Pane per il mondo
San Tommaso d’Aquino è stato definito da Pio XI “dottore eucaristico” e “poeta e araldo massimo della divina Eucarestia” [1] . Egli tratta dell’Eucaristia in varie opere. Nel Lauda Sion poi che troviamo nell’Ufficio del Corpus Domini il grande dottore traduce i concetti rigorosi della sua riflessione teologica in versi appassionati in cui la speculazione astratta (ma mai fredda) assume i toni della più alta contemplazione e della più profonda adorazione.
Il nostro tema - Eucarestia pane del mondo – lo incontriamo in due strofe di questo bellissimo inno all’Eucarestia:
Ecco il pane degli angeli
divenuto cibo dei viandanti
Veramente è pane dei figli
che non va gettato ai cani.
Tu che sai e puoi tutto
che qui nutri noi mortali
facci commensali
coeredi e compagni
dei santi concittadini in cielo.
- 1. Eucarestia
La parola Eucarestia - oltre al termine popolarmente più diffuso di “mensa” - non si trova mai nel Nuovo Testamento. La troviamo infatti per la prima volta nei padri apostolici (Ignazio e Giustino) e poi negli apologisti Tertulliano ed Ireneo. Tuttavia nel Nuovo Testamento si trova il verbo eucharistein nei racconti di istituzione dell’Eucarestia di San Paolo e di San Luca.
L’Eucarestia affonda le sue radici nell’Antico Testamento. Infatti essa non solo fu preparata nell’Antico Testamento ma fu preannunziata come il sacrificio dell’era messianica, quando sarebbe arrivato a Gesù.
Qui si hanno precisi accenni all’Eucarestia sotto l’aspetto sacrificale o di cibo mentre non vi è alcun accenno sul come essa verrà realizzata. In particolare manca ogni indicazione relativa alla presenza reale.
L’esistenza e il significato dell’Eucaristia si deducono in modo decisivo dai testi del Nuovo Testamento e precisamente dalle parole dell’istituzione (Mt 26, 26-28; Mc 14, 22-24; Lc 22, 19-20; 1Cor 11, 25).
Il racconto più antico della istituzione dell’Eucaristica viene ritenuto quello che troviamo nel cap. 11, 23-25 della Prima Lettera ai Corinzi dove San Paolo parla del convito-cena e del Calice del Signore.
Il motivo dello scritto è dato dalla condotta non irreprensibile dei cristiani di Corinto in occasione delle assemblee eucaristiche.
Nelle comunità primitive infatti si celebrava l’Eucarestia nel corso di una cena, segno di unità e di condivisione. A Corinto essa era profanata dalle divisioni della comunità e dal fatto che ognuno mangiava quanto aveva portato, senza curarsi se qualcuno non aveva di che sfamarsi. In tempi normali i ricchi portavano la roba da mangiare anche per i poveri che, non avendo soldi, portavano invece l’appetito. E tutti si alzavano sazi.
L’apostolo inizia denunziando la presenza di divisioni nella comunità. A causa di queste divisioni, egli dichiarava che il riunirsi, da parte dei Corinzi, “non è più un mangiare la cena del Signore” (v. 20). La divisione genera egoismo e perciò avviene che in occasione delle riunioni non vi è comunione tra fratelli. Vi era poi l’abitudine non solo di comunicare, come diciamo oggi, alle specie eucaristiche, ma anche di consumare un pasto in comune : “Ciascuno infatti, quando siete a tavola, comincia a prendere il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco” (v. 21). Di qui la forte ammonizione dell’apostolo a ricevere l’Eucarestia con la consapevolezza che non si tratta di un pasto qualunque, ma del corpo del Signore, e per questo ciascuno “esamini se stesso e poi mangi del pane e beva del calice, perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (vv. 28-29). L’essere ubriachi del vino assunto prima dell’Eucarestia certamente non poteva giovare in vista di una consapevole partecipazione ad essa. Così anche il non avere di che sfamarsi prima dell’Eucarestia doveva provocare risentimenti e divisioni in seno alla comunità.
