cristiana. In un’epoca di frammentazione sociale in tutto il mondo, l’unica Chiesa di Gesù Cristo a cui tutti partecipiamo dovrebbe rafforzare la propria testimonianza comune e affermare la propria unità a Cristo. Il documento pubblicato il 10 luglio purtroppo offre un’interpretazione della Lumen Gentium 8 che ci riporta al pensiero e all’atmosfera preconciliari. Lamentando le possibili conseguenze negative per i dialoghi bilaterali cattolico-riformati, Nyomi ricorda i documenti comuni prodotti negli ultimi anni, e mette in discussione la serietà con cui la Chiesa cattolica romana affronta i dialoghi con la famiglia riformata e con le altre famiglie ecclesiali. Per adesso - conclude la lettera - siamo grati a Dio perché la nostra chiamata ad essere parte della Chiesa di Gesù Cristo non dipende dall’interpretazione del Vaticano. E’ un dono di Dio. Preghiamo perché venga il giorno in cui la Chiesa Cattolica Romana vada al di là delle pretese esclusivistiche, in modo che possiamo portare avanti la causa dell’unità cristiana per cui il nostro Signore Gesù Cristo ha pregato.
Nessun cristiano deve essere turbato - dice il pastore Roberto Mazzeschi dell’Alleanza Evangelica in Italia - dal recente documento della Congregazione per la Dottrina della Fede della Chiesa cattolica che ribadisce l’assunto che le Chiese protestanti non sono “Chiesa” perché non unite alla Chiesa cattolico-romana. Si tratta di un convincimento già ampiamente esposto dal magistero cattolico: Lumen Gentium e Dominus Jesus. Questa visione non è nuova. Essa può dare fastidio al movimento ecumenico, ma non ai credenti in Gesù Cristo. La questione in gioco è un’altra: nessuna istituzione umana ha l’autorità di dare patenti di ecclesialità ad altre. Questa prerogativa spetta a Gesù Cristo per mezzo dello Spirito Santo sulla base della Scrittura. In altre parole, la Chiesa è stabilita dal Signore Gesù Cristo dove due o tre sono riunite nel suo nome, dove la sua parola è annunciata integralmente, dove il battesimo e la cena sono amministrati fedelmente e dove il discepolato è vissuto in modo confessante. Quando ciò accade è del tutto ininfluente che un’istituzione umana detti altri criteri autoreferenziali. Le Chiese evangeliche rifiutano di considerarsi Chiese di “serie B” perché la Chiesa romana le considera tali. Sanno che i conti si fanno con Dio, non con il papa e la gerarchia. Ma chiediamoci: il genio del cattolicesimo romano non è proprio quello di tenere insieme il centralismo e l’universalità, spostando il pendolo ora di qua ora di là? L’evangelo invita ogni persona e ogni Chiesa a convertirsi continuamente alla luce della Parola di Dio, non a mantenere i propri equilibri malsani. Evidentemente il cattolicesimo tiene più a consolidare la propria identità che ad assecondare il soffio dello Spirito Santo.
Conclusione
Molte reazioni negative, molte critiche, molte pungenti osservazioni si potevano e si possono evitare leggendo attentamente e senza pregiudizio l’intervento dell’allora Cardinale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Joseph Ratzinger, in occasione della presentazione della «Dichiarazione “Dominus Jesus”» nella Sala Stampa della Santa Sede: «Contesto e significato della Dichiarazione “Dominus Jesus”»[32].
Benedetto XVI parte da un’osservazione che nessuno può negare: l’affermazione della teologia del pluralismo religioso. Anche se il movimento teologico ha avuto inizio negli anni cinquanta del secolo XX, all’inizio tuttavia del secolo XXI ha conosciuto una veloce espansione. Anche nella opinione pubblica cattolica si è fatto strada la convinzione che tutte le religioni sono uguali, sono vie cioè ugualmente valide di salvezza.
Tutto questo è figlio del relativismo secondo il quale l’uomo non può raggiungere verità oggettive e assolute, che esistono fuori di noi, ma può attingere solo verità soggettive. “Viviamo - scrive Zigmunt Bauman - in una società liquida. Nel momento in cui le nostre certezze stanno per consolidarsi sprofondano nell’oceano in attesa di altre certezze che conosceranno lo stesso destino. La vita liquida è precaria, vissuta in condizioni di continua incertezza, con la paura di essere colti alla sprovvista. Ciò che conta è la velocità non la durata”[33].
