50° Mons. Antonio Franco: l'omelia di Mons. Mario Paciello
20 Giugno 2010
“Otto giorni fa si è concluso un anno di preghiera e di riflessione di cui la Chiesa aveva bisogno: l’anno sacerdotale.
In questo anno il Santo Padre ci ha invitati a guardare alla figura intramontabile, ma tutta da riscoprire, del curato d’Ars.
Puglianello e la diocesi di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti, oggi vivono, quasi come eco e risonanza del modello contemplato nell’anno sacerdotale, il 50° anniversario di ordinazione presbiterale di S. E. Mons. Antonio Franco: un sacerdote, un Vescovo, un Diplomatico tanto semplice, affabile, mite, amabile, quanto grande e prezioso per la Sede Apostolica e per la Chiesa.
L'affetto fraterno e la stima profonda che ho per lui, mi porterebbero a tesserne l'elogio delle virtù: lo faranno molto bene i confratelli vescovi, lo farete voi che conoscete molto meglio di me Mons. Antonio Franco. Io mi limito a fare una sola riflessione nel dono immenso del sacerdozio che il Signore ha fatto a lui e a tutti i ministri ordinati, prendendo spunto dalla parola proclamata dal Vangelo di Giovanni.
Gesù pregò dicendo: 1. Padre santo, io non sono del mondo; essi non sono del mondo;
2. tu hai mandato me nel mondo; anche io ho mandato loro nel mondo; 3. per loro consacro me stesso perché siano consacrati anch’essi nella verità; 4. ho dato loro la tua parola ed essi hanno osservato la tua parola.
In sei versetti Gesù traccia un perfetto parallelismo fra se stesso e i suoi apostoli.
Gesù si è dato totalmente a loro, ha comunicato loro la propria unzione sacerdotale, profetica e regale, li ha identificati talmente a sé da renderli sua presenza, da consegnare se stesso e la sua missione nelle loro mani: dopo che avranno ricevuto lo Spirito, chi ascolta loro, ascolta lui, chi disprezza loro, disprezza lui; non vivranno più per se stessi ma per lui; non penseranno e non parleranno più con la propria testa e le proprie parole ma con pensiero e la parola di lui.
Il loro ministero non sarà più un agire di uomini, ma azione salvifica di Cristo per mezzo dello Spirito. Il sacerdote impersona Cristo, non come un attore che interpreta un personaggio, ma perchè chiamato, preso, costituito da Cristo come suo ambasciatore. Lo ha detto Gesù: come Cristo è l'inviato del Padre, venuto a manifestare il suo volto, così il sacerdote è inviato a rivelare il volto di Cristo: era questa la consapevolezza dell'apostolo Paolo quando parlava del "mio vangelo".
Nella solennità del Sacro Cuore il Santo Padre ha invitato i quindicimila sacerdoti con celebranti in Piazza San Pietro e i preti di tutto il mondo a “comprendere nuovamente la grandezza e la bellezza del ministero sacerdotale”, partendo da una verità fondamentale: il sacerdote è presenza di Gesù. Il sacerdozio è quindi non semplicemente “ufficio” ma sacramento: Dio si serve di un povero uomo al fine di essere, attraverso di lui, presente per gli uomini e di agire in loro favore. "Dio ritiene degli uomini capaci di agire e di essere presenti in vece sua: questa audacia di Dio è la cosa veramente grande che si nasconde nella parola "sacerdozio".
Quando il sacerdote ha una chiara coscienza dell’identità ricevuta nell’ordinazione sacerdotale, quando vive un profondo radicamento nella viva amiciazia con Cristo, quando lascia che Cristo governi l'esistenza sacerdotale, è pieno di gioia, aperto a tutti, delicato verso i più deboli, i piccoli, i semplici, i peccatori; gusta la gioia di essere prete; il popolo di Dio sente la presenza di Gesù, i non credenti avvertono i segni di una luce, di una forza che a loro manca. Il Santo Padre Benedetto XVI il 26 maggio 2010 ha detto che "attraverso di noi, il Signore raggiunge le anime, le istruisce, le custodisce, le guida". Il sacerdote è il tramite attraverso il quale Cristo stesso ama gli uomini. E' questa la fonte della gioia della vita sacerdotale; è questa la ragione del suo impegno di assimilare Cristo; da questa coscienza di essere presenza viva di Cristo-servo, sgorga dal cuore del sacerdote lo zelo pastorale, lo slancio per la missione, il bisogno di vivere la comunione con il Signore, con i confratelli, con il popolo di Dio.
“Sacerdos alter Christus” è un’espressione che non si usa più, ma il sacerdote del terzo millennio non ha cambiato identità: il sacerdote è sempre presenza di Gesù in mezzo a noi.
Ecco perché in circostanze particolarmente importanti come il 50° di ordinazione, il popolo di Dio sente il bisogno di manifestare la sua fede nella "unicità" e nella grandezza del sacerdote, di ringraziare il Signore per averlo chiamato, di pregare per lui in segno di affetto e riconoscenza".