L’invito di San Paolo è evidente e la dottrina appare pertanto chiara: l’Eucarestia è certamente “cena del Signore” ma non per questo essa può essere equiparata ad un comune pasto fraterno. Comunicare al corpo del Signore e al calice dell’alleanza nel suo sangue è gesto da compiere consapevolmente, dopo aver esaminato la propria coscienza. Il punto di esame è la carità fraterna. Paolo dice che chi mangia e beve senza questa accortezza, di fatto non riconosce il corpo del Signore nel pasto che sta prendendo. Se uno comunica al pasto del Signore, senza averlo riconosciuto nella fede, sta scambiando la cena eucaristica con un pasto qualunque, forse un pasto fra amici, ma non lo comprende come convito sacro al quale il Signore convoca il suo popolo. La verifica del riconoscimento del Signore nella cena consiste nell’attenzione caritatevole verso i fratelli. Perciò fratelli miei - conclude San Paolo - “quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna” (vv. 33-34).
San Paolo termina il racconto della istituzione dell’Eucarestia con le seguenti parole: “ Fate questo in memoria di me”.
Ora “memoria” o “memoriale” (ebraico zikkarôn, da zakar = ricordare), secondo l’uso biblico, non è mai un semplice ricordo soggettivo del passato ma anche qualcosa di oggettivo: è un’azione, un rito, una “istituzione divina” che mentre ricorda e rievoca una promessa o un’azione fatta in passato, la rende presente, la attualizza. Per gli Ebrei il memoriale per eccellenza era il convito sacro che si celebrava per la festa di Pasqua e che voleva essere appunto il ricordo vivo e vitale della liberazione dall’Egitto, secondo quanto aveva stabilito il Signore stesso. “Questo giorno sarà per voi un memoriale (lô zikkarôn); lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne” (Es. 12,14).
Il “memoriale “ è dunque un’azione complessa e ripetuta periodicamente, che da una parte suscita la riconoscenza fattiva del popolo verso il Signore per la salvezza ottenuta e spinge ad agire di conseguenza e dall’altra impegna Dio stesso a ricordare”, cioè a far rivivere per la sua gente i prodigi compiuti in passato.
Nell’istituzione dell’Eucarestia Gesù dicendo “Fate questo in memoria di me”, vuole che il gesto compiuto da lui diventi un “memoriale” e cioè una “istituzione permanente”, un rito da ripetersi “fino a che Egli venga” (1 Cor. 11, 26).
Come già la Pasqua ebraica rievocava la liberazione dall’Egitto, altrettanto l’Eucarestia ripresenta dunque i contenuti della Pasqua cristiana, il passaggio liberatore del Signore, e cioè la sua morte e la sua risurrezione, che costituivano il vero evento salvifico. Essa attualizza e rende perenne la nuova alleanza stipulata sul calvario fra Dio e l’umanità.
Per celebrare degnamente “i santi misteri” e parteciparvi piamente è necessario coltivare la devozione eucaristica anche al di fuori della messa. Il modo migliore per coltivare tale devozione è senza dubbio l’adorazione del Santissimo Sacramento: “Raccomando vivamente ai Pastori della Chiesa e al Popolo di Dio la pratica dell’adorazione eucaristica, sia personale che comunitaria. […..] Nel limite del possibile, poi, soprattutto nei centri popolosi, converrà individuare chiese e oratori da riservare appositamente all’adorazione perpetua. Inoltre, raccomando che nella formazione catechistica, e in particolare negli itinerari di preparazione alla prima comunione, si introducano i fanciulli al senso e alla bellezza di sostare in compagnia di Gesù, coltivando lo stupore per la presenza nell’Eucarestia”.[2] Senza adorazione - aggiunge Benedetto XVI - non avviene il cambiamento del mondo [3]”.