Penso che anche le altre religioni cristiane dovrebbero ringraziare la Chiesa cattolica per i contenuti della “Dominus Jesus” che danno un senso, quello vero, alle religioni: “Scivolare su posizioni di indifferentismo, per cui tutte le religioni sono ugualmente vere, oppure su posizione di relativismo, in base al quale nessuna è vera, non porta ad alcun esito, perché evita di confrontarsi sui criteri che rendono vera una religione: criteri teologici, antropologici, etici”[34].
La conseguenza di questo modo di pensare è “il sostanziale rigetto dell’identificazione della singola figura storica, Gesù di Nazareth, con la realtà stessa di Dio, del Dio vivente. Ciò che è Assoluto, oppure Colui che è l’Assoluto, non può darsi mai nella storia in una rivelazione piena e definitiva[35]. In base a tale concezione, ritenere che vi sia una verità universale, vincolante e sempre valida, che si compie nella figura di Cristo ed è trasmessa dalla fede della Chiesa, viene considerato una specie di fondamentalismo che costituirebbe un attentato contro lo spirito moderno e rappresenterebbe una minaccia contro la tolleranza e la libertà. In questo contesto dialogo “significa porre sullo stesso piano la propria posizione o la propria fede e le convinzioni degli altri, cosicché tutto si riduce ad uno scambio tra posizioni fondamentalmente paritetiche e perciò tra loro relative, con lo scopo di raggiungere il massimo di collaborazione e di integrazioni fra le diverse concezioni religiose”[36]. Il dialogo invece può essere autentico e proficuo solo se parte dalla conoscenza esatta della propria posizione dottrinale e quella del partner. Senza la consapevolezza della propria identità e la conoscenza dell’altro non si fa vero ecumenismo.
La conclusione logica del relativismo, dopo il dissolvimento della cristologia, è il dissolvimento anche dell’ecclesiologia. La figura di Cristo perde il suo carattere di unicità e di universalità salvifica. La sostituzione di “est” con “subsistit” ha dato l’impressione che la Chiesa cattolica abbia perduto la consapevolezza di essere l’unica vera Chiesa di Cristo. In realtà è possibile riconoscere qui non l’abbandono di questa consapevolezza bensì un’apertura della Chiesa cattolica alla urgente richiesta di ecumenismo e alle comunità ecclesiali separate. In virtù degli elementi di santità e di verità presenti in esse non si può negare loro un certo carattere ecclesiale. Ma “ecclesiale” non è ancora “Chiesa”. Il passaggio dall’ “est” della Mystici Corporis all’ “adest” proposta da alcuni Padri conciliari, al’ “subsistit in” approvato dal Vaticano II voleva essere, pur nella convinzione che la Chiesa cattolica ha ricevuto tutti i doni che la fanno la Chiesa di Cristo, un riconoscimento che le altre Chiese posseggono parecchi elementi di santificazione e di verità. Questi elementi, essendo doni propri della Chiesa di Cristo, spingono verso l’unità cattolica e costituiscono il fondamento dell’ecumenismo.[37]
Infatti per la Chiesa cattolica l’imperativo del dialogo ecumenico resta un cammino irreversibile. La nota sulle “Chiese sorelle”[38], la “Dominus Jesus” e successivamente le “Risposte a quesiti circa la dottrina sulla Chiesa”, lungi dal costituire un ostacolo, hanno offerto ai cattolici sicuri punti di riferimento per il cammino ecumenico perché esso si possa svolgere in maniera costruttiva e feconda, nella speranza di arrivare al più presto ad una comune professione di fede nella sua integrità e alla piena comunione, pur nel rispetto del legittimo pluralismo e nel riconoscimento dei doni propri di ciascuna confessione.
✠Michele De Rosa
[1] Giovanni Paolo II, “Redemptoris Missio”, in EV, 123 (1990), 547-732.
[2] Cf specialmente nn. 4-20.
[3] Ivi, 9. Cf anche W. Kasper, “L’unica Chiesa di Cristo. Situazione e futuro dell’ecumenismo”, in Regno-Attalità, 4 (2001), pp. 127-133.
[4] “Editoriale” , in La Civiltà Cattolica, 2001 I 343.
[5] G. Baget Bozzo, “Est-susbsistit –existit”, in Studi Cattolici, 1(2001), pp. 42-44.
[6] “Haec Ecclesia, in hoc mundo ut societas constituta et ordinata , subsistit in Ecclesia catholica, a successore Petri et Episcopis in eius comunione gubernata, licet extra eius compaginem elementa plura sanctificationis et veritatis inveniantur , quae ut dona Ecclesiae Christi propria , ad unitatem catholicam impellunt (Lumen Gentium, 8).
[7] I. Congar, Saggi ecumenici, Città Nuova, Roma 1986, pp. 190-191.