La devozione è espressione di amore e l’amore si manifesta in tanti piccoli gesti. Curare che la lampada del tabernacolo non si estingua, è segno di un cuore sempre attento alla presenza reale del Signore. In effetti è proprio questa la simbologia della lampada presso il luogo della custodia: siccome non possiamo passare tutta la giornata in adorazione, resta un segno vivo del nostro amore ardente al Cristo eucaristico. Fare in modo che tutto quanto riguarda la celebrazione e il culto sia dignitoso, custodito con cura e rispetto; tenere sempre pulita la tovaglia e gli altri lini liturgici, non ultimo il camice del sacerdote; mantenere sempre in ordine la chiesa. Sarebbe auspicabile mantenere la genuflessione al tabernacolo quale segno esteriore del culto di adorazione al sacramento. Purtroppo essa è oggi spesso sostituita, da sacerdoti e laici, con un semplice inchino. Chi ama questo Sacramento, il che vuol dire amare colui che in esso è presente, vorrà riservargli il meglio, come si fa con le persone amate.
Un’altra forma di venerazione del Santissimo Sacramento è la visita quotidiana all’amico Gesù presente nell’Eucarestia, S. Alfonso Maria de’Liguori ha avuto tre grandi amori: l’Eucarestia, la Passione e il fiducioso e ardente amore verso la Madonna. Ma il più intensamente vissuto di questi amori è stato Gesù eucaristico. Appena arrivato, nel 1762, come vescovo di Sant’Agata dei Goti (BN), introdusse nella chiesa cattedrale la visita quotidiana al Santissimo Sacramento e a Maria Santissima. In seguito la estese a tutta la diocesi, dando a questa devozione una forma così semplice e popolare da radicarsi ben presto nella vita dei fedeli. Per questo scrisse le Visite al Santissimo Sacramento e a Maria Santissima[4], un minuscolo e palpitante libretto con cui migliaia e migliaia di fedeli hanno nutrito la propria vita cristiana e il proprio amore verso l’Eucarestia.
- 2. Eucarestia pane spezzato per il mondo
I segni sacramentali del sacrificio sono il pane e il vino consacrati: partecipare a essi significa entrare in comunione di vita con il Signore Gesù, diventando una sola cosa con lui e con quanti si nutrono della nuova vita.
Nutrirsi è indispensabile alla vita e mangiare insieme è segno di familiarità. Ora nell’Eucarestia, il Signore Gesù non solo ci fa suoi commensali, ma dona a noi se stesso in cibo spirituale, perché viviamo in lui.
Inseriti in Cristo mediante il battesimo, come tralci dell’unica vite (cf Gv. 15,5), ci riconosciamo figli dello stesso Padre attorno alla mensa eucaristica: “Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane (1 Cor 10,16-17).
Rispondendo all’invito di Gesù: “Prendete e mangiate”, la Chiesa si edifica nel vincolo dell’unità. E’ quanto chiediamo al Padre celebrando l’Eucarestia. Il pane è considerato con ragione immagine del Corpo di Cristo. Esso, infatti, risulta di molti grani di frumento, sono ridotti in farina e la farina poi viene impastata con l’acqua e cotta con il fuoco. Così anche il corpo mistico di Cristo è unico, ma è formato da tutta la moltitudine del genere umano, portato alla sua condizione perfetta mediante il fuoco dello Spirito Santo.
Le parole di Gesù “ Prendete e mangiate” si raccordano con il desiderio profondo del cuore umano, bisognoso di saziare le mille forme di pane che seguono il pellegrinaggio terreno: fame di cibo e beni essenziali per vivere, fame di giustizia e di libertà, fame di amore e di speranza. Nel pane e nel vino Dio dona all’uomo non solo il cibo che lo alimenta ma anche il sacramento che lo rinnova, perché non gli venga mai a mancare questo sostegno del corpo e dello spirito.
La preghiera che rivolgiamo al padre - “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” - trova infatti piena risposta nella divina Parola e nell’Eucarestia. Anche a noi oggi, come alla gente che domandava a Gesù ”Signore dacci sempre questo pane”, egli risponde: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. Mai!” (Gv 6,35).
La fede, nutrita del “pane della vita” e del “calice della salvezza” non si stanca di ribadire che Gesù è la vera risposta che pone fine alla nostra ricerca del senso della vita e del suo futuro.
Soprattutto nei momenti in cui la sofferenza pone domande che richiedono una risposta di amore ognuno deve avvertire che le parole di Cristo “Prendete e mangiate” sono dirette proprio a lui. Il pane eucaristico è forza dei deboli, sostegno dei malati, balsamo che risana i feriti, viatico di chi parte da questo mondo. È il vigore dei fedeli che operano in ambienti e circostanze in cui la loro presenza è l’unica possibilità di annuncio del Vangelo testimoniando Gesù Cristo “ via, verità e vita” (Gv 14,6).
La comunione al pane della vita e al calice della salvezza ravviva la conoscenza che “Dio è amore” (1 Gv 4,8). L’amore vero comporta il dono di sé senza condizioni. Fuori di questo possesso, rischia il ricatto, si confonde con l’illusione. L’amore genuino, al contrario, è offerta piena per l’altro, dimenticando se stesso. In tal modo la carità divina diventa la propria perfezione: donare gratuitamente, beneficando giusti e empi. L’amore verso il misero - che non può ricambiare il dono - è la misericordia; l’amore per il nemico - dal quale non ci può attendere nulla di buono - è il perdono.
Per ricevere con verità il pane “per voi e per tutti”, dobbiamo riconoscere Gesù nei fratelli più poveri, nei piccoli, nei disprezzati. L’Eucarestia esige una risposta di vita rinnovata, aperta all’amore sincero.
Racchiudendo tutto il bene spirituale della Chiesa, l’Eucarestia si presenta come “fonte e culmine” dell’evangelizzazione: mentre corona l’itinerario di iniziazione del credente alla vita in Cristo e che si realizza nella Chiesa, spinge i cristiani ad annunciare, in opere e parole, il mistero celebrato nella fede. «Le nostre comunità, quando celebrano l’Eucarestia, devono prendere sempre più coscienza che il sacrificio di Cristo è per tutti e pertanto spinge ogni credente in Lui a farsi “pane spezzato” per gli altri, e dunque ad impegnarsi per un mondo più giusto e fraterno. Pensando alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, dobbiamo riconoscere che Cristo ancora oggi continua ad esortare i suoi discepoli ad impegnarsi in prima persona. Date loro voi stessi da mangiare” (Mt 14,16). Davvero la vocazione di ciascuno di noi è quella di essere, insieme a Gesù, pane spezzato per la vita del mondo[5]».
Detto in altre parole, i cristiani sono invitati, personalmente e comunitariamente - come scrive P. Bartolomeo Sorge - a imitare il modo con cui Cristo stesso è presente in mezzo a noi nella forma dell’Eucarestia. L’Eucarestia, infatti, prolungando nel tempo la logica dell’Incarnazione, insegna che, per rinnovare la società, occorre condividere, trasformare, unire[6].
“Presenza eucaristica” significa in primo luogo incarnarsi e quasi impastarsi nella realtà degli uomini. Cristo assume la forma, il sapore, il calore e tutte le proprietà naturali del pane e del vino. Lo fa per rinascere in mezzo a noi. E’ un Dio vicino che condivide la nostra storia e la orienta verso il regno di Dio. Dunque, a imitazione del Cristo eucaristico, il primo atteggiamento con cui i cristiani e la Chiesa dovranno rendersi socialmente presenti è quello impastarsi nella storia, di condividere la sorte dell’umanità, di immedesimarsi nei problemi, nelle sofferenze, nelle speranze degli uomini, senza privilegi e senza discriminazioni. Non esistono realtà e situazioni storiche, culturali, politiche, per quanto impervie che siano impermeabili all’animazione cristiana. L’eucarestia dunque è icona della presenza cristiana nel mondo perché “dà impulso al nostro cammino storico, ponendo un seme di vivace speranza nella dedizione di ciascuno ai propri compiti” [7]. Come Cristo assume il sapore e lo spessore del pane e del vino, così i cristiani devono assumere con atteggiamenti costruttivi i problemi che maggiormente ci interpellano: da quelli della famiglia, della difesa della vita umana dall’inizio al suo naturale compimento, dell’educazione dei figli in casa e a scuola, a quelli del rinnovamento della struttura della convivenza civile, a quello della pace e dell’equilibrio, economico ed ecologico, nel mondo.