[8] Congregazione per la Dottrina della Fede, «Dichiarazione “Dominus Jesus”», in EV,19 (2000, pp. 1142-1199; cf anche Congregazione per la Dottrina della fede, “L’espressione chiese sorelle”, in EV, 17 (2000), pp. 537-538 e P. Eyt, « Introduzione alla “Dominus Jesus”», in EV, 17 (2000), pp. 538- 543.
[9] Ivi, 3. Cf anche A. Amato, “Dialogo interreligioso ed ecumenico”, in Rassegna di Teologia, 46(2005), pp. 165-183; Id., « “Dominus Jesus”. L’identità riaffermata», in Regno-Attualità, 45 (2009, pp. 517-521; Id., “Dalla Tertio Millennio Adveniente alla Dominus Jesus”. Riflessioni su alcune linee di sviluppo cristologico- trinitario», in Salesianum , 62 (2000), pp. 645-665; Id., «”Dominus Jesus”. Unicità e universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa» in Camillianum,pp. 165-184; id.,« “Dominus Jesus”: recezione e problematiche» , in Path, 1/1 2002), pp.79-114; Id., “Complementi bibliografici della “Dominus Jesus”», in Path, ( 2002), pp. 367-37; Id., «La “Dominus Jesus” e le religioni» , in Convivium Assisiense, 10/2 (2008), pp.11-31; E. M. Sironi, «Dominus Jesus”, Gesù è il Signore», in O Odigos, 2/1 (2001), pp. 3-6.
[10] A. Amato, « “Dominus Jesus”: recezione e problematiche», in Path, 2002/1, pp. 79-81.
[11] N. 7, pp.17-30.
[12] Cf nota 9.
[13] A. Judin, «La “Dominus Jesus” vista dalla Russia», in La Nuova Europa, 6 (2000). p. 19.
[14] Ivi, p. 20.
[15] Ivi, 21.
[16] Pagg. 21-22. R. Scognamiglio, «Reazioni ortodosse alla “Dominus Jesus”, in O Odigòs,1 (2001), pp.7-8.
[17] SOP, p. 21.
[18] Ivi.
[19] Ivi.
[20] Ivi, p. 22.
[21] Ivi.
[22] Ivi.
[23] J. Gorskj, “Dominus Jesus”, in Sobornost, 23 (2001), pp. 66-71.
[24] E. Genre, «Una lettura protestante della “Dominus Jesus”», in Camillianum, 1(2001), pp. 185-194.
[25] Ivi, p. 189.
[26] A. J. Rainer, «”Dominus Jesus”. Anstössige Wahrheit oder anstössige Kirche? Documenta, Hintegrùnde, Standpunkte und Falgerungen, LIT-Verlag, Munster 2000.
[27] F. Kerstiens, Von der Hoffnunggssstuktur, der Wahreit, pp. 260-270.
[28] G. Evers, «“Zu kurz gesprungen? “Dominus Jesus” und die Theologie in Asien» in Herder Korrispondenz, 12 (2000), pagg. 618-624.
[29] C. van Wyrgergen, “Reazioni alla “Dominus Jesus” nell’area di lingua tedesca”, in Concilium, 1(2001), pp. 207-2014.
[30] Congregazione per la Dottrina della Fede, “Risposte a quesiti circa la dottrina sulla Chiesa”, in Il Regno-Documenti, 15(2007), pp. 468-473.
[31] Ivi., pag. 469. Cf anche J. Wicks, “De Ecclesia . Le risposte e le domande”, in Il Regno-Documenti, 145 (2007, pp. 474-481.
[32] J. Ratzinger, «Introduzione. Contesto e significato della “Dichiarazione “Dominus Jesus”», in Congregazione per la Dottrina della Fede ,«Dichiarazione “Dominus Jesus”. Documenti e Studi», Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2002, pp. 7-12.
[33] Z. Bauman, Vita liquida, Laterza, Roma 2009⁴, Id., Voglia di comunità, Laterza, Roma-Bari 2008⁷, Id., Modernità liquida, Laterza, Roma –Bari 2009¹⁵, Id., L’arte della vita, Laterza, Bari 2009.
[34] C. Datolo, “Religioni”, in Dizionario di Ecclesiologia, Città Nuova, Roma 2010, p. 1180.
[35] J Ratzinger, Introduzione …,op. cit., p. 47.
[36] Ivi, p.8.
[37] D. Valentini, “Subsistit in”, in Dizionario di Ecclesiologia, Città Niuova 2010, p.1398.
[38] A. Musoni, “Chiese sorelle”, in Dizionario di Ecclesiologia, Città Nuova, Roma 2010, pp. 202-209.