Nell’Eucarestia, poi “i frutti della terra e del lavoro umano - il pane e il vino - sono trasformati misteriosamente, ma realmente e sostanzialmente, per opera dello Spirito Santo e delle parole del ministro nel Corpo e Sangue del Signore Gesù” [8]. Con la consacrazione eucaristica quindi un pezzo del nostro mondo, una parte di realtà creata, per quanto piccola ( un boccone di pane e un sorso di vino), viene trasformata e diventa segno efficace del futuro del mondo, destinato a ricapitolarsi in Cristo, nel Regno di Dio.
La comunità cristiana deve introdurre nella storia una corrente di generosa gratuità e di dono, di servizio disinteressato ai fini della promozione umana, di solidarietà con tutti, ma specialmente con “gli ultimi” della terra che Cristo predilige e con i quali si identifica (cf Mt 25, 34-45).
Infine il terzo significato sociale dell’Eucarestia è quello di unire gli uomini con Dio e tra di loro. Il nostro mondo, più che in altre epoche storiche, ha bisogno di comunione e di servizio. Bisogna - come soleva ripetere Giovanni Paolo II - “globalizzare la solidarietà”, immettere cioè nella vita sociale il cemento dell’amore. Oltre che di giustizia (che dell’amore è inizio e fondamento), c’è bisogno di riconciliazione e di perdono (che dell’amore è il vertice).
Conclusione
L’Eucarestia si presenta come fonte e culmine dell’evangelizzazione: mentre corona l’itinerario di iniziazione cristiana del credente alla vita in Cristo e che si realizza nella Chiesa, spinge i cristiani ad annunciare, in opere e parole, il mistero celebrato nella fede. La celebrazione del sacrificio eucaristico è l’atto missionario più efficace che rinnova il mondo e la vita degli uomini.
Spezzare il Pane della vita spinge, personalmente e comunitariamente, ad aiutare chi non conosce il Vangelo a dischiudersi al dono della fede e chi si è allontanato a riscoprire la gioia della comunione con Cristo Salvatore.
Il mondo ha bisogno di Eucarestia. L’Eucarestia fa sì che gli uomini da estranei e indifferenti gli uni agli altri, diventino uniti, uguali e amici, che l’umanità da massa apatica e divisa diventi una grande famiglia con un cuore solo e un’anima sola.
[1] Studiorum ducem, 29 giugno 1923 : EE 5,93
[2] Sacramentum Caritatis. 67. Cf anche M. Gagliardi, Introduzione al Mistero eucaristico. Dottrina-Liturgia-Devozione, Edizioni san Clemente, Roma 2007.
3 J.Ratzinger –Benedetto XVI, Il Dio vicino. L’Eucarestia cuore della vita cristiana, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), p. 96; cf anche Brouard, Eucharistia.Enciclopedia sull’Eucarestia, Dehoniane, Bologna 2004; M. De Rosa, In cammino verso Dio, L ER, Napoli- Roma 1991, pp.67-75.
[4] A. M. de’Liguori: Visite al Santissimo Sacramento e a Maria Santissima, Città Nuova, Roma 2005. Cf M. De Rosa, In cammino verso Dio, LER, Napoli-Roma 1991, pp. 67-75.
[5] Sacramentum Caritatis, 88.
[6] B.Sorge, “Il significato sacrale dell’Eucarestia”, in Aggiornamenti Sociali, luglio-agosto 2005, pp. 5-10. Cf anche G. Dossetti, Eucarestia e città, AVE, Roma 1997.
[7] Ecclesia de Eucharestia, 20.
[8] Sollecitudo Rei Socialis, 48.










